L’evento

di Daniele Borioli e Roberto Botta

Quando questo testo venne pubblicato per la prima volta, in occasione del quarantesimo anniversario dell’eccidio della Benedicta, segnalavamo lo stato insoddisfacente della ricostruzione storiografica intorno ad uno fra gli episodi tragicamente centrali della resistenza italiana. Dopo la ricostruzione rigorosa di Giampaolo Pansa, la cui ricerca documentaria risaliva agli anni Cinquanta con pubblicazione presso Laterza alla fine dei Sessanta, solo episodi di memorialistica che si univano ai precoci lavori di Bartolomeo Ferrari (don Berto) e di pochi altri si assumevano il compito di non lasciare nell’oblio la pagina più drammatica della resistenza alessandrina e genovese.
Da allora sono passati vent’anni e la situazione fortunatamente è cambiata: basterà dare un’occhiata alla bibliografia che conclude questa pubblicazione, in cui abbiamo voluto indicare con un piccolo ma evidente segno tipografico il recente ritorno di interesse intorno all’episodio della Benedicta, per accorgersi che gli studi sono progrediti e hanno prodotto contributi estremamente significativi.

Nuove fonti italiane e tedesche, partigiane e di provenienza nazista e fascista, hanno consentito di affrontare i giorni dell’eccidio, dalle sue fasi preparatorie alle sue drammatiche conseguenze, con analisi storiche che hanno corretto imprecisioni e consentito di capire meglio le dinamiche interne al movimento partigiano che subì il fatale attacco nazifascista, i suoi errori e i perché della riscossa dopo il rastrellamento.

Licenziando questa nuova edizione di un testo che, una ventina di anni fa, ebbe una larga diffusione, ci corre dunque l’obbligo di rivisitarlo tenendo conto di questa recente e importante letteratura storiografica. Se l’impianto sintetico e divulgativo rimane immutato, il lettore potrà però, ci auguriamo, trovare più dettagliate risposte riguardo ad alcuni interrogativi: chi erano i partigiani della Benedicta, quale era la loro composizione sociale, quanti e quali erano le forze attaccanti, quale fu il ruolo delle forze armate e degli apparati della RSI (Repubblica sociale italiana) nella conduzione del rastrellamento.
Proprio intorno a tali questioni ruotano a nostro avviso le ragioni fondamentali che fanno dell’eccidio della Benedicta un avvenimento paradigmatico nella storia della resistenza italiana, che va ben al di là del fatto militare e del suo sanguinoso epilogo. In quell’episodio possiamo ritrovare problemi storiografici che rappresentano nodi essenziali per capire le forme e la natura della resistenza italiana: dalla questione complessa e a volte contraddittoria del rapporto tra partigiani e popolazioni contadine al significativo intreccio, nelle stesse bande, di città e campagna (la «grande Genova» e i piccoli villaggi del novese, dell’Ovadese e dell’Alessandrino), nonché di diverse componenti sociali (contadini, operai, studenti); dal tema della deportazione a quello del ruolo della Repubblica sociale nei rastrellamenti e negli eccidi.

Resta da dire che alcuni di questi interrogativi rimandano anche a polemiche recenti, a tentativi revisionistici di reinterpretazione della vicenda dei venti mesi che mirano, spesso senza curarsi del necessario supporto documentario di cui ha bisogno ogni nuova interpretazione storica, a ridimensionare se non a screditare il movimento partigiano italiano e il suo valore etico e civile. SE questo lavoro sarà utile anche per fare chiarezza intorno a queste nuove interpretazione assai poco interessate ad affaticarsi sulle carte proprio con la forza della documentazione storica, sarà una ragione in più per dire che è valsa la pena riproporre questa nostra ormai vecchia fatica.

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Gli esponenti dell’antifascismo genovese furono tra i più attivi organizzatori della Resistenza e delle formazioni partigiane anche sul versante alessandrino dell’appennino: subito dopo l’8 settembre avevano individuato nelle alture a ridosso di Genova, e in particolare nelle vallate intorno al monte Tobbio, una base per i militanti gappisti da addestrate alla lotta nelle città e un possibile teatro della guerra per bande. L’area compresa tra la Valle Stura e la Valle Scrivia fu prescelta come centro di raccolta e addestramento delle reclute partigiane perché aveva, da un punto di vista strategico, una duplice caratteristica: da un lato era assai povera di strade interne e caratterizzata da una enorme e intricata distesa di boschi che sembravano offrire una certa sicurezza alle bande, soprattutto in una fase in cui si trattava di preparare più che di agire; dall’altra era posta alle spalle di arterie di comunicazione di rilievo strategico – la “camionale” Genova-Serravalle, su tutte, ma anche importanti nodi ferroviari – che potevano diventare l’obiettivo per azioni di disturbo e di offesa da parte delle formazioni dislocate sulle alture liguri-alessandrine.
Ben presto, però, gli organizzatori partigiani genovesi e i vecchi antifascisti si resero conto che il settore dei Tobbio, nonostante la sua collocazione periferica rispetto alle grandi vie di comunicazione, era vulnerabile nel caso di una manovra d’accerchiamento in grande stile, proprio in ragione della vicinanza delle importanti vie di comunicazione che collegavano il mare alla pianura alessandrina, come la statale dei Giovi e il passo del Turchino. Per questo fu deciso che le bande, trascorso il periodo d’incubazione, avrebbero dovuto trasferirsi al più presto: parte di esse dovevano spostarsi a ovest verso l’Acquese, altre a est in Val Curone dove iniziavano a formarsi, nel frattempo, i primi nuclei partigiani che raccoglievano i giovani volontari dei paesi del tortonese. Questo problema era considerato talmente urgente che ne era già stata fissata la data di attuazione: la primavera dei 1944.

Mentre l’antifascismo genovese era impegnato in questa opera di organizzazione dei primi nuclei partigiani e stava elaborando un piano strategico per la loro successiva dislocazione, altri due nuclei di «ribelli» si erano aggregati spontaneamente e senza alcun appoggio di carattere politico nei giorni successivi all’armistizio e avevano posto la loro base nelle cascine intorno al monte Tobbio. Il primo, insediato a Pian Castagna tra l’Erro e l’Orba, era composto da nove prigionieri di guerra evasi dal campo dei Giovi e da tre militari italiani; il secondo, attestato sulle falde dei monte Porale ad est della Val Lemme, era formato da otto russi, uno jugoslavo e due italiani: Tommaso Merlo (Puny) di Voltaggio, e Giuseppe Merlo di Bosio. Il Cln (Comitato di Liberazione Nazionale) genovese decise che era necessario intrattenere rapporti di coordinamento anche con questi gruppi, e l’incarico di contattare i due nuclei partigiani venne affidato all’ingegner Agostini (Pietra o Ardesio), membro dei triumvirato insurrezionale del Partito comunista per la Liguria. Questi primi contatti diedero presto i loro frutti e sul finire dei mese agli uomini di Pian Castagna si unirono due studenti comunisti genovesi: Walter Fillak (Gennaio, poi Martin) e Giacomo Buranello: il Partito comunista li aveva inviati in quella banda con il compito di assumerne il controllo politico e militare.

Più difficili risultarono, da subito, i rapporti con la formazione di Merlo, autodefinitasi «Banda di Voltaggio» perché composta in gran parte da giovani provenienti dal piccolo centro situato proprio al confine tra la provincia di Alessandria, cui appartiene amministrativamente e quella di Genova. Questa formazione manifestò una estrema refrattarietà a ogni tentativo d’inquadramento politico:

“Il nostro gruppo di 30-35 […] ragazzi di Voltaggio unitamente ad altri di […] comuni viciniori al comando del capitano Odino, […] Non essendo […] in sintonia con i gruppi quanto mai organizzati sia militarmente sia politicamente [dislocati] alla Benedicta, di orientamento comunista, […] non essendo con loro in sintonia si è ritirato alla cascina Roverno, una cascina nei pressi dei laghi della Lavagnina molto appartata che poteva rappresentare un punto di ricovero per i nostri. […] E non avevano armi, assolutamente, forse l’unico armato era il comandante Odino con la sua pistola di ordinanza (testimonianza di Giovanni Benasso, già sindaco di Voltaggio, fratello di un partigiano caduto)”.

Solo ad ottobre inoltrato Merlo ricevette formalmente da Agostini la consegna di organizzare gli uomini confluiti nella sua zona e solo alla fine dello stesso mese la «Banda di Voltaggio» ebbe il suo primo commissario politico: un militante comunista, G.B. Canepa (Marzo), entrato nella formazione insieme ad altri sei elementi genovesi.

Dopo alcune settimane dall’armistizio dell’8 settembre anche sul versante alessandrino il fronte antifascista iniziò ad organizzarsi, in primo luogo con la creazione dei Cln che avevano tra gli altri anche il compito di organizzare i giovani renitenti alla leva e i volontari che intendevano intraprendere la lotta partigiana contro nazisti e fascisti. Nel corso del novembre 1943 i Cln di Acqui, Ovada e Novi approvarono il piano di reclutamento e di dislocazione degli uomini elaborato dagli antifacisti genovesi e si impegnarono a collaborare con l’invio di viveri, denaro e uomini. Al momento, però, l’afflusso di nuove reclute procedeva assai lentamente: il dissenso nei confronti del fascismo sembrava dare per lo più esito a forme di resistenza passiva, anche se l’ultimatum fissato dalle autorità della Rsi per il rientro dei militari ai rispettivi reparti il 10 novembre, era stato largamente disatteso, e una sorte analoga toccò ai bandi che chiamavano alle armi le classi ’23, ’24 e’25. I giovani chiamati alle armi, tuttavia, nell’immediato non sembravano, particolarmente preoccupati, nonostante il tono minaccioso dei bandi che prevedevano la fucilazione per i renitenti alla leva. In quelle prime settimane dell’autunno-inverno 1943 i piccoli paesi della valle Stura e della valle Orba sembravano ancora garantire ampi margini di sicurezza ai giovani renitenti che continuavano a “nascondersi” nelle loro stesse abitazioni o in casolari più o meno abbandonati sparsi nelle campagne circostanti.

Per un certo periodo, sono stato sempre nascosto, un po’ qua un po’ là… Eh, andavo dalle famiglie, andavo da mia nonna, che era in una cascina, son stato lì tutto settembre e ottobre…

[…] Poi quando hanno messo fuori il bando che chi non si presentava bruciavano le case, ammazzavano tutti, allora siamo venuti giù a Serravalle… Eravamo in sette o otto, abbiam fatto il foglio per andare al distretto, poi dal distretto a Tortona. […] Ho dato il mio nome e ho firmato io, ero capo drappello di quei sette lì. All’indomani mattina [invece] siamo andati in montagna, siamo andati qua alla Benedicta… Che cosa andiamo a fare al distretto? Quelli che sono sotto le armi scappano a casa, noi dobbiamo andare là?

Mia mamma diceva: “Mah? Farai bene o farai male?”. Dico: “Ma gli altri vengono a casa, e io devo andare a presentarmi?”. Erano momenti un po’ critici… Non si sapeva che pesci prendere a quei tempi là, no? […] E allora siamo andati alla Benedicta. […]

Avevo vent’anni. Non avevo insomma [preparazione politica]…Piuttosto che andare a finire con quella gentaglia di tedeschi o che, abbiamo cercato di andare dove andavano i più tanti, va! Di Serravalle eravamo più di venti. Alla Benedicta eravamo mezzi sbandati, perché c’era poco ancora: non c’era armi, non c’era niente! (testimonianza di Giuseppe Sericano)

Nonostante tra le giovani generazioni questa prima fase fosse ancora caratterizzata da un’ampia propensione per una disobbedienza ai bandi (che assumeva comunque il significato di un rifiuto della guerra fascista) dalla quale non discendeva però una scelta partigiana o di mobilitazione, alla fine dell’autunno un nuovo nucleo partigiano si aggiunse a quelli già operanti sull’Appennino ligure-alessandrino e si attestò nei pressi dei Laghi della Lavagnina: era formato da una decina di operai liguri e da alcuni «sbandati» ed era comandato da Edmondo Tosi (Achille, poi Ettore).

