Libertà


(Foto: Steve Schapiro, 1965)

Liber, etimologia: "1. Liber, era, erum: libero (socialmente), di condizione libera, affrancato, indipendente, libero (moralmente); assoluto, senza vincolo, senza restrizione. 2. Liber, eri: nome di Bacco, vino; 3. Liber, bri: interno della corteccia di un albero che serviva per scrivere; scritto, libro, trattato; raccolta, catalogo, giornale, pièce teatrale".
J. Derrida, Oggi l'Europa. L'altro capo

Nella teoria politica il termine "libertà" viene solitamente usato in due sensi principali, riconducibili a due importanti filoni del pensiero politico moderno, rispettivamente liberale e democratico: nel primo senso libertà designa uno stato di "non-impedimento" e coincide con liceità, con la sfera di ciò che è permesso, in quanto non è né comandato né proibito; nel secondo senso designa l'autonomia (in senso politico), cioè il potere di dare norme a se stessi e non ubbidire ad altre norme che a quelle date da se stessi (Bobbio 1954). Il primo corrisponde grosso modo alla libertà teorizzata da John Stuart Mill, quella che Isaiah Berlin definì "libertà negativa" (la cosiddetta "libertà da"), ovvero l'assenza di ostacoli o vincoli a scelte e attività possibili ritenute importanti per la propria vita, e presuppone l'esistenza di una sfera "riservata" (privata, separata da quella pubblica) in cui si possano perseguire i propri fini e i propri interessi senza interferenze da parte dello stato; il secondo corrisponde alla "libertà positiva" (la "libertà di"), ossia la possibilità di governare se stessi o quanto meno di partecipare ai processi per mezzo dei quali l'esistenza di ciascuno viene governata (Berlin 1958).

Tra i due sensi vige un ordine procedurale per cui sono le libertà negative a rendere possibili le libertà positive: la libertà come non-impedimento (i diritti della tradizione liberale) è la condizione sine qua non del potere di governarsi (la libertà della tradizione democratica) (Sartori 1993: 159). Di più, la "libertà dei moderni" si può considerare il risultato storico della generalizzazione dell'imperativo liberale della protezione dell'individuo nella concezione della legge come limite e vincolo del potere politico; in altre parole, le libertà che i cittadini delle moderne democrazie occidentali sono abituati a considerare "normali" e acquisite trovano la loro garanzia fondamentale non nel potere del popolo e dei suoi organismi, ma nel dominio della legge intesa nel senso del costituzionalismo liberale come carta dei diritti fondamentali: "siamo liberi quando obbediamo a leggi e non a padroni" (Sartori 1993: 159, 177), ovvero, quando le leggi tutelano in modo equo e imparziale i nostri diritti individuali.
Benché necessaria, la pura difesa dei diritti individuali non pare tuttavia sufficiente ad assicurare la libertà: Quentin Skinner ha segnalato i rischi dell'individualismo liberale richiamandosi alla tradizione del pensiero "repubblicano" (che risale a Livio, Sallustio e Cicerone e fu ripresa da Machiavelli e Guicciardini, e successivamente da Rousseau), secondo cui il "vivere libero" esige che i cittadini si mettano al servizio della repubblica, ovvero dello stato, anteponendo il bene comune al vantaggio individuale. La concezione repubblicana della libertà ha un aspetto paradossale, in quanto afferma che possiamo sperare di godere appieno della nostra libertà individuale solo se perseguiamo anzitutto il bene comune, perché soltanto così possiamo mantenere sana, cioè libera, la collettività politica: sono i cittadini corrotti quelli che antepongono il proprio interesse all'interesse comune, e il prezzo della corruzione è sempre la schiavitù; l'unica via alla libertà individuale è quella di servire la repubblica (Skinner 1992: 221).
Naturalmente Skinner non intende richiamare in vita il modello repubblicano classico del cittadino che partecipa alle assemblee e combatte nella milizia, ma piuttosto mettere in guardia dall'inevitabile conseguenza della politica come professione propria delle democrazie contemporanee, in cui i governanti fanno i propri interessi e quelli dei gruppi di pressione anziché gli interessi della collettività. Il pensiero repubblicano insegna che potremo conservare la nostra libertà solo se daremo ai doveri civici la priorità sui diritti individuali.
Un'altra importante riflessione sul tema della libertà si deve ad Amartya Sen e Martha Nussbaum, per i quali l'esperienza delle cosiddette società in via di sviluppo dimostra l'insufficienza delle teorie liberali che concepiscono la libertà come non-impedimento o indipendenza assoluta, e delle teorie utilitaristiche che valutano la libertà in base al benessere generale misurato dal reddito e dal Prodotto Interno Lordo; Sen e Nussbaum propongono un approccio diverso, che assimila la libertà alla qualità della vita, valutabile in termini di "funzionamenti" e "capacità fondamentali" (Nussbaum 2000: 90; cfr. Dahrendorf 1979, che ha parlato di "chances di vita").
Per Sen la libertà coincide, anziché con i diritti umani in astratto, con le capacità fondamentali (capabilities), ossia con l'insieme delle caratteristiche personali, delle condizioni economiche e del retroterra socio-culturale in base al quale le persone hanno la possibilità effettiva "di vivere quelle vite che hanno ragione di apprezzare, e di ampliare le scelte reali che hanno a disposizione" (Sen 1999: 292-93; si noti che dal 1990 l'Organizzazione delle Nazioni Unite ha adottato come criterio di misurazione della qualità della vita l'Indice dello Sviluppo Umano, che combina i livelli di reddito desunti dal PIL con i dati relativi ai livelli di scolarizzazione e alfabetizzazione, e alle aspettative di vita, distinguendo tra femmine e maschi). Per Nussbaum,

