Il testamento in versi di Giovanni Rapetti

Il 26 gennaio 2014, all’Ospedale civile di Alessandria, è mancato Giovanni Rapetti. Aveva quasi 92 anni. Si è spento un grande Artista e un vero Poeta, antico e modernissimo nello stesso tempo. Oltre ad un notevole patrimonio di opere grafiche e scultoree, ci lascia un monumento poetico enorme ed eccezionale, che dovrà essere valorizzato come merita. Agli amici ed estimatori il compito di onorare la memoria dell’uomo e dell’artista civilmente impegnato, epico cantore della memoria ribelle.

Franco Livorsi. Condivido totalmente le parole di Franco Castelli. Rapetti era una Grande Anima, “prima di tutto”. E la sua umanità e testimonianza ci mancheranno per sempre. La sua poesia fa parte della grande poesia dialettale dell’Italia contemporanea, come quella di Belli e pochi altri. Spero che il tempo la conserverà e che egli verrà riconosciuto per quello che è stato, ben oltre Alessandria: un grande testimone di cent’anni della storia di questo Piemonte e di quest’Italia. Non solo con la testa, ma col cuore: un grande cuore in una buona e bella testa, come tutti i veri poeti che travalicano il tempo risultando, anche loro malgrado, “classici”.

Albina Malerba – Centro Studi Piemontesi
Caro Franco, cari amici e famigliari di Giovanni Rapetti, non potrò essere presente di persona per salutare un poeta a cui abbiamo e continueremo a volere molto bene. Abbiamo negli occhi e nel cuore la serata dell’11 giugno 2013, quando Giovanni è venuto a parlare della sua opera poetica qui al Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis….ci resta un ricordo commosso e pieno di gratitudine… ciao Giovanni, grazie per le tue parole di poesia e di vita.

Giovanni Tesio.
Caro Franco, apprendo da te la notizia della morte di Giovanni. Quando un poeta se ne va, resta la sua opera, ed è in fondo l’unica ragione di gloria: avere dato vita agli uomini attraverso la parola più vera che è quella della poesia. Faccio a te, che sei il depositario di quest’opera, le mie condoglianze più sentite. Convinto – come sei convinto tu – che bisognerà lavorare intorno a quest’opera forte e numerosa (e alla memoria di chi l’ha costruita e abitata). Con l’abbraccio di Giovanni

Gian Luigi Bravo.
Già molti saranno i ricordi dell’attività creativa, impegnata, multiforme di Giovanni. Di mio voglio aggiungere la memoria della sua voce quando leggeva i suoi versi: una voce decisa e appassionata, dialettale e al tempo stesso al di là di ogni limite locale. Una delle cose che ricorderò. Voglio anche aggiungere che Giovanni, insieme a Franco Castelli, fu il primo degli amici a venire ospite nella mia casa quando, più di trent’anni fa, incominciai la mia attuale, nuova vita. Giovanni, uomo giusto e diritto, che attendiamo a far parte del nostro più prezioso patrimonio.

A Giovanni

del campo di asfodeli ti sia dolce il profumo
e amiche le ombre
 (Pier Angela Farris)

La commemorazione alla SOMS di Villa del Foro

Il Testamento in versi di Giovanni Rapetti

Quello di Torino, nel giugno scorso, al Centro Studi Piemontesi- Cà dë Studi Piemontèis, era stato un pomeriggio bellissimo, e Giovanni era raggiante. C’era Albina Malerba che faceva gli onori di casa, c’era Giorgio Bàrberi Squarotti che lo presentava, di fronte a un pubblico qualificato, attento e partecipe. E lui aveva parlato della sua poesia con passione e intensità, conquistando tutti. Quello è stato il suo ultimo intervento pubblico: direi che ha proprio chiuso in bellezza. Ma non ha mai smesso di scrivere, fino all’ultimo, sino a quella brutta caduta che gli ha causato un’emorragia cerebrale e l’ha portato alla fine.
Sul foglio dell’ultima poesia che mi ha portato nel settembre scorso (venendo a piedi dalla Pista a palazzo Guasco, anche se ormai faceva fatica a camminare!), ci sono undici quartine endecasillabe dattiloscritte e una dodicesima aggiunta, a mano, di traverso. Sul foglio compare un titolo rivelatore: “Contro la spossatezza… la poesia“.
Stava male da tempo, si sentiva mancare le forze, ma non volle rinunciare al solito rituale: seduto accanto alla mia scrivania, farmi ascoltare ancora una volta la ritmica dei suoi endecasillabi martellati, la densità concettuale dei distici rimati, declamati con ieratica gestualità, uno dopo l’altro.
Confesso che a me non sono mai piaciute le sue poesie in italiano: troppo lontane dalla magica fluidità dei versi dialettali, con quella vena sorgiva di naturalezza di fronte alla quale le quartine in lingua paiono uccelli impagliati.
Eppure, in questo testo che – senza più l’ironia degli amici di fronte alla spesso ripetuta affermazione “questa è l’ultima, la definitiva!” – davvero chiude una produzione sterminata e fluviale (dopo il 2010 ho perso il conto, ma il totale superava già quota 1300), troviamo molti se non tutti i temi dell’ultima fase rapettiana: il senso della finitudine umana nell’immensità del cosmo, l’incanto per la bellezza dell’universo, la poetica del dono e dell’armonia, la condanna della follia bellica, l’ansiosa ricerca di una chiave di lettura che aiuti a decifrare il mistero delle cose. E, più forte di tutti, la poesia come ancora di salvezza. Un testamento in versi, insomma. Versi faticati, che stentano a spiccare il volo (molto più efficace, in questo senso, Scintille cenere brace, che consiglio di ascoltare nel disco degli amici Tre Martelli, Cantè ’r paròli), ma comunque un testamento.
Mentre lo riporto nella sua integralità documentale con la scansione allegata, mi soffermo su alcune quartine che voglio condividere.

“Nel mezzo del cammin di nostra vita…”
il Vuoto cerca l’Anima smarrita
nei mali delle guerre da sanare
che l’Uomo qui continua a fabbricare.
[…]
La spossatezza dentro il TempoSpazio
con l’infinito che non è mai sazio
l’immagine d’un fondo Paradiso
le religioni a dirlo condiviso.
[…]
Difender l’Universo è Poesia
stupore da cantare l’Armonia
la Primavera e i grilli, prato in fiore
l’usignolo al nido canta Amore.

La rondine ritorna dov’è nata
ai luoghi da cui prima era emigrata
così noi ringraziamo gl’Universi
la musica del Dono scrive versi.

Giovanni Rapetti, come un antico sciamano, ci lascia dunque un messaggio di profonda, vertiginosa limpidezza. Ma a questo punto, non sazio, con un geniale scarto d’ironia, aggiunge i quattro versi a mano:

Con ciò noi ne sappiamo quanto prima
salvo che la parola può far rima
che il “ditta dentro vò significando”…
anche noi crediamo a quel comando.

La grande Anima del poeta, imbarcatasi per l’ultimo viaggio sul burchiello dell’amato Tani River, da lì ci saluta, ribadendo ancora una volta la sua indefettibile fede nella virtù della Poesia e la necessità salvifica del poetare: terapia dell’anima e salvezza del mondo. Ossia, come scritto in una sua poesia del 2008:

Omero ha mille lingue, gli Dei, i guai / muore un poeta, la Poesia mai.

Franco Castelli

(30 gennaio 2014)