Nelle settimane precedenti il Natale 1943 in tutto il settore si contavano dunque una ottantina di uomini, armati malamente e pressoché inattivi. Trenta di essi si trovavano radunati nella «Banda di Voltaggio» e stazionavano all’Albergo Grande, una cascina che in passato era servita da essiccatoio dì castagne. L’arrivo dei nuovi componenti, quasi tutti militanti comunisti mandati in montagna dalla federazione genovese, aveva acuito i termini dei conflitto tra partigiani la cui formazione era di carattere politico e quelli la cui mentalità era più legata all’esperienza maturata nell’ambiente militare. La diatriba attraversava anche la stessa sfera dei comportamenti quotidiani: Merlo e il «Puny» scendevano di frequente alle loro case, contravvenendo quindi ad elementari comportamenti di prudenza cospirativa; viceversa i comunisti, più ligi ai dettami della teoria della guerriglia, stavano rigorosamente sul posto. Neppure l’arrivo dei nuovo commissario politico, Mori, un operaio dell’Ansaldo, servì ad amalgamare meglio le due anime presenti in banda.
Nonostante le difficoltà ora esposte, i partigiani riuscirono in qualche modo a qualificare più concretamente la loro presenza, soprattutto con colpi intimidatori contro i fascisti locali, anche se l’armamento dei gruppi continuava ad essere assolutamente inadeguato per le azioni di guerriglia:

Come armi avevamo degli sten, alcuni moschetti e bombe a mano, quelle che ci hanno buttato gli inglesi nell’ultimo lancio… […] Armi leggere, […] armi pesanti neanche una. […] Qualche azione si è fatta, ma ancora eravamo agli inizi. […] Anche le armi non erano adatte per fare certe azioni (testimonianza di Santo Campi “Morgan”).

Queste azioni, anche se sporadiche e di relativa importanza militare, crearono però non poche preoccupazioni soprattutto tra i fascisti locali, timorosi del potere di attrazione che la presenza partigiane nelle valli poteva esercitare su altri giovani incerti sul da farsi: si fecero perciò più insistenti le presenze di spie e delatori e le puntate dei carabinieri dell’ovadese che a dicembre iniziarono a perlustrare le vallate per individuare la dislocazione dei «ribelli». Ciò determinò alcuni spostamenti, anche di un certo rilievo, sul fronte resistenziale: la banda di Merlo lasciò l’area dei Porale, s’inerpicò sul Tobbio e dopo qualche giorno trascorso in una costruzione abbandonata ridiscese verso Voltaggio, infine giunse alla cascina Cravara Superiore dove si sciolse. I genovesi si diressero ai Laghi della Lavagnina; Merlo e il «Puny», insieme ai russi e ad alcuni elementi appena giunti in montagna, diedero vita a un’altra formazione: in pratica il primo embrione della futura Brigata autonoma «Alessandria». All’inizio di gennaio il nucleo di Fillak, dopo un breve periodo di permanenza fuori settore, raggiunse anch’esso i Laghi della Lavagnina, ricongiungendosi agli uomini di Tosi e alla frazione staccatasi dalla ex «Banda di Voltaggio». Con i tre gruppi qui radunati, una quarantina di uomini in tutto, fu costituita la III Brigata Garibaldi «Liguria»: comandante venne nominato Edmondo Tosi, vicecomandante era Franco Gonzatti (Leo), commissario politico Rino Mandoli (Sergio Boerio). In un primo momento la sede dei comando venne posta, alla cascina Brignoleto, mentre il grosso della formazione viveva sparso nei casolari intorno. L’inconsistenza dell’armamento non impedì che venisse subito compiuta un’azione contro un posto d’avvistamento aereo, situato sul monte Zuccaro. Erano azioni importanti per il morale dei giovani, e servivano anche, sottraendole ai militi fascisti, a recuperare armi per rimpolpare i piccoli arsenali delle formazioni.

Nei primi mesi del 1944 la III Brigata Garibaldi «Liguria» e la Brigata autonoma «Alessandria» aumentarono via via i loro effettivi. I nuovi bandi nazifascisti (soprattutto quello dei 18 febbraio dai toni particolarmente minacciosi e noto come «bando Graziani») indussero un numero crescente di giovani a salire in montagna. I piccoli nuclei si dilatarono quasi improvvisamente e in poche settimane nelle alture intorno al monte Tobbio si raccolsero diverse centinaia di giovani renitenti e partigiani.
Una capillare ricerca realizzata negli anni Novanta dagli istituti storici del Piemonte ha consentito di capire meglio le caratteristiche sociali del partigianato della regione: in quell’occasione venne creata una banca data contenente le schede personali di tutti gli smobilitati delle formazioni piemontesi e della VI Zona ligure (alla quale appartenevano le formazioni partigiane del basso alessandrino) che ha permesso di indagare con precisione questioni quali le classi di età dei partigiani, la loro provenienza sociale e geografica, le dinamiche di adesione al movimento, gli spostamenti all’interno delle bande.

La ricerca ha consentito di delineare con una certa precisione anche le caratteristiche sociali dei gruppi attestati intorno al monte Tobbio che erano, in primo luogo, formati da ragazzi molto giovani: più del 25% aveva meno di 20 anni, mentre un altro 55% aveva dai 20 ai 29 anni. Più dell’80% degli effettivi era quindi al di sotto dei trent’anni.

La giovane età era naturalmente una delle caratteristiche tipiche di tutto il movimento partigiano italiano, ma in questo case l’età media dei partigiani risulta particolarmente bassa: la base partigiana era dunque formata proprio da quella generazione nata e cresciuta sotto il fascismo, quasi completamente priva di memoria e cultura politica se si esclude quella che, ad alcuni di loro, poteva provenire dalla tradizione familiare. Per la maggior parte di questi nuovi partigiani il rifiuto dei fascismo non derivava, come abbiamo già avuto modo di vedere, da una adesione motivata e cosciente a un’altra ideologia, ma in primo luogo dal rifiuto della guerra e dal disagio per la situazione in cui il fascismo aveva portato l’Italia. Come ha scritto Claudio Pavone, alle radici della loro scelta c’era in primo luogo la “disobbedienza”, disobbedienza al fascismo e all’ideologia che il fascismo intendeva imporre alle nuove generazioni (rigide gerarchie, culto della guerra e della violenza, razzismo e intolleranza, disprezzo verso gli altri popoli). La vita di montagna, nella quale invece la solidarietà di gruppo e l’egualitarismo erano valori fondanti, costituiva così un’importante scuola di vita e di nuova morale, che con il tempo avrebbe imposto di pensare anche a nuove scelte politiche, ma al momento rappresentava ancora una scelta troppo recente e di breve periodo per determinare saldi e radicati convincimenti. Solo i pochi elementi più anziani, gli antifascisti di vecchia data, erano in possesso di una discreta preparazione politica. A loro era in genere affidata la funzione di commissari politici, ai quali spettava il compito di formare le coscienze dei giovani che iniziavano a fare i conti con la loro ventennale esperienza di vita in regime fascista:

Mi ricordo che eravamo tutti giovani, del ’25, ’24 e ’23… […] Eravamo renitenti e si organizzava una resistenza, si voleva finirla con il fascismo, con la dittatura, si voleva lanciare quelle basi di un’Italia nuova, di un’Italia libera, democratica, tollerante… […] E si cominciava a discutere, venivano anche i partiti. […] Il primo che è venuto era del Partito comunista, […] poi è venuto uno del Partito d’azione e uno del Partito liberale… (testimonianza di Giovanni Ponta).

La seconda evidente caratteristica dei partigiani del Tobbio era lo strettissimo legame con i paesi delle vallate immediatamente circostanti: il 43% era nato in provincia di Alessandria, il 38 in provincia di Genova, il 6,5 in provincia di Savona. Se si scomponeva questo dato per singoli comuni di residenza risulta ancora più evidente l’immagine di un partigianato dal carattere fortemente autoctono: piccoli e medi paesi come Silvano d’Orba, Castelletto d’Orba, Rocca Grimalda, Ovada, Molare, Lerma, Campomorone, Rossiglione, Serravalle Scrivia, Bosio, o delegazione della “Grande Genova” come Sestri Ponente, Rivarolo, Pontedecimo o Sampierdarena fornivano decine e decine di effettivi alle due formazioni che andavano organizzandosi. Come vedremo, questo legame così forte con il territorio, in presenza di comportamenti non perfettamente conformi alla vita cospirativa, non era scevro di pericoli: esso rappresentò infatti una delle cause del rastrellamento ma risultò anche, nel momento dell’attacco, un vantaggio per molti ragazzi che, grazie alla conoscenza dei luoghi, riuscirono a passare tra le maglie dell’accerchiamento.

E’ infine interessante soffermare l’attenzione anche sulle caratteristiche sociali delle bande. L’esame delle professioni dei giovani affluiti in montagna ci restituisce l’immagine di formazioni a larga base popolare, ma anche capaci di attrarre uomini dai più diversi strati sociali. Così, se moltissimi giovani erano contadini (oltre il 20%, ed è un dato che riconferma lo stretto legame con i paesi circostanti a larga base rurale) e ancor più erano gli operai (il 37%, con una percentuale assai superiore alle medie dell’epoca, a riconferma del rapporto con la Genova operaia e marittima), altrettanto significative erano le presenze del mondo studentesco (quasi il 9%, quasi tutti universitari), dei commercianti (circa il 6%) degli impiegati (circa il 5%) o dei liberi professionisti (vicini al 2% degli effettivi). Anche in questo senso le bande del Tobbio, al pari delle altre formazioni della resistenza italiana, furono capaci di attrarre i più diversi ceti della popolazione, riproponendo al proprio interno una dialettica di posizioni e di esperienze che rappresentò uno dei suoi punti di forza, il segno più visibile di uno stretto legame con il territorio e con le popolazioni civili che andava ben al di là del dato politico di riferimento delle singole formazioni.

Detto delle caratteristiche sociali del movimento, bisogna subito segnalare che l’ingrossarsi delle file pose notevoli problemi logistici e di organizzazione, che derivavano in gran parte proprio dalle caratteristiche degli uomini saliti in montagna, giovani dalla limitata esperienza militare e dalla ancor più scarsa esperienza politica:

Tutti questi giovani che dai paesi e dalle città venivano qui per unirsi a noi non potevano costituire un problema visto che paradossalmente non c’erano armi per tutti… E hanno costituito un grosso problema, perché […] quando poi è uscito fuori il famoso Bando Graziani […] qui c’è stato un flusso enorme che ha messo in cattive condizioni il movimento della resistenza. […] Avere qui un ammassamento di 800-900 persone non armate, e oltretutto non armate ma bisognava darci da mangiare… e ha creato tutti i problemi che poi hanno favorito […] il massacro della Benedicta. […] i Comitati di liberazione e i comandi partigiani non potevano certamente mandar via questa gente che se non si presentava ai bandi venivano presi e venivano portati via. […]I bandi erano abbastanza crudeli: per chi non si presentava addirittura c’era la fucilazione (testimonianza di Talino Repetto).

Naturalmente il primo problema era quello dell’acquartieramento dei vari contingenti: la zona del Tobbio e delle Capanne di Marcarolo non presentava infatti grandi possibilità d’alloggiamento, essendo caratterizzata da un insediamento a case sparse, spesso molto distanti fra loro. I vari distaccamenti vennero quindi alloggiati alla meno peggio in edifici disabitati o semi‑diroccati. Carlo De Menech, uno dei primi partigiani a raggiungere i casolari intorno al Tobbio, racconta nella sua biografia partigiana l’arrivo nella cascina che doveva diventare la sede del distaccamento di cui poi divenne commissario politico:

La Grilla era una casa di abitazione a due piani, parzialmente diroccata e pericolante e con un’ampia stalla, intervallata di circa dieci metri, che ci propone a prima vista un rifugio utile al momento per ripararci dalle intemperie. […] Su questi ciottoli sistemiamo subito la lettiera, spargendovi quella poca paglia che abbiamo trovato nel fienile: sarà questo il nostro giaciglio mentre il guanciale lo rimediamo con lo zaino. […] La posizione è ideale, ma l’isolamento in cui ci troviamo, […] a ore di cammino dai più vicini distaccamenti, si farà sentire nei collegamenti e negli approvvigionamenti (Carlo De Menech, Siamo i ribelli della montagna, in “Urbs, nn. 1-2, 1995, p. 60).

Un’altra testimonianza inedita conservata nell’Archivio dell’Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria, quella del vice intendente della divisione “Mingo” Angelo Lasagna (Fernando), ripropone sensazioni analoghe a quelle di De Menech:

Il buon Giovanni mi conduce in una stanzetta piena di ragnatele, dove sono accatastate, in una confusione incredibile, pile di arnesi dalle fogge più svariate, crogiuoli a uno o due manici, setacci, pinze di ferro arrugginite, […] Vedendomi sorpreso Giuanin mi dice: “Non è roba mia, è qui da chissà quanti anni… […]Se senti qualche rumore non ti spaventare, sono topi campagnoli che girano ma non cercano te… Cercano roba da mangiare!”.

Queste descrizioni ci mostrano con grande realismo le difficoltà incontrate dai partigiani all’atto di insediarsi nel settore operativo. Ma è opportuno a questo punto riportare lo schema del dislocamento e della consistenza dei distaccamenti della III Brigata Liguria alla fine dell’inverno: sono dati puramente indicativi, poiché l’afflusso dei renitenti dilatava continuamente il numero degli effettivi, e tuttavia l’elenco di consente di avere una percezione piuttosto precisa della vorticosità con cui il movimento stava crescendo e dei problemi logistici che questo sviluppo tumultuoso rendeva sempre più gravi.