La domanda fondamentale che si pone il metodo delle capacità non è 'Vasanti è soddisfatta?' o 'Quante risorse controlla?'. È invece: 'che cosa è in grado di fare e di essere Vasanti?'. Prendendo posizione […] sull'elenco delle funzioni che sembrerebbero di fondamentale importanza per la vita umana, ci chiediamo: la persona in questione è capace di questo o no? Chiediamo non solo se è soddisfatta di ciò che fa, ma cosa fa e che cosa può fare (di quali opportunità e libertà gode). E ci interessano non solo quali risorse la circondano, ma in che modo entrino in azione, permettendo a Vasanti di agire in modo pienamente umano. (Nussbaum 2000: 90-91)

Per Sen e Nussbam la libertà è una configurazione socio-economica realizzabile solo in presenza di un impegno personale dei soggetti coinvolti, che devono essere messi in condizione di diventare agenti, non semplicemente beneficiari passivi di diritti o risorse.

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

BERLIN, I., Due concetti di libertà (1958), Milano, Feltrinelli 2000.
BOBBIO, N., "Della libertà dei moderni comparata a quella dei posteri", in Nuovi Argomenti, 11, 1954, ora in N. Bobbio, Politica e cultura, Torino, Einaudi, 1955, pp.160-94.
DAHRENDORF, R., La libertà che cambia (1979), Bari, Laterza 1980.
DERRIDA, J., Oggi l'Europa. L'altro capo, Milano, Garzanti 1991
MILL, J. S., Sulla libertà (1859), Milano, Bompiani 2000.
NUSSBAUM, M., Diventare persone. Donne e universalità dei diritti (2000), Bologna, Il Mulino 2001.
NUSSBAUM, M., e SEN, A. (a cura di), The Quality of Life, Oxford, Clarendon Press 1993.
SEN, A., Lo sviluppo è libertà. Perché non c'è crescita senza democrazia (1999), Milano, Mondadori 2000.
SKINNER, Q., "On Justice, the Common Good and the Priority of Liberty", in C. Mouffe (a cura di), Dimensions of Radical Democracy, New York, Verso 1992, pp. 211-224.



Atlantic City, New Jersey, U.S.A. 2006 (Foto: Sylvia Kapucinski)


Copyright e uso corretto

Senza Patria - Indice