All’inizio del 1944 la formazione garibaldina era così schierata:

  1. Capanne di Marcarolo: sede dei comando, 20 uomini, comandante Edmondo Tosi, commissario politico Pennello (Fino);
  2. Cascina Benedicta: sede dell’intendenza, 50 uomini, responsabili Emilio Guerra, Saverio De Palo (Macchi) e Luigi Bovone (Febo);
  3. Cascina Menta: 1° distaccamento, 100 uomini, comandante Moro, commissario politico Giovanni Sanetti (Ugo);
  4. Cascina Nuova: 2° distaccamento, 30 uomini, comandante Maggi, commissario politico Tullio Colla (Roberto);
  5. Cascina Poggio: 3° distaccamento, 50 uomini, comandante Mitta, commissario politico Francesco Rivara (Bruno);
  6. Cascina Palazzo: 4° distaccamento, 80 uomini, com. Piero Martini (Giacomino), commissario politico Grca Cupic (Boro);
  7. Cascina Grilla: 5° distaccamento, 80 uomini, comandante Emilio Casalini (Cini), commissario politico Carlo De Menech (Lindo);
  8. Cascina Cornaggetta: 6° distaccamento, 60 uomini, comandante Walter Fillak, commissario politico Gaetano De Negri (Giuliano);
  9. Cascina Tugello: 7° distaccamento, 20 uomini, comandante Franco Gonzatti (Leo) commissario politico Lino»;
  10. Cascina Lombarda: 8° distaccamento, in via di formazione, 20 uomini circa, comandante Andrea Scano (Elio), commissario politico Giacomo Buranello (Pietra). 

In questo stesso periodo la Brigata autonoma «Alessandria» salì a circa duecento effettivi e rafforzò la sua autonomia. Infatti, falliti i reiterati tentativi d’inquadrare il gruppo di Merlo nell’ambito della III «Liguria», gli organizzatori della Resistenza decisero di ratificare ufficialmente l’esistenza di una formazione distinta nel settore: il comando fu affidato a Gian Carlo Odino (Italo), un ex‑ufficiale, e gli uomini si disposero lungo il corso dei torrente Roverno. Le loro difficoltà logistiche erano ancora superiori rispetto a quelle incontrate dai partigiani della III Liguria:

Quella ligure, la brigata Garibaldi, era più organizzata della nostra, perché venivano da Genova o da Bolzaneto o da Rivarolo, il comitato di liberazione ligure [li aiutava]. […] Avevano più armi ed erano anche più organizzati come impostazione della lotta partigiana, mentre dalla nostra parte son venuti su un sacco di ragazzi senza esperienza come io che avevo 19 anni… (testimonianza di Giovanni Ponta)

Risolta in qualche modo la questione dell’alloggiamento, restavano aperti i problemi dei vivere quotidiano. Il più urgente era quello del vitto. La distanza tra una cascina e l’altra intralciava il regolare approvvigionamento dei vari distaccamenti impedendo all’intendenza di fornire con regolarità un pasto a tutti gli effettivi: spesso i partigiani riuscivano a rimediare solo un po’ di castagne e di brodaglia. e, forse, neppure questo sarebbe stato possibile senza la collaborazione dei contadini, che dividevano con i «ribelli» il proprio scarso cibo.
L’altro nemico era il freddo dell’inverno appenninico, i cui rigori non potevano essere mitigati dal povero corredo di vestiti e coperte:

Durante la giornata, se non c’era qualche cosa di più importante, l’unica cosa era scaldarsi perché faceva molto freddo, e bere molta acqua per lenire la fame, molta fame… Andavamo a caccia di quei fruttini rossi che ci sono nei rovi, nelle boscaglie… Per mangiarli, perché avevamo molta fame. E non parlavamo mai di pastasciutte, […] perché allora era terribile, ci girava la testa solo a pensarci. […]Giornalmente andavamo a prendere le vettovaglie: […] riso, un po’ di pane… tutto lì. […] E poi si mangiava: acqua e riso senza sale, e tutto lì, il nostro pranzo era finito. […] Ma anche se eravamo in queste condizioni eravamo fermamente decisi di essere partigiani e fare il nostro dovere… (testimonianza di Santo Campi, Morgan)

Infine l’armamento, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, era estremamente ridotto: meno della metà degli uomini poteva disporre di un’arma, per lo più scarsamente efficiente e con pochi minuti di fuoco. A questa difficoltà si sperava di rimediare con i lanci promessi dagli alleati, ma essi tardarono a venire, anche perché gli anglo-americani erano restii ad armare e rifornire una formazione egemonizzata dai comunisti. Neppure il poco consistente aviolancio di marzo, giunto dopo lunga attesa, modificò di molto i termini della situazione:

Come armi non ne avevamo noi eravamo in fase di costruzione di questa bande partigiane, e il comandante Odino aveva detto così che facevano due lanci alla Benedicta, e questi lanci sono stati fatti, però hanno dato poche munizioni… […] Poca roba. […] Se guardiamo bene […] una buona parte eravamo senza armi, il nostro distaccamento era senza armi (testimonianza di Giovanni Ponta)

Nonostante queste difficoltà i distaccamenti riuscirono a organizzare con una certa precisione le loro giornate: i più esperti militarmente impartivano lezioni sull’uso delle armi e iniziò anche un paziente lavoro educativo svolto soprattutto dagli uomini politicamente più esperti, i commissari politici. Non si deve però credere, come una certa mitologia partigiana tramanda, che il loro ruolo fosse di natura squisitamente ideologica: al contrario, il loro compito prioritario era di offrire quelle nozioni elementari di storia e di cultura democratica di cui una intera generazione era stata privata dal fascismo. Per questo venne allestita una vera e propria scuola, dove gli analfabeti o i meno istruiti (e non erano pochi, in formazioni con la base sociale che abbiamo ricordato) imparavano a leggere e a scrivere e tutti iniziavano a confrontarsi con la storia d’Italia e del fascismo imparando nozioni basilari sul sistema parlamentare, sui sindacati, sull’organizzazione della società democratica:

Era tale il mio stupore che Pietro capì che mi doveva una spiegazione: “Cerca di capire che incomincia una cosa nuova, insolita, sconvolgente per i più tra di noi, che, al massimo, come esperienza di armi, conoscono i petardi […]. Dobbiamo insegnare ai giovani l’uso delle poche armi che abbiamo, ma soprattutto renderli coscienti del perché ci troviamo in questa situazione. […] Ora in questo periodo di relativa calma in cui le difficoltà sono il vitto scarso, il freddo, la scarsità di indumenti, dobbiamo prestare attenzione ai ragazzi in modo da renderli coscienti che abbiamo di fronte un esercito tecnicamente ineccepibile […] coadiuvato dagli scherani fascisti […] i quali sognano di rimettere in catene il nostro paese” (testimonianza scritta inedita di Angelo Lasagna, Fernando)

Lentamente anche i piccoli problemi del vivere quotidiano trovarono parziale soluzione: sarti e calzolai riadattavano vestiti e riparavano scarpe; mentre le rapide e frequenti puntate a fondovalle servirono a migliorare leggermente la qualità del vitto.
Eppure, malgrado gli indubbi progressi, ancora all’inizio della primavera le difficoltà degli ottocento uomini accampati nelle cascine intorno a Capanne di Marcarolo rimanevano notevoli. Un buon numero di azioni era già stato portato a termine, e tuttavia le due Brigate erano ancora lontane dal possedere tutti i requisiti necessari per la guerriglia. Nel mese di marzo fu lo stesso comando della III «Liguria» a rilevare «i propri errori e le proprie manchevolezze» in un bollettino diffuso a tutti gli effettivi nel quale venivano denunciate l’insufficiente istruzione sull’impiego delle armi e degli esplosivi e sul modo di comportarsi in pattuglia e in distaccamento», nonché la trascuratezza dei «lavoro politico ed educativo», poiché «si combatte meglio quando si sa per quale fine si combatte». Entrando più nel dettaglio le principali cagioni di preoccupazione erano individuate nella «mancanza di ordine e coesione nelle squadre […] di completa solidarietà in seno ai distaccamenti»; nella «presenza degli opportunisti, troppo palesemente opportunisti»; nella «tendenza alla vita comoda». Le conclusioni non erano delle più confortanti: “E’ ributtante, per esempio, vedere delle mense particolari e delle provviste personali. Arrischiamo assieme la vita e non vogliamo ancora dividere il nostro pezzo di pane casalingo» (il documento è conservato nell’archivio dell’Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria, fondo Pansa)

Come si vede le centinaia di uomini saliti in montagna tra il febbraio e il marzo 1944 spesso al di fuori delle attese e delle prospettive organizzative dei Comitati di liberazione, avevano accresciuto il peso concreto delle differenze politiche, sociali, culturali, che sin dall’inizio intralciarono la crescita organizzativa del movimento partigiano: il lavoro dei commissari politici dedicato a trasmettere ai giovani «ribelli» un’etica egualitaria e nuova avrebbe richiesto molto più tempo di quanto non gliene concesse il rapido precipitare degli eventi.
Per capire in che modo il partigianato di questa fascia appenninica riuscì a superare il difficile periodo invernale bisogna prestare attenzione anche al loro legame con le popolazioni locali. Il problema dei rapporti tra guerra di liberazione e mondo contadino è estremamente complesso, e tuttavia si possono brevemente accennare alcune costanti, significative di una linea di solidarietà spontanea. La politica agraria del regime aveva colpito duramente i piccoli proprietari, gli affittuari e i mezzadri, generando un diffuso malcontento; Questa «faccia del fascismo» si era mostrata anche a Capanne di Marcarolo, impersonata dal fattore dei marchesi Spinola, proprietari di molte cascine della zona. Costui, fascista convinto, si rese autore di numerose ingiustizie e soprusi nei confronti dei fittavoli. Bisogna poi considerare che quasi ogni famiglia aveva uno dei suoi componenti in guerra (non mancavano, come in tutte le vallate alpine, i caduti o i dispersi sul fronte russo). La quasi ovvia ostilità nei confronti dei nazifascisti si accompagnava a un moto di simpatia verso i giovani renitenti, che ricordavano ai contadini i figli e i parenti lontani. A questo proposito basti citare il coraggio con cui gli abitanti di Marcarolo portarono soccorso ai partigiani feriti durante il rastrellamento e il prezzo che, come vedremo, pagarono per quei gesti di umana solidarietà; o, ancora, il loro contributo all’opera di recupero delle vittime dell’eccidio. Inoltre, come abbiamo avuto modo di constatare analizzando la provenienza geografica dei partigiani, i legami tra gli uomini saliti in montagna e gli abitanti dei paesi delle vallate dell’Ovadese e del Novese, a larga maggioranza contadina, era strettissimo: da diversi piccoli paesi salirono in montagna quasi tutti i giovani nati tra il 1923 e il 1925 e proprio l’ambiente della comunità locale diventò il vero fulcro della scelta e, successivamente, della vigilante tutela per i ragazzi dei vari distaccamenti. L’analisi delle schede di smobilitazione dei partigiani ci segnala che spesso i ragazzi salivano in montagna a gruppi partendo dallo stesso paese e nello stesso giorno: la comunità locale fu quindi decisiva nella maturazione di una decisione di aderire al movimento partigiano collettivamente condivisa e accettata e diventò, in questa sorta di rito della partenza, una garanzia di protezione e copertura. In definitiva, resta l’evidenza di una collaborazione, oscura ma decisiva, allo sviluppo e al sostentamento delle bande: collaborazione che neppure il terrore instaurato nella Settimana Santa del 1944 riuscì a neutralizzare completamente. E’ anche con l’esistenza di questo retroterra solidale che si spiega la ripresa dei movimento partigiano in questo settore successivamente al rastrellamento e nonostante le atrocità in esso perpetrate.

La riflessione sull’episodio della Benedicta si muove necessariamente tra luci e ombre. La domanda «Poteva andare diversamente?», che impegnò a lungo la stessa riflessione del movimento partigiano nelle settimane e nei mesi immediatamente successivi l’eccidio, acquista legittimità solo se è utile a mettere in gioco l’esigenza di comprendere, oltre il mito, la complessità degli eventi e la stessa natura delle formazioni partigiane con i loro punti di forza e i loro limiti.
Il rastrellamento fu preparata meticolosamente e si inserì in un vasto piano di repressione del movimento partigiano che i nazisti misero in atto, da est verso ovest, in tutta l’Italia del Nord nella primavera 1944. Ma per dimensioni e risultati l’operazione contro i partigiani attestati intorno al Monte Tobbio fu particolarmente rilevante. Come scrivono Cesare Manganelli e Brunello Mantelli:

Dal 15 marzo al 15 aprile 1944 furono condotte […] quattordici azioni antipartigiane che portarono alla cattura di 1.390 prigionieri, di cui i rastrellati alla Benedicta rappresentavano più di un quarto del totale (26,5%) (Manganelli-Mantelli, Antifascisti, partigiani, ebrei. I deportati alessandrini nei campi di sterminio nazisti 1943-1945, Aned-Franco Angeli, 1991)

Si trattò quindi dell’operazione antipartigiana più significativa di quel periodo ed assunse un significato non solo di attacco contro i giovani in armi, ma anche di deliberato terrore nei confronti delle popolazioni civili, nel tentativo di rompere quella catena di solidarietà che aveva portato i giovani in montagna e stava diventando uno dei punti di forza della nascente organizzazione di resistenza.

Se l’azione militare fu particolarmente decisa e si trasformò in un piano d’azione che i nazisti avevano preparato in tutto il Nord Italia, non bisogna dimenticare che le forze della neonata Repubblica sociale italiana ebbero un ruolo molto importante nelle diverse fasi del rastrellamento: furono i fascisti a chiedere a ripetizione l’azione antipartigiana, furono i fascisti a tessere una fitta rete di delazioni che consentì di individuare facilmente i nuclei di giovani partigiani e, infine, furono i militi della RSI ad affiancare attivamente i nazisti in azione.

Nuove disponibilità archivistiche consentono di documentare assai bene l’attivismo dei fascisti repubblicani. Presso l’Archivio di Stato di Alessandria è infatti possibile leggere molte note informative dalle quali emerge con precisione l’ossessiva insistenza con la quale i militari e i funzionari della Rsi continuarono, tra fine febbraio e fine marzo, a chiedere ai camerati tedeschi di avviare operazioni di rastrellamento contro gli uomini attestati a Capanne di Marcarolo. Ecco cosa si può leggere, ad esempio, in due tra i molti documenti ormai disponibili. Il 18 marzo il “Capo della Provincia di Alessandria” scrive al Ministero degli Interni di Salò:

Da qualche tempo viene segnalata nella parte meridionale della Provincia, e precisamente nella zona montuosa confinante con il territorio di Genova, la presenza di gruppi di ribelli provenienti da località dell’Appennino Ligure.

Da informazioni pervenute e dagli accertamenti effettuati in loco è risultato che le bande contano numerose unità e che fanno parte di essa anche alcuni elementi di nazionalità inglese e slava.

Pare inoltre che dispongano di abbondante e moderno armamento.

Essi si trovano attualmente in una zona molto impervia, sulle pendici del Monte Poggio presso le “Capanne di Marcarolo”, site nel territorio del Comune di Lerma, da dove talvolta discendono facendo sporadiche puntate verso gli abitati.
Vista le tendenze della bande ad espandersi ed a commettere ulteriori azioni terroristiche e di saccheggio, si è resa indilazionabile la necessità di eseguire il rastrellamento della zona infestata. 

Presi pertanto gli opportuni accordi con gli organi di polizia, è stata predisposta la organizzazione di una colonna composta di seicento militi della Guarda Nazionale Repubblicana, convenientemente dotati di armi automatiche.
Essa sarebbe impiegata su tre compagnie e, mentre su una direttrice i ribelli sarebbero impegnati frontalmente, si tenterebbe, con gli altri due reparti, di precludere loro ogni possibilità di fuga ed effettuarne la distruzione o la cattura.

Definiti tutti i particolari, l’azione fu sottoposta all’esame del locale Comando Germanico, che in un primo momento l’ha approvata pienamente.
Al momento però di iniziare la fase esecutiva, lo stesso Comando Germanico ha improvvisamente fatto conoscere che […] si rende necessario sospendere ogni azione, con riserva di compiere tale rastrellamento successivamente con truppe tedesche .

Costretto quindi, per gli indugi, frapposti dal Comando Germanico,a differire ogni attività repressiva, che per altro, data l’accurata preparazione e la sufficienza dei mezzi, avrebbe avuto certamente buon esito, ho proceduto per ora al rafforzamento dei presidi della Guardia Nazionale Repubblicana dislocati nelle zone interessate.

I fascisti repubblicani non solo chiesero con insistenza di effettuare le operazioni di rastrellamento, ma addirittura prepararono con solerzia le unità per effettuarlo loro stessi. Neppure il divieto di avviare l’operazione frapposto dai nazisti, li fece desistere dai loro propositi. Due giorni dopo, il 20 marzo, il Capo della Provincia inviò un’altra nota al proprio Ministro:

In conseguenza del divieto posto dal Comando Militare Germanico al già predisposto rastrellamento, è stato eseguito per mezzo della Guardia Repubblicana, un rafforzamento dei presidi della zona.
Questa misura, però si rileva insufficiente.

Essa inoltre, per il suo carattere meramente difensivo, non impedisce che la banda accresca non soltanto la sua consistenza numerica ma, altresì, la sua audacia.

In atto le sole forze della Polizia e della G.R. disponibili in provincia possono essere bastevoli a eliminare dal territorio provinciale (che sino ad ora ne era rimasto immune) l’azione dei partigiani. Mentre ulteriori indugi porterebbero a una situazione che, come verificatosi altrove, assumerà proporzioni più vaste e richiederà, poi, l’impiego di mezzi ben maggiori.
Mentre resto in attesa di disposizioni al riguardo, prego di voler rappresentare quanto sopra esposto al Comando Superiore Germanico per le determinazioni del caso. 

Di fronte ai presunti tentennamenti nazisti, che oggi possiamo interpretare anche come una sorta di fastidio per l’intraprendenza di uomini di non si fidavano molto e che che venivano addirittura giudicati di possibile intralcio per le operazioni che sarebbero scattate di lì a un paio di settimane, i fascisti locali si appellarono alle autorità superiori per chiedere quell’azione antipartigiana che restava in cima ai loro pensieri. Del resto la Gnr aveva preparato il rastrellamento prestando anche molta attenzione all’attività di spionaggio e aveva cercato di infiltrare molti suoi uomini tra i partigiani dislocati a Capanne di Marcarolo. Alcune spie furono individuate e fucilate, ma ciò non impedì la stesura di una mappa circostanziata dello schieramento resistenziale. La stessa sovrastima dei numero dei «ribelli», valutati intorno alle duemila unità, e dei loro livello d’armamento si può ricondurre, alla luce di questi documenti e di altri redatti dalla Guardia Nazionale Repubblicana (uno di essi, che dimostra una conoscenza piuttosto precisa del dislocamento dei reparti partigiani è pubblicano in Riservato a Mussolini, Feltrinelli 1975, pp. 256‑257), alla volontà di indurre i nazisti a moltiplicare il loro impegno nel «risanamento» della zona, anche se non si possono escludere ingenui errori di rilevazione o addirittura che i fascisti avessero prestato credito a false informazioni al rialzo fornite dagli stessi partigiani alle spie con lo scopo di diffondere tra i nazifascisti l’idea di trovarsi di fronte a formazioni molto organizzate; tali false informazioni, se effettivamente furono fornite, si rivelarono tragicamente controproducenti.
Ciò che qui ci preme però soprattutto rilevare è il ruolo attivo e diretto dei fascisti nella richiesta del rastrellamento e la loro volontà di parteciparvi direttamente, perché le carte che abbiamo appena citato ci sembra facciano giustizia, con la forza della documentazione storica, ad alcune tesi revisionistiche che hanno avuto recentemente anche una vasta fortuna nell’opinione pubblica secondo le quali la Repubblica sociale svolse una funzione di “cuscinetto” tra i nazisti e i partigiani: secondo questa tesi la Repubblica Sociale Italiana e i suoi uomini avrebbero contribuito ad abbassare la soglia di violenza, frenando la brutalità nazista ed evitando, in alcuni casi, stragi e rastrellamenti. Ora, i documenti citati sono più che sufficienti per dimostrare la pretestuosità di questa tesi: non solo la RSI, in questo come in moltissimi altri casi, non svolse affatto una funzione di deterrente allo scatenarsi della violenza, ma fu essa stessa a sollecitarla, con una insistenza che infastidì anche i comandi germanici.

Un’altra questione che ha caratterizzato negli anni il dibattito storiografico relativo all’eccidio della Benedicta e che in parte si ricollega al problema del ruolo dei militari della Rsi nel rastrellamento, riguarda le forze impegnate nell’attacco. La letteratura storiografica, ma soprattutto la memorialistica, hanno spesso proposto cifre molto differenti tra di loro, arrivando a scrivere di 20.000 rastrellatori, tra nazisti e fascisti di Salò. Anche noi, nella prima stesura di questo opuscolo, avevamo parlato di “parecchie migliaia di armati”, incerti su quale fonte fosse più attendibile tra quelle a nostra disposizione. Gli studi di Cesare Manganelli e Brunello Mantelli, che hanno potuto lavorare su fonti provenienti dagli archivi tedeschi, ci hanno offerto una risposta pressoché definitiva riguardo al numero degli attaccanti, che si aggira sulle 2.000 unità:

Il numero di soldati tedeschi che condussero il rastrellamento può essere stimato complessivamente tra mille e millecinquecento, tutti della fanteria (granatieri), a cui si aggiunsero trecentoventi o trecentocinquanta militi della Gnr (corsivo nostro) oltreché un numero imprecisato, ma non certo superiore a qualche decina di bersaglieri (Manganelli-Mantelli, Antifascisti, partigiani, ebrei..,. p. 61).

Queste cifre testimoniano anch’esse il ruolo non certo secondario dei fascisti repubblicani nell’effettuazione stessa del rastrellamento e rappresentano una prova ulteriore che la Repubblica sociale non svolse alcuna funzione di “cuscinetto” o di ammortizzatore della violenza: al contrario furono proprio i fascisti a sollecitare l’operazione antipartigiana e ad accollarsene i compiti più terribili : proprio ai militi italiani di Salò, come risulta da molte testimonianze, venne infatti affidato il compito di formare il plotone d’esecuzione che giustiziò sul posto quasi cento partigiani.

Fatta chiarezza sul numero degli attaccanti, resta da rilevare, come ha notato giustamente Pier Paolo Rivello anche in una recente intervista, che la vera differenza tra partigiani e rastrellatori non riguardò tanto il numero degli uomini che si trovavano sui due fronti (quasi il triplo, comunque, se si considerano anche le truppe impegnate con funzioni di collegamento o nelle retrovie a favore nei nazifascisti), ma la disparità di mezzi. Se infatti, come abbiamo visto, molti dei circa ottocento ragazzi dislocati nei diversi distaccamenti partigiani erano addirittura disarmati, i nazisti e i fascisti disponevano “di un armamento e di mezzi più che adeguati, con autoblindo, cingolati, mortai, lanciafiamme, mitragliatrici pesanti, molte armi automatiche e vari pezzi di artiglieria da montagna” (Pier Paolo Rivello, Quale giustizia per le vittime dei crimini nazisti, Torino, 2002, p. 126).
Per una ironia della storia, la conferma più evidente dell’enorme disparità di mezzi tra nazifascisti e partigiani ci arriva proprio dalle fonti tedesche: nei giorni seguenti il rastrellamento i nazisti in vari documenti tra cui il Giornale di guerra del Gruppo di Armata Von Zangen, che qui si cita, tracciarono con soddisfazione il bilancio dell’operazione, che costò ai partigiani “145 morti e 368 prigionieri” a fronte di soli “4 morti fra cui un soldato italiano” tra le proprie fila, e dichiararono la consistenza del “bottino” strappato ai partigiani:

1 automobile, 120 fucili da caccia, 9 revolver, 9 pistole, 11 pistole ad avancarica, 1 baionetta, 15 fucili (italiani e francesi), 7 fucili mitragliatori (americani), 1 fucile mitragliatore (italiano), pezzi di ricambio per fucile mitragliatore (americano), 4 cuffie radio, piccole quantità di munizioni e di equipaggiamento” (allegato n. 3 al Giornale di Guerra, citato in Manganelli-Mantelli, p. 139).

Anche volendo ipotizzare che i partigiani meglio armati fossero quelli che riuscirono a sfuggire all’accerchiamento, è sufficiente questo documento per capire di quale misero arsenale disponessero gli uomini attestati nei cascinali intorno alla Benedicta armati, quando andava bene, con un fucile da caccia: questa era la situazione dei due fronti in quella tragica alba del 6 aprile 1944 e indicava che per i giovani partigiani il destino era segnato.
Ma prima di narrare i drammatici giorni del rastrellamento, occorre ancora ragionare sul comportamento dei partigiani nelle settimane precedenti l’attacco: essi a dir poco sottovalutarono quanto stava avvenendo, non tenendo nel debito conto le informazioni che erano in loro possesso. Infatti, non solo avrebbero dovuto valutare con più attenzione il lavoro delle spie, che pure avevano individuato e a volte giustiziato, ma è ancor più difficilmente comprensibile la sufficienza con cui accolsero le informazioni sul possibile rastrellamento che continuavano a giungere loro. Infatti sia le fonti scritte sia le testimonianze orali attestano che non solo tra i comandi, ma nella stessa base partigiana circolarono con frequenza notizie di una possibile azione nazifascisti:

Io andavo regolarmente una volta la settimana a Novi, a piedi […] e portavo su dei prigionieri o delle armi, quello che mi davano il Comitato… […] Era già un mese che dicevano sempre che vengono a fare ul rastrellamento… […] Insomma, ormai era una cantilena che ci credevamo e non ci credevamo…(testimonianza di Roberto Fossati).

Anche la memorialistica è zeppa dei segni di una disarmante sottovalutazione del pericolo:

[…] i tedeschi da qualche tempo stanno facendo preparativi per eliminare questa pericolosa sacca e il nostro Comando ne viene a conoscenza attraverso vari canali informativi.

Anche noi, in Grilla (la cascina sede del distaccamento, ndr) riceviamo un dispaccio in tal senso da una guida di Campoligure, ma il comando di brigata non crede ad un rastellamento in grande stile, bensì a qualche puntata dei tedeschi per ricacciarci lontano dalle loro principali vie di comunicazione, puntate che poi dovrebbero rientrare.

Siamo, comunque, in stato di preallarme (Carlo De Menech, Siamo i ribelli della montagna, in “Urbs, nn. 1-2, 1995, p. 65)

Quello che appare più sorprendente è però la scarsa considerazione con cui vennero accolte, da parte dei comandi, le continue segnalazioni di movimenti di truppe e le notizie di possibili rastrellamenti che giunsero a ripetizione già parecchi giorni prima dell’attacco:

Un pomeriggio dell’ultima settimana di marzo c.a. un corriere proveniente da fondo valle portava la notizia di un probabile rastrellamento in grande stile da parte di forze repubblicane. Questa comunicazione venne subito inviata per conoscenza a tutti i Comandanti militari.

[…] Alle due del mattino del giorno tre aprile giungeva il corriere proveniente dal Centro, recante la notizia di un rastrellamento fatto da parte di reparti germanici. Immediatamente anche questa comunicazione veniva con tutta urgenza portata a conoscenza di tutti i distaccamenti (Relazione del Comandante della brigata d’assalto ligure, in Archivio Isral, Fondo III Brigata Liguria).

A queste informazioni venne prestato scarsissimo peso e le misure difensive furono irrilevanti, limitandosi ad ordini impartiti ai distaccamenti più avanzati affinché lasciassero “l’accantonamento occultandosi nella montagna” o a diramare “quelle istruzione di carattere generale che si ritenevano necessarie per orientare e inquadrare tutti i Comandanti di distaccamento”. Così gli uomini arrivarono al giorno fatidico quasi completamente impreparati. Uno dei più illuminanti documenti in al senso è il rapporto, un po’ approssimativo grammaticalmente ma di indubbia efficacia narrativa, redatto pochi giorni dopo il rastrellamento da un Commissario politico della III Liguria Fino:

In ogni distaccamento non era visto il pericolo di un rastrellamento, era totalmente scartato che i tedeschi si immischiassero in tali operazioni; a sostenere questa tesi c’era pure il comandante militare. In due riunioni di comandanti militari dei singoli distaccamenti fu portato all’ordine del giorno la probabilità di un rastrellamento, fu pure deciso che in caso di tale operazione da parte del nemico la via della ritirata doveva essere in due direzioni diverse per poi trovarsi al monte Dente, questo fu discusso, ma non preso sul serio (Il documento è nel volume Le Brigate Garibaldi nella Resistenza, Feltrinelli, 1975, vol. I, p. 379).

In un altro Rapporto sui fatti militari posteriormente alla data del 27 marzo 1944 redatto probabilmente dall’intendente Emilio Guerra, si legge esplicitamente che

Il Comando non tenne in sufficiente valore le informazioni assai anticipate del probabile inizio di un rastrellamento perché le prime informazioni non furono seguite dai fatti e si attribuì valore di paura a quello che invece gli informatori consideravano sentimento di dovere e di prudenza.

Avremo modo più avanti di tornare sulle carenze dell’organizzazione partigiana che fu tra le concause del rastrellamento, e sul lavoro di autocritica che maturò nel movimento partigiano e portò a una organizzazione delle bande del tutto differente. E’ però utile avanzare almeno una considerazione per cercare di capire questa tragica sottovalutazione del pericolo: lo stato ancora embrionale del movimento, la diffidenza per la “politica” diffusa in frange significative dello schieramento partigiano, il tumultuoso ingrossarsi delle fila, il via vai continuo tra paesi di fondo valle e cascine sedi dei distaccamenti, caratterizzato da puntate dei partigiani alle loro case e frequenti visite di amici e parenti, avevano nel tempo fatto maturare tra i giovani attestati intorno alla Benedicta la convinzione di trovarsi in una sorta di zona franca, al riparo dai pericoli e tutelati dalla protezione del loro retroterra sociale. In questa situazione in cui pareva regnare una sorta di tacita non belligeranza, in cui ognuno faceva la sua parte senza però passare dalle parole ai fatti: nazisti e fascisti che minacciavano ma non intervenivano, giovani che non aderivano ai bandi ma preferivano occultarsi piuttosto che organizzarsi militarmente. L’insufficienza dei rapporti tra i centri politici della resistenza e le formazioni, la mancanza di un nucleo consistente di antifascisti preparati e in grado di porsi alla testa del movimento (significativa l’assoluta difformità nel giudicare la situazione tra i Commissari e i Comandanti militari che traspare dai documenti citati) aveva consentito a questo atteggiamento di imporsi anche tra i quadri di comando, e portò a terribili conseguenze.

Sul piano della tattica militare resta da dire che i responsabili dei gruppo garibaldino cercarono di approntare un piano di sganciamento, ad est verso la Val d’Orba e l’Acquese e a sud-ovest verso Voltri e Arenzano, relegandolo però nella sfera di un’eventualità piuttosto remota. Nessuno, insomma, volle credere che sarebbe successo quello che poi effettivamente accadde.
La narrazione del rastrellamento si muove tra la fredda contabilità dei documenti nazisti e fascisti che con la cadenza burocratica dei resoconti militari ci informano delle diverse azioni, delle perdite nemiche e dei prigionieri catturati, e la drammatica intensità dei racconti individuali dei sopravissuti:

Stamattina ore 6 sono state riprese operazioni rastrellamento dalle linee di sosta raggiunte nella serata di ieri punto solo alcuni centri hanno abbozzata una parvenza reazione punto sino ore 15 di oggi erano stati fatti circa 200 prigionieri e sembra che i morti ascendano a qualche decina punto […] reparti legioni hanno continuato servizio blocco fermando diverse decine ribelli sbandati disarmati che erano riusciti infiltrarsi tra un reparto e l’altro delle truppe operanti punto.

Così si può leggere in un fonogramma inviato dal Comando provinciale Gnr di Alessandria al Comando generale – servizio politico alle ore 22.20 del 7 aprile, e altrettanto impressionante per la sua freddezza burocratica è il fonogramma inviato alle ore 15.35 dell’11 aprile, quando le operazioni erano pressoché giunte al termine e l’esito dell’operazione si rivelava come una vera e propria carneficina:

Giorno 8 e 9 sono continuate operazioni rastrellamento zona Monte Pobbio (sic) più Capanne Marcarolo et capanne superiori punto zona Monte Pobbio Cascina Labenedetta (sic) et Capanne superiori dove ribelli erano più numerosi et meglio organizzati si sono avute resistenze punto da notizie giunte tutto ieri perdite ribelli ascendono a circa 200 punto un bersagliere morto alcuni feriti germanici […] sono stati passati alle armi 90 ribelli tra i quali un ten. colonnello ex reg. esercito e capitano Tosi […] punto numero prigionieri ascende circa 400 punti (i due documenti sono riportati in Manganelli – Mantelli, pp. 152-153).

Rimandando alle altre pubblicazioni in cui lo sviluppo militare del rastrellamento è narrato con maggiore dettaglio, in particolare i lavori di Giampaolo Pansa e di Cesare Manganelli e Brunello Mantelli, qui converrà lasciare la parola ai protagonisti e ripercorrere sul filo della memoria i giorni del rastrellamento. Sono storie individuali, ma anche racconti paradigmatici dei modi in cui le centinaia di giovani spesso disarmati vissero quella drammatica esperienza.

Abbiamo visto che il rastrellamento, orchestrato dai comandi militari germanici di Genova e Alessandria, scattò nella notte fra il 5 e il 6 aprile 1944. La manovra d’accerchiamento doveva isolare in una sacca senza vie d’uscita tutta l’area compresa tra la Valle Stura e la Valle Scrivia. Cinque colonne motorizzate si mossero insieme, rispettivamente dai settori di Lerma, Carrosio e Voltaggio, Masone, Rossiglione e Campomorone. Un aereo «Cicogna» guidava la spedizione, segnalando dall’alto la presenza dei «ribelli». Nella situazione che abbiamo descritto, l’attacco non poteva che cogliere di sorpresa i partigiani del Tobbio:

Tulipano era andato in pattuglia al posto mio e noi ci preparavamo per la sera per andare in azione. Intanto il Verde aveva fatto un risotto con i fagioli, preparava soffritti e tutto. Gustavamo già… A mezzogiorno si mangiava!!! E in un attimo… Guardiamo verso i laghi, in un sentiero… Ma cos’è quella cosa che si muove laggiù? Un biscione? Cos’é?

Allora Sbarra, il comandante, va e prende un binocolo. Uh! dice, una colonna enorme di tedeschi che sta venendo da questa parte!

E la miseria! Noi… Nessuno ci ha avvisato, niente… E allora via, in fretta e furia, abbiamo fatto su tutta la nostra roba (testimonianza di Santo Campi).

[…] vedo due che vengono su di corsa verso di me… […] Sentivo sparare, e io ho detto: avran fatto i lanci, perché dovevano fare i lanci gli inglesi. […] C’era uno che era di Salerno, si chiamava Masaniello, […] c’aveva una valigia, […] era tutta sventrata e non se ne era nemmeno accorto… Mentre andava ci avevano sparato, […] non l’hanno preso, però la valigia era tutta rotta… Ha visto me e si è messo a piangere. […] Dico: ma cosa succede? Dice: C’è un rastrellamento così e così… Allora l’ho lasciato lì e io sono andato a vedere dove c’era il mio distaccamento. Sono arrivato là e le armi le ho nascoste, che poi le ho prese dopo due o tre mesi, e ho visto che [la cascina] bruciava già (testimonianza di Callisto Arecco).

Il rastrellamento scoppiò improvviso, e i nazifascisti attaccarono in forze. I gruppi più organizzati tentano di rispondere all’attacco ma la maggior parte dei partigiani ebbe solo il tempo di nascondersi alla meglio, sperando di non cadere nelle mani dei rastrellatori:

[…] la manovra di accerchiamento è in atto. Forti colonne avanzano in zona occupata dalle forze partigiane, aerei da osservazione tedeschi sorvolano ininterrottamente la zona, mentre le artiglierie martellano senza posa le postazioni partigiane. […] Superiorità tedesca in quanto dispongono di armi il cui tiro è più lungo di quello delle armi partigiane. […] I tedeschi iniziano un violento fuoco di mitragliatrici pesanti mentre la fanteria nemica avanza. Scambio di bombe a mano. I partigiani si ritirano in forze verso L’intendenza. […] Il Comando viene abbandonato. Il 1° e il 3° distaccamento attaccano per tutta la notte le posizioni dei nemico. […] Violenti combattimenti tra le rocce, con lancio di bombe a mano offensive ed incendiarie. I tedeschi usano lanciafiamme. Tutto brucia. […] Da 48 ore non dormiamo, non mangiamo, non beviamo. Resistiamo. Alci n’ scappano, abbandonano le armi. Vigliacchi. Ore 7,30: guardo l’orologio per l’ultima volta! I combattimenti si fanno più aspri: ‘indietreggiamo! il fumo è tale che sembra notte (dal diario di Walter Ulanowski (]osef), studente ventunenne catturato durante il rastrellamento il 7 aprile).

La “cicogna” continua a volteggiare e segnala con bengala i gruppi partigiani che ancora resistono; noi aspettiamo con ansia la sera e la sospirata nebbia.

Nell’attesa ognuno segue i propri pensieri: con un senso di rimorso penso a mia madre, abbandonata, sola alle prese con le difficoltà consuete della vita di un paese in guerra.

[…] Si ode il ronzio della “cicogna”, ma, se alziamo gli occhi, non la vediamo: buon segno. UN bengala sganciato non ha il bagliore dei primi, ma appare quasi velato da un paralume; da più parte si sente bisbigliare, ella nebbia (testimonianza scritta inedita di Angelo Lasagna, Fernando)

Colti di sorpresa, diversi gruppi agirono d’istinto e molti di loro decisero di convergere verso la Benedicta, dove aveva sede il comando della III Liguria:

Il Comandante, in una rapida riunione di emergenza, dispone di ritirarsi verso la Benedicta, come previsto dai piani di comando. Affannosamente mettiamo in uno zaino i pochi viveri di cui disponiamo, consistenti in alcune pagnotte e in un pezzo di lardo. In lontananza si odono brevi raffiche intercalate da colpi isolati dei “ta-pum” Nell’avvicinarci alla Benedicta, sentiamo più distinto il fragore delle esplosioni di bombe a mano, con i “tra-tra” delle machine pistole (testimonianza scritta inedita di Angelo Lasagna, Fernando).

Nessuno lo immaginava, nessuno… Poi si sono visti arrivare là alle Capanne i tedeschi addosso e allora c’è stato uno sbando… […] Tanti […] si sono concentrati alla Benedcita pensando che arrendendosi […] sarebbero stati fatti prigionieri, non trucidati. (testimonianza di Dante Ghezzi, Pietro).

Per molti fu questo l’errore fatale: anziché sparpagliarsi a piccoli gruppi cercarono aiuto e direttive dove erano dislocati i partigiani più esperti. Così confluirono verso la Benedicta non solo diversi partigiani della III Liguria, che dipendevano direttamente dal comando dislocato nella grande cascina, ma anche numerosi gruppi di giovani, in gran parte disarmati, in forza alla Brigata Autonoma Alessandria:

Siamo andati alla Benedicta e il comandante della Benedicta Macchi ci ha dato delle munizioni di scorta e ci ha detto: ragazzi, andate verso i mulini di Voltaggio e non lasciate che i tedeschi avanzino verso di noi. E mentre ci avviamo […] abbiamo trovato una schiera dei famosi badogliani di Odino, trenta, quaranta, cinquanta, non so quanti, forse cento… non so quanti erano. E… cantavano. Tutti insieme… Ohhhh… E io ricordo che gli ho detto: ma cosa fate?!? Cantate? Ma sparpagliatevi, tre o quattro assieme, e via…

[…] Cantavano, felici loro… Venivano da noi perché dicevano: ci difendono loro, sono armati… Ma sparpagliatevi, non state tutti insieme… […] Anche gli altri miei amici lo dicevano. E invece loro sono andati alla Benedicta (testimonianza di Santo Campi)

Quando noi abbiamo scoperto i tedeschi li avevamo ormai addosso: avevano chiuso tutti i valichi, […] e il capitano Odino ci ha radunato lì nella cascina… Andiamo tutti alla Benedicta perché là ci sono le armi e facciamo la resistenza. Siamo partiti, siamo andati alla Benedicta, […] siamo arrivati là e c’erano i tedeschi, quello è stato lo sbaglio (testimonianza di Giovanni Ponta).

Così, mentre i gruppi più organizzati e i ragazzi che conoscevano meglio il territorio riuscivano, approfittando anche della situazione caotica che si andava creando, a passare tra le maglie del rastrellamento, per molti altri non vi fu scampo. Impreparati alla guerriglia, disarmati, privi di ordini e di contatti, diventarono facile preda per gli attaccanti. Molti di loro, in particolare quelli confluiti alla Benedicta, anziché la salvezza trovarono ad attenderli i nazifascisti e vennero subito catturati. Una buona metà della Brigata «Alessandria» andò incontro a questa sorte: della formazione autonoma solo il piccolo nucleo di Merlo riuscì abbastanza in fretta a portarsi fuori dalla «zona calda» e a salvarsi, attraversando il Lemme dopo due brevi soste alla cascina Carrosina e ai Molini di Voltaggio.
I ragazzi catturati alla Benedicta all’alba del 7 aprile vennero fucilati sotto gli occhi di alcuni loro compagni, che erano sfuggiti alla cattura ma non erano ancora riusciti a filtrare tra le maglie del rastrellamento e rimanevano nascosti nei pressi del grande cascinale:

Noi eravamo lì nel bosco di fronte… Non potevamo vedere ma sentivamo la mitraglia che sparava, e avevamo visto tutti questi nostri compagni, che […] la maggior parte erano tutti disarmati e si sono consegnati prigionieri qui alla Benedicta… […] Li hanno presi prigionieri e poi a gruppi di quattro o cinque li hanno portati […] in quella curva […] e li fucilavano […] con la mitraglia (testimonianza di Roberto Fossati).

Ma il racconto più drammatico del lungo e macabro rituale della fucilazione, che si protrasse per molte ore, è quello di Giuseppe Odino, che sopravvisse all’esecuzione:

Ci hanno chiamato, al mattino, cinque alla volta. Io ero nel quinto gruppo, dal ventunesimo al venticinquesimo. […] Dopo la curva sulla destra ho cominciato a vedere cinque morti, di Serravalle, che era poi il mio gruppo che conoscevo meglio. […] Anche lì, si ha delle sensazioni, perché… […] Io vedevo un certo Chiappella, di Serravalle, tutto sporco di sangue evidentemente, e la mia impressione, a prima vista, mi sembrava impossibile… L’hanno impiastrato di rosso per farci parlare noi… […] C’hanno schierato là […] e lì c’era il plotone d’esecuzione… tempo neanche d’essere in fila e c’han tirato… e… Io sostenevo un partigiano […] praticamente l’ho tenuto su così, e m’ha salvato lui […]. E son caduto giù, e questo me lo son portato dietro, involontariamente… […] Questo momento veramente tra i più brutti di tutti quelli che ho passato, perché sentivo le pallottole fischiare… […] Io sono rimasto lì, perché c’era questo plotone d’esecuzione di bersaglieri, bersaglieri di Stanza a Bolzanerto, ma questo me l’hanno detto dopo, io ho visto che non erano tedeschi, che erano militari italiani… Comunque cado giù, e mentre vado giù c’è Leo, che è vicecomandante della brigata, che han tentato di fare un colpo, ha sparato… […] Ho sentito gli ufficiali italiani che comandavano il plotone d’esecuzione … “Ci ritiriamo alla Benedica che siamo attaccati”. Io quando ho sentito così ho cominciato a tirare fuori la testa, guarare un po’… Vedevo che andavano verso la Benedicta, e lì c’è un ruscello sulla sinistra e me ne sono andato lungo quel ruscello e ho camminato più che potevo camminare… […] Poi mi è venuta paura, perché vedevo questo aereo che girava, e non è che segnalasse me, però sai, in quei momenti… Lo vedevo con la mia testa… E allora cosa ho fatto? C’erano delle foglie secche ho preso tutte queste foglie secche e mi ci sono infilato e sono rimasto lì… (testimonianza di Giuseppe Odino).

Il rastrellamento non ebbe termine con le fucilazioni. Nella notte tra il 7 e l’8 aprile l’azione antipartigiana proseguì con immutata intensità e investì anche diversi componenti della III «Liguria», lasciata quasi indenne dalla prima fase dell’operazione.

Trenta partigiani del V distaccamento, che sotto la guida di Emilio Casalini (Cini) erano riusciti a sganciarsi dalla cascina Grilla al monte Orditano, vennero sorpresi in cammino nei pressi dei monte Figne: catturati, furono tradotti a Voltaggio per essere giudicati da un tribunale di guerra. A Masone, invece, furono concentrati una quarantina di uomini rastrellati tra Campo Ligure e Rossiglione. Il bilancio delle perdite per i partigiani diventava sempre più pesante. Già nel corso della nottata altre ventuno vittime si aggiunsero a quelle della Benedicta: quattordici ragazzi pressoché inermi furono trucidati a Passo Mezzano e un’analoga sorte conobbero i componenti di una piccola squadra di sette «ribelli», caduti in un’imboscata tra Cravasco e i Piani di Praglia e giustiziati a Isoverde. Le esecuzioni proseguirono durante la giornata successiva: a Villa Bagnara caddero tredici dei quaranta prigionieri di Masone; a Voltaggio, invece, furono fucilati cinque autonomi e tre garibaldini, tra cui Emilio Casalini, comandante del V distaccamento.
Si era alla vigilia di Pasqua e i morti superavano ormai abbondantemente il centinaio. Tre giorni dopo, l’11 aprile, sempre a Voltaggio si registrò il massacro di altri otto appartenenti alla Brigata «Alessandria»; e questo quando già le forze tedesche avevano ricevuto l’ordine di abbandonare il settore e rientrare in sede.

Anche se non costò vite umane, uno degli atti di violenza gratuita dei nazifascisti si indirizzò verso la Benedicta: l’antico edificio “colpevole” di avere ospitato il comando e l’intendenza della III Liguria, dopo aver svolto la funzione di prigione per i ragazzi in attesa di essere fucilati o deportati nella serata del 7 aprile, venne minato e distrutto. Come in altri luoghi d’Italia e del mondo la guerra non risparmiava, nella sua logica folle, neppure questo grande cascinale sorto come convento benedettino che rappresentava uno dei luoghi di maggior interesse storico e architettonico della fascia appenninica.
E’ assai difficile fare un computo totale delle vittime. Alle centoquarantasette esecuzioni «regolari» bisognerebbe aggiungere i caduti in combattimento e i contadini della zona trucidati per pura rappresaglia. Sono infatti numerosi gli episodi di violenza perpetrati contro la popolazione civile, rea unicamente di aver prestato aiuto ai giovani partigiani: ecco, così come ce li restituiscono i documenti e le testimonianze, alcuni episodi di efferata e gratuita barbarie perpetrati contro partigiani e contadini.

Orfeo! Il primo morto è stato quello… Gli hanno sparato, l’hanno colpito ed è caduto a terra. Che poi ha fatto una morte, poverino… Gli hanno lasciato di guardia due fascisti e per un giorno e una notte a lamentarsi là a terra, e quelli della cascina che era lì vicino volevano portarci da bere e qualcosa da magiare e glielo impedivano. L’hanno lasciato morire lì, così, dissanguato, che poteva anche campare se lo curavano, no? (testimonianza di Santo Campi).

I tedeschi […] presso la cascina dei Faldi catturano una preda: è Gigante il nostro ex aiuto-cuoco.[…] Lo traducono seco alla cascina Fuia dove, nel prato antistante, lo massacrano di botte con bastoni e calci di fucili, torturandolo e riducendolo una maschera di sangue.

Un contadino della cascina, pietosamente, tenta di portare al giovane massacrato un bicchiere d’acqua; un tenente tedesco lo ignora, ma il capitano, che sta martirizzando quell’infelice, gli dà un colpo al bicchiere buttandoglielo lontano e con tono minaccioso gli grida: “Weg, raus!”.

Dopo qualche ora, viene chiamato un ragazzo di 14-15 anni,figlio dell’altra famigliari contadini che abita alla Fuia, e gli viene presentato il prigioniero con le seguenti parole: “Guarda come vanno trattati i traditori della Patria!”. Indi, il povero Gigante viene finito con un colpo di pistola alla nuca (Carlo De Menech, Siamo i ribelli della montagna, in “Urbs, nn. 1-2, 1995, p. 66)

I tedeschi hanno derubato i contadini di quanto avevano, comprese le mucche che furono trasportate in città sui camion delle truppe. I contadini dai diciotto-venti anni in su sono stati costretti a cooperare nelle operazioni in tutti i lavori di trasporto. Ciò nonostante le loro case sono state o incendiate o fatte saltare per aria con mine. Cinque di essi sono stati fucilati sulla soglia della loro casa al cospetto dei loro congiunti.

Uno dei più raccapriccianti episodi è il seguente:

Due patrioti insanguinati e feriti si sono presentati nella casa di un contadino ed hanno chiesto aiuto per medicarsi le ferite più gravi. Giunsero nel frattempo i tedeschi che chiusero porte e finestre e appiccarono il fuoco bruciando vivi i due compagni e l’intera famiglia di contadini (Il documento è nel volume Le Brigate Garibaldi nella Resistenza, Feltrinelli, 1975, vol. I, p. 375).

Secondo i documenti fascisti e tedeschi sulle alture del Tobbio la calma tornò solo tra l’11 e il 12 aprile, dopo quasi una settimana di rastrellamento. Una calma relativa, perché in una relazione redatta dal Comandante provinciale della Gnr il 21 aprile 1944 si può leggere che i fascisti, non paghi di quanto era successo nei giorni precedenti, “dal 13-4 ad oggi” effettuarono “quattro rastrellamenti nella zona già invasa dai ribelli”. L’esito delle “operazioni” fu però nullo (“sono stati recuperati due fucili mitragliatori ed alcuni caricatori con munizioni, due pistole vecchie a tamburo”) a riprova che le bande erano state completamente sgominate.

I fucilati ebbero una sepoltura sommaria e provvisoria, perché nessuno, se si esclude una squadra di disinfezione dell’Ospedale Militare di Alessandria, poté per diversi giorni avvicinarsi alla zona dell’eccidio. Solo a rastrellamento finito i parenti e gli amici dei giovani uccisi poterono raggiungere le fosse comuni dove erano stati ammassati i cadaveri dei loro congiunti. La scena del massacro era terrificante e così la racconta Michelangelo Grosso, fratello minore di due dei caduti, tra i primi a raggiungere con i genitori il luogo dell’eccidio:

Mia mamma ha avuto subito la percezione che i suoi figli fossero stati fucilati, e subito si è disperata dicendo: andiamo, andiamo perché stanno uccidendo Enrico e Pietro.

[…] Siamo arrivati proprio alla Benedicta dove abbiamo trovato le fosse con tutti questi cadaveri… Mi ricordo benissimo che vi era una ragazza molto giovane che si dava da fare per ripulire tutti questi caduti in queste tre fosse che vi erano… Mentre mia mamma di temperamento più forte li uliva e cercava di aggiustarli, mio babbo, probabilmente perché era debole di cuore, non ha visto niente, è svenuto… (testimonianza di Michelangelo Grosso).

Michelangelo e i suoi genitori trovarono accanto alle fosse alcune ragazze giunte prima di loro. Tra esse c’era Martina Scarsi, una giovane antifascista ovadese alla cui penna si deve una delle più notevoli ed emotivamente intense descrizione della zona dell’eccidio nei giorni immediatamente successivi al massacro:

Cominciammo a salire lungo il sentiero che ci doveva condurre alla Benedicta. I primi casolari, che ben conoscevamo, li trovammo incendiati, devastati, saccheggiati, vuoti. Tutto intorno non un’anima viva. Andammo avanti finché la salita si fece più ripida. Eravamo stanche. Sedute su una pietra sentimmo dei passi sopra di noi. Qualcuno scendeva. Erano in due e risultarono alle dipendenze della C.R.I. Venivano dalla Benedicta: […] «Alle Capanne di Marcarolo ci sono ancora i tedeschi e i fascisti, non è possibile andare lassù». Rispondemmo che ci andavamo lo stesso. Ci guardarono rassegnati e ci dissero: «Se proprio volete andare, andate! State attente, ci sono due grosse fosse dentro le quali ci saranno un centinaio di partigiani fucilati, alla destra di queste fosse, salendo per oltre 20-30 metri al massimo, troverete sette pietre e della terra smossa, sotto queste pietre ci sono altri sette partigiani fucilati». Andammo avanti senza più fermarci sino a giungere al luogo dell’eccidio. Incontrammo per primo un prete domenicano, vestito di bianco, si aggirava attorno a quelle fosse e sembrava pregasse. Poi subito dopo incontrammo una donna con addosso un grembiulino bianco e in mano una bottiglia d’alcool e dei cotone. Non lontano un uomo stava seduto su di una pietra e lui stesso, immobile, pareva una pietra. E poi vicino alla donna c’era un bel ragazzo di 12‑13 anni con occhi azzurri e capelli ricci e nerissimi. Era in piedi e non diceva nulla. Erano i genitori e il fratello minore di due partigiani fucilati che stavano cercando tra i tanti cadaveri della Benedicta. Eravamo soli, in tutto sei persone vive in mezzo a tanti morti trucidati dalla barbarie nazista.

Mi avvicinai ad un albero. Era da tempo un albero secco e vidi in terra tanto sangue e poi dei pezzi di cranio. Uno spettacolo spaventoso. Cominciammo ad alzare una di quelle sette pietre e a scoprire Il volto di quei sette caduti. I I primo fu per noi sconosciuto. Il secondo anche. Finalmente con la terza pietra scoprimmo che si trattava dei povero Romeo (Pastorino). Lo dissotterrammo. Aveva il volto intatto, pareva sereno. Spostammo poi le altre e trovammo anche Aldo Canepa. Continuammo a piangere in silenzio. Andammo al grande cascinale «La Benedicta». Trovammo in terra tutto attorno, carte da gioco, spazzolini, dentifrici, ogni cosa e tanta legna bruciata. La Benedicta era stata fatta saltare con la dinamite. Recuperammo tutti i pezzi di legna possibile e con essi andammo a coprire il volto di quei ragazzi. Ritornammo poi vicino ai genitori di quei ragazzo. Aiutammo quella povera donna. Il padre non era più in grado di fare qualcosa. Era impietrito. Stava solo, e guardava nel vuoto. Anche il ragazzo continuava a rimanere immobile e ci guardava … (Valsesia, 1981, pp. 132-133).

L’altra faccia altrettanto terribile dell’eccidio è rappresentata dal capitolo della deportazione: eei 368 prigionieri di cui parlano le fonti ufficiali tedesche nel bilancio del rastrellamento (ma alla fine risultarono sicuramente più numerosi) alcuni furono fucilati nelle settimane successive. L’operazione della Benedicta ebbe infatti una funesta appendice nell’eccidio del Turchino: il 19 maggio 1944, dopo oltre un mese trascorso in prigionia alla Casa dello Studente di Genova, diciassette partigiani autonomi e garibaldini catturati tra il 6 e l’11 aprile furono fucilati insieme ad altri quarantadue prigionieri politici. In questa rappresaglia trovarono la morte Walter Ulanowski e i due comandanti della «Alessandria», Odino e Pestarino. Tra i diciassette giustiziati c’era anche il fratello di Callisto Arecco, Domenico, che come i suoi compagni fu condotto alla fucilazione dopo giorno di orribili torture:

Mio fratello l’han preso e l’han portato a Genova, […] casa dello studente e Marassi.
Poi mio padre è andato a Genova […] E non lo volevano lasciare entrare, poi c’era un tedesco […] e allora l’ha fatto entrare… […] Ma non lo conosceva più, mi ha detto… […] Non c’aveva più le unghie, c’avevano levato le unghie… […] Dice: “Se dovesse venire a casa non lo so, non lo so cosa diventerà… […] E poi il giorno 19 di maggio lui e 59 li han portati sul Turchino e l’han fucilato sul Turchino… (testimonianza di Callisto Arecco).

Per centinaia di altri ragazzi iniziò il tragico viaggio verso il campo di concentramento di Mauthausen. Secondo la ricostruzione di Cesare Manganelli e Brunello Mantelli i ragazzi rastrellati alla Benedicta che finirono in campo di concentramento furono 207, tutti arrivati con un trasporto “dato in partenza da Genova l’8 aprile e giunto al KL il 16 dello stesso mese” (Manganelli-Mantelli, p. 40). Di loro ben pochi fecero ritorno alle loro case: al computo di morte del rastrellamento devono dunque essere aggiunti almeno altri 179 ragazzi (secondo il computo che risulta dall’analisi comparata tra le fonti disponibili presentata in questo stesso volume) i quali finirono i loro giorni in campo di concentramento. Nelle parole di uno dei pochi sopravissuti, Giuseppe Sericano, il racconto del viaggio verso il campo e dell’arrivo a Mauthausen:

Alle quattro e mezza, cinque del pomeriggio [del giorno di Pasqua], mi han chiamato… Senza mangiare….e piovigginava, era una giornata freddissima! […] Un ufficiale dice: “Adesso andate a Sesto San Giovanni. Là c’è lo smistamento vi manderanno ai vostri distretti”.
Io non credevo più a niente. Ci hanno caricati su un camion e portati a Gavi. Io sono passato sotto casa, però non si vedeva nessuno. […] Poi siamo passati da Serravalle, là c’era il padre di quel Daffunchio [un prigioniero, ndt], allora lui c’ha detto: “Papà andiamo a Novi, portaci da mangiare e un po’ di roba da vestire, perché… Insomma noi c’abbiamo fame e c’abbiamo tutta la roba sporca”. Difatti quell’uomo lì è andato a casa, ha preso la bicicletta, dopo un quarto d’ora venti minuti era là. Ricordo che ci ha portato una micca di pane, un fiasco di vino, una scatola di sardine: sarà stata un mezzo chilo! Una bottiglia di grappa, eh… Ci siamo messi lì, come è arrivata la roba da mangiare, con la fame che avevamo, ci siamo ubriacati senza bere. All’indomani è poi arrivata mia madre, parenti, amici, mi han portato roba da vestire, roba da mangiare, e noi parlavamo… Insomma, dalla via al cancello ci sarà stato venti, trenta metri… Loro erano al di là del cancello, e ci davano i pacchi. Come portavano quei pacchi, [le guardie tedesche] li aprivano: nelle pagnotte guardavano, toccavano se c’erano delle armi, dei coltelli o dei seghetti.

[…] Ci han portato alla stazione, e ci hanno infilati nei vagoni bestiame: noi eravamo sessanta o settanta per vagone… Eh!, col reticolato ai finestrini e han chiuso la porta, ci han lasciato una fessura proprio per poter urinare e basta. Legata con un fil di ferro grosso così!
[…] E siam partiti, e “tutun, tutun” arriviamo all’indomani mattina a Milano. E lì vengono i bombardamenti. Apriranno?! Ci faranno scappare?! Macché! Sono scappate le guardie, e noi là dentro belle e chiusi. Per fortuna lì non hanno picchiato le bombe.

[…] Siamo arrivati a Brescia: siamo stati fermi quasi tutto il giorno nella stazione! E man mano, due o tre per volta, ci facevano scendere, si andava a lavarci un po’, e a orinare. […] Avevamo una voglia di lavarci, che là dentro quel vagone di notte era freddo, ma di giorno era caldo, sotto il sole… Sporchi! Comunque alla sera siam partiti… Siam partiti ma tutti col sangue alla gola… Abbiam fatto un buco per poter sporcare, andare di gabinetto, se no dovevamo farlo su della carta, se ce n’era, o berretti, finché c’era dei berretti, poi li buttavamo giù dal finestrino….
[…] Siamo arrivati in Austria, e lì, nella mattinata [il treno] si ferma in una stazione: c’è dei militari che lavorano lungo il binario, e uno è vestito da militare italiano; allora uno di noi: “Te che capisci un po’ il tedesco…” . “Eh, qualcosa…”. “Leggi un po’ nel vagone cosa c’è scritto…”. È andato a vedere, ha fatto finta di lavorare con la forca: “C’è scritto: deportati politici, pericolosi, campo di concentrazione di Mauthausen”.

“Poveri noi” dice questo tipo di Milano! Lui c’era già stato lì a Mauthausen l’altra guerra. “Eh! – dice – ragazzi, qua bisogna mangiare tutto quello che abbiamo perché quando arriviamo là ci portano via tutto! Ci lasciano nudi come quando siamo nati!”. E di fatti è stato vero. […] siamo arrivati verso le dieci e mezza. Alla stazione siam scesi giù, con la nostra roba, abbiamo camminato per sei chilometri a piedi. Arriviamo davanti al cancello, lì ci contavano uno per volta, cinque per cinque, in fila.
[…] Poi si apre il portone… C’è da girare a destra, e han dato il fianco destr in tedesco, ma chi è che lo sa?! Chi lo capisce? Allora, con un nervo, a nerbate ci han fatto girare come buoi.

Ci han spogliato, c’han preso tutto: Hanno messo tutto dentro delle casse; […] c’hanno spogliato poi giù da una scaletta, al bagno. Però prima di andare al bagno si passava dal barbiere. Ci han messo il rasoio sopra alla testa: c’han rasato dappertutto, nelle gambe… fino in mezzo alle dita dei piedi! Rapati! Come una zucca! Poi passavamo dentro il bagno. Come si entrava c’era uno con una gomma, con un filo d’acqua, sembrava che ci piantasse degli aghi, con l’acqua fredda e a pressione…
Ci guardavamo un po’ in faccia, e…. non ci conoscevamo più! Io cercavo i miei compagni, non li conoscevo più! E poi mi han chiamato quel Daffunchio, quel Guareschi: ma chi è che liu riconosceva rapati a quel modo lì? Tutti nudi! E rapati!

Cinquecento eravamo. Poi siamo usciti: ci hanno dato un paio di mutande e una camicia. A me le mutande andavano più o meno bene, riuscivo a abbottonarle. La camicia mi mancava più o meno dieci centimetri per abbottonare, eh! E c’ho detto che è stretta… m’ha dato subito una tecca, poc!. Poi m’han dati gli zoccoli, zoccoli non chiusi, eh! Una tavola, col taglio più o meno a forma del piede, con una striscia di fil di ferro sopra. Me li hanno dati tutti e due dello stesso piede. Solo che uno era più o meno la mia misura, e l’altro era più lungo cinque o sei centimetri! C’ho detto se me li dava tutte e due uguali…. [Lo zoccolo] più lungo l’ho preso subito in testa!
[…] Ho visto subito com’era la situazione. Con quella camicetta lì e stop! E poi ci hanno accompagnato in una baracca di quarantena. Hanno scelto un interprete. Questo ci dice: “Guardate ragazzi che qua […] il viaggio è finito. Qua dovremo lavorare, finché ci abbiamo una goccia di sangue; dimenticarsi le famiglie, il padre, la madre, i nonni, i fratelli, le sorelle le mogli e i figli, e anche l’Italia. Che qua, finché c’è una goccia di sangue lavoriamo, e quando non ce n’è più… Vedete quella ciminiera là? Passeremo da quella ciminiera là, che è il crematorio”. Stavamo lì tutti ammucchiati, perché lassù fa freddo! Mauthausen è su a seicento, settecento metri! Un freddo da cane, con una camicetta così, e mutande, senza calze, senza il berretto, senza niente, e tutti ammucchiati! È venuto notte e ci han fatto entrare nelle baracche. C’era dei castelli a due piani, tre, quattro per piano. Sotto e sopra. So che di sopra a noi c’è andato un certo avvocato che non mi ricordo più il nome, sarà stato un quintale… Come è andato su si è rotto le tavole c’è venuto addosso. E con me c’era Daffunchio e Guareschi. Son venuti giù ci sono cascati addosso, e giù nerbate! Poi hanno aggiustato con sei tavole, una cosa e l’altra si son messi a posto. All’indomani mattina alle sei, sveglia! Alzati! E vai avanti e indietro! E insomma con le pietre [durante il periodo di quarantena ai prigionieri venivano fatte spostare pietre, massi, affinché non restassero inoperosi]. E uno di qua, di là, con quel nervo, guai a mettere i piedi nel cemento. Noi abbiamo continuato, sette o otto giorni così. Poi dopo ci han dato le divise e il numero di matricola. Poi, per circa dieci giorni, ne hanno chiamato una ventina, o trenta, di andare a lavorare, a piantare delle rape. […] Andavamo a trapiantare delle rape.

[…] Poi siamo andati a Gusen 1. Ci siam salutati e non li ho più visti Daffunchio e Guareschi (testimonianza di Giuseppe Sericano).

Con il rastrellamento della Settimana Santa i nazifascisti avevano inteso non solo smantellare le formazioni che con la loro presenza minacciavano direttamente la Grande Genova e il Basso Alessandrino, ma anche infliggere un duro colpo a tutto il fronte resistenziale. L’annientamento dei partigiani dell’Appennino ligure-piemontese sarebbe dovuto servire da deterrente per tutti i giovani intenzionati a prendere la via della montagna e della lotta armata e, se ciò non fosse bastato, le violenze contro le popolazioni avrebbero dovuto fare terra bruciata intorno ai «ribelli», rompendo con il terrore il filo rosso della solidarietà tra combattenti e civili che si andava faticosamente ma inesorabilmente tessendo.

A fine aprile 1944 il loro intento sembrava raggiunto: le informazioni che la Guardia nazionale repubblicana inviava al Ministro degli interni di Salò continuavano a indicare che nella zona del Tobbio non vi erano più segni di bande “ribelli”. Ma la situazione cambiò rapidamente, anche perché i comandi partigiani alessandrino e genovese seppero impostare con coraggio e tempestività una autocritica spietata dei propri errori e riuscirono a rimettere in piedi il movimento. Un documento particolarmente significativo della capacità di analisi e di autocritica del artigianato ligure-alessandrino è la già citata relazione, non firmata ma redatta con ogni probabilità dall’intendente della III Brigata Liguria Emilio Guerra, che anche sul piano storiografico può ancora oggi essere assunta e condivisa nei suoi assunti fondamentali.
La relazione proponeva in primo luogo una ricostruzione dettagliata dell’andamento del rastrellamento e puntuali considerazioni sugli errori commessi dallo schieramento partigiano che non prestò, come abbiamo già visto, la dovuta attenzione al lavoro delle spie e, sottovalutando la forza dei nazifascisti (“Noi non abbiamo avuto intuizione che la calma del nemico non era debolezza ma semplicemente accurata preparazione segreta”) arrivò a considerare con irrisione le informazioni relative al possibile attacco (“si attribuì valore di paura a quello che invece gli informatori consideravano sentimento di dovere e prudenza”). Ma Guerra individuava correttamente l’errore fondamentale nelle modalità con cui le bande andavano formandosi, gravate dal peso di giovani senza preparazione militare e politica arruolati per giunta senza la disponibilità di un adeguato armamento per potersi difendere:

La Brigata Liguria con l’afflusso degli elementi giovani renitenti alla leva anziché trarne forza aveva indebolito la sua compagine:
perché si sono diluiti i quadri che sono sempre stati insufficienti;

[…] perché non essendo maturi non avevano alcuna comprensione per le norme cospirative;
perché non potendo essere tutti armati diminuivano la libertà di movimento degli elementi armati; perché non avendo mai combattuto prima […] si sono in parte abbandonati al panico.

Accanto a questa analisi piuttosto lucida, il documento conteneva anche alcune considerazioni per così dire più “di partito”, che si muovevano su un terreno di riflessione meno capace di cogliere la complessità dei fatti e svelavano, senza volerlo, un’altra ragione del disastro partigiano: la relazione tendeva infatti ad attribuire al partito d’azione la responsabilità di non aver fornito armi adeguate ai partigiani (“Il Partito d’Azione ha la colpa di non averci fornito le mitragliatrici Saint-Etienne”) e al Pd’A e al Partito liberale la colpa di aver ostacolato il movimento a causa del loro anticomunismo (“Certi atteggiamenti formali di significato comunista hanno provocato da parte del partito liberale e d’azione sospetto, diffidenza fino al punto da preoccuparsi di costituire ostacoli attorno al nostro operato anziché aiutarci”). In realtà le “diffidenze” tra i partiti del fronte antifascista erano all’ordine del giorno, e non ne era certo immune neppure il Partito comunista. Anch’esse dovevano dunque essere annoverate tra le concause del rastrellamento poiché diedero luogo a forme di controllo e sospetto reciproco che si rivelarono assai negative: questi passi del documento, che ripropongono lo spirito di non sopite divisioni, ci dicono che non fu facile, nelle settimane successive all’eccidio, far maturare tra le diverse forze politiche un atteggiamento di più concreta collaborazione. Solo quando questo avvenne il fronte partigiano riuscì a riprendere con più vigorela sua battaglia.

Il valore di questa relazione non consisteva solo nella capacità di analizzare gli errori: essa cercava anche di proporre nuovi criteri di organizzazione che in seguito furono effettivamente applicati La Benedicta divenne così uno spartiacque, tragico ma importante, tra una prima fase di crescita tumultuosa e poco coordinata del movimento e una seconda fase in cui i principi della lotta clandestina vennero seguiti con scrupolo e attenzione e gli errori commessi in occasione del rastrellamento divennero insegnamenti preziosi. In questo senso la relazione di Guerra deve essere letta come il documento simbolo della ripresa della lotta partigiana tra Genova e il Po su basi nuove e più strutturate. Vale dunque la pena seguirne ancora lo sviluppo, perché in essa ritroviamo proposte operative che informarono la strategia dello schieramento partigiano sino alla Liberazione.
La prima questione può sembrare quasi ovvia, ma richiamava una norma elementare di comportamento che non venne però rispettata alla Benedicta: la mobilità dei reparti. questione tanto più importante in ragione delle particolari caratteristiche del territorio appenninico, caratterizzato da vallate “circostanti le città” e quindi facilmente “accerchiabili”.

L’intendente continuava poi a scavare in profondità negli errori commessi e indicava come il movimento doveva organizzarsi:

Tutte le considerazioni riguardanti il lavoro dei partigiani furono esaminate non abbastanza assiduamente dal triangolo militare (il nucelo di comando della resistenza garibaldina genovese, ndr) che fra l’altro era composto di elementi che pur avendo notevole capacitò politica non potevano portare alcun contributo nell’esame di problemi di tecnica militare partigiana.

La consapevolezza di dover affiancare agli elementi con maggiore spessore politico quadri militarmente esperti divenne una costante dell’organizzazione partigiana: soprattutto le formazioni garibaldine non esitarono a cedere importanti posti di comando ad elementi esterni al partito e a volte esplicitamente critici con il Partito comunista ma militarmente esperti e di grande prestigio personale tra i partigiani di base. Non fu certo un caso se proprio due delle divisioni garibaldine del fronte partigiano dell’appennino genovese-alessandrino, quella che costituì la VI Zona operativa ligure, furono guidate da due cattolici assai distanti dal partito comunista: Aldo Gastaldi, Bisagno, comandante della divisione Cichero e Aurelio Ferrando, Scrivia, che comandò la divisione Pinan-Cichero.
Il documento proseguiva poi con una serie di indicazioni di carattere sia militare sia politico (che valevano anche a correggere il massimalismo verbale che abbiamo appena rilevato) e che si ritroveranno applicate quasi alla lettera nella successiva vicenda partigiana di queste vallate:

Piccoli reparti mobili con un certo grado di autonomia sono preferibili.

Le armi bisogna procurarsele (senza cullarsi “nella speranza di essere completamente armarti con l’aiuto degli alleati”) ed occorre vi siano un certo numero di mitragliatrici.
[…] Epurare le fila con draconiane misure di fronte al minimo sospetto senza sentimentalismi ed inutili attese.

Allenare veramente gli uomini con un’istruzione adeguata alla lotta simulando tutte le possibili circostanze.
Tenere in conto immediato tutte le informazioni mentre il meccanismo delle informazioni verrà perfezionato.

Restare sul terreno di una propaganda patriottica e non ostentare estremismi politici.

Quando nell’inverno 1944 le Valli Borbera e Curone, dove erano dislocati i distaccamenti delle brigate Arzani e Oreste, vennero investite da un violento rastrellamento nel quale i nazisti impiegarono anche truppe di soldati mongoli che si resero protagoniste di efferate violenze contro la popolazione, si poté constatare con precisione che i ragazzi della Benedicta non erano morti invano. In tutti i paesi delle vallate e nei centri della Valle Scrivia, del Novese e del Tortonese i partigiani avevano attivato un efficientissimo servizio di informazione partigiana (Sip) guidato dallo studente genovese Giuseppe Balduzzi, Marco II, che aveva consentito alle brigate di ottenere tempestive informazioni sui movimenti delle truppe naziste e della Repubblica di Salò. I distaccamenti furono allertati per tempo e ognuno mise in atto la propria tattica di difesa, diversificata da zona a zona. Ci furono distaccamenti che si occultarono in buche appositamente preparate e rifornite di cibo e acqua, chi si portò verso le cime più alte “precedendo” i rastrellatori, fu chi scese a valle occultandosi in cascine di famiglie amiche e attive nella vigilanza aspettando che il pericolo passasse. In nessun caso i partigiani accettarono lo scontro. Vale la pena sottolineare che nelle fila delle due brigate militavano diversi reduci della Benedicta, come Santo Campi, il cui racconto ci ha accompagnato in queste pagine, o Luigi Leggetta, Bob, o ancora Lilio Giannecchini, Toscano, che era diventato vice comandante della Brigata Oreste.

La relazione di Guerra terminava con l’invito a redarre un proclama da indirizzare “alla popolazione, alle madri, alle mogli, alle sorelle, ai compagni che attendono invano il ritorno di chi è caduto”, e formulava un auspicio dal tono profetico: “La storia ci dirà se questo colpo mortale ha scosso o meno la popolazione ligure dall’apatia e dal disinteresse per le sorti della nostra terra”.
Il proclama venne effettivamente stilato e costituì il documento della rinascita del movimento partigiano nell’ovadese e nell’entroterra ligure della valle Stura:

Il nemico ha creduto di annientare con terrore non solo le nostre formazioni armate, ma cancellare nello spirito ogni idea di riscossa, […] fucilando e bruciando vivi nelle case contadini e patrioti assieme, il nemico ci ha uniti per sempre nella lotta per la liberazione.

Bisogna essere degni di chi è caduto.

Bisogna vendicare i compagni così selvaggiamente trucidati. […] Tutto ciò segna il limite massimo a cui poteva giungere il nemico. La nostra Stalingrado è giunta, occorre passare alla riscossa.

L’auspicio di Guerra infatti si avverò, e l’azione nazifascista che aveva l’obiettivo di annientare lo schieramento partigiano e incutere il terrore tra la popolazione civile sortì l’effetto opposto, trasformando in ostilità e in odio aperto la diffidenza già diffusa nei confronti dei repubblichini e delle truppe tedesche. Ormai non c’era più alcun dubbio su quale fosse il vero nemico. Così, contrariamente a quanto speravano i comandi germanici, i mesi successivi alla strage segnarono la graduale riscossa dei fronte partigiano. I giovani che chiedevano di entrare in banda aumentarono anziché diminuire e molte volte furono gli stessi sopravvissuti all’eccidio i principali artefici della ripresa. Le popolazioni civili, dopo un attimo di comprensibile smarrimento, si schierarono ancor più decisamente al fianco dei giovani in armi.

La Benedicta segnò quindi un momento di svolta nella storia della Resistenza. Dalle ceneri dell’antico monastero in fiamme e dal sacrificio di tanti giovani nacque una nuova divisione, la Mingo, che dall’estate 1944 fu in grado di riprendere la lotta contro nazisti e fascisti e contribuì alla liberazione di Ovada e della stessa Genova. Una divisione che seppe anche ricostruire un legame forte con la popolazione, il cui segno più importante fu la pubblicazione del giornale “il ribelle” poi “Il Patriota”: redatto in prima persona dal cappellano della divisone don Bartolomeo Ferrari, don Berto, esso fu diffuso non solo tra i partigiani ma anche tra la popolazione civile (ne venivano stampate diverse migliaia di copie, tiratura del tutto eccezionale per un giornale partigiano) e divenne il simbolo di un rapporto nuovamente saldo tra giovani in armi e cittadini.


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URBS, trimestrale dell’Accademia Urbense di Ovada, numero monografico per il 50° anniversario della liberazione. Contiene tra l’altro il saggio di Carlo. De Menech, Siamo i ribelli della montagna.