Fotografie di Ilenio Celora






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Sentiero
n. 1
Da Borghetto a Carrega in automobile o in bicicletta
Come
si arriva:
•
Autostrada A7 Milano/Genova uscita Vignole Borbera – strada
provinciale della Val Borbera sino alle Capanne di Carrega
Caratteristiche
dell’itinerario:
• Partenza dal casello autostradale di Vignole B. arrivo a Capanne
di Carrega seguendo la strada provinciale
• Dislivello in salita: 1124 m. circa
• Tempo di percorrenza: h 1 circa in auto. Ore 2,30 con soste ai
monumenti.
Periodo consigliato e equipaggiamento:
•
Qualunque periodo; con neve il tratto dopo Cabella può presentare
difficoltà.
L’itinerario che si propone segue il percorso stradale della
valle e tocca i principali centri che furono investiti nel periodo
della lotta di liberazione. Può essere percorso in automobile
o pullman come pure, da parte di ciclisti allenati, in bicicletta:
va tenuto conto che si incontrano salite anche di notevole impegno.
Borghetto di
Borbera fu sede dal settembre 1944 di un presidio tedesco e base
per le spedizioni che tedeschi e fascisti effettuarono
verso l’alta valle per riconquistare il controllo del territorio.
Risalendo la provinciale, superata la frazione di Persi iniziano
le “strette” del torrente Borbera: una gigantesca gola,
ricca di anse e di meandri, scavata dal Borbera nel corso dei millenni.
E' questa la zona più suggestiva del territorio. Il carattere
distintivo delle Valli consiste nella presenza di una natura ancora
a tratti selvaggia. Vi si riscontrano rilievi fortemente modellati
e coperti di un ricco manto vegetale: faggete e praterie al disopra
degli 800 metri, bosco misto di castagno, rovere, maggiociondolo
ai livelli inferiori. Straordinaria la fioritura: in primavera
primule, genziane, ranuncoli, narcisi e una grande quantità di
orchidacee; in piena estate il giglio rosso di San Giovanni, mirtilli
e lamponi. Falconidi, gufi e civette, la rara pernice rossa e l'allodola
trovano qui l'habitat naturale, unitamente ad altra avifauna. Ricci,
tassi, ghiri e scoiattoli sono presenti in buon numero.
Inoltratisi nelle Strette, si raggiunge poco prima di Pertuso la
località del ponte del Carmine, il “ponte rotto”,
che i partigiani fecero saltare il 3 ottobre 1944 per impedire
ai fascisti di raggiungere l’alta valle con mezzi corazzati.
Poco oltre il ponte, sul luogo dei combattimenti dell’agosto
1944, è murata alla parete rocciosa una lapide a ricordo
dei caduti della divisione Pinan-Cichero.
Poche centinaia di metri oltre terminano le stretta e si apre lo
slargo bellissimo dell’alta valle. All’inizio della
frazione di Pertuso sorge su di un rialzo, che domina un piccolo
slargo intitolato al comandante Aurelio Ferrando “Scrivia”,
la Stele che commemora la resistenza ed elenca tutte le formazioni
partigiane che combatterono in valle.
L’evento più significativo di questi luoghi fu la “Battaglia
di Pertuso” combattuta tra il 22 e il 27 agosto 1944, come
tentativo nazifascista di sfondamento all’interno di un piano
ben più vasto mirante ad occupare l’Antola mediante
colonne provenienti da nove direzioni. Dapprima il 22 agosto un
reparto di bersaglieri della RSI della scuola sottufficiali di
Novi Ligure tentò di forzare le stretta ma fu respinto da
un posto di blocco partigiano dotato di una mitragliatrice. Era
solo un primo tentativo, rinnovato poi il 24 da fascisti e tedeschi
in forze. Nel frattempo erano però confluite a Pertuso altre
forze partigiane, chiamate da “Marco”: giungono gli
uomini della brigata Capettini, il distaccamento Verardo comandato
da Pinan, il distaccamento Peter comandato da Scrivia. Si costruiscono
sbarramenti di tronchi e pietre, si occupano le pendici della gola.
I tedeschi attaccano con un cannone, alcuni mortai e mitragliatrici:
si combatte per tutto il giorno ma i partigiani tengono le posizioni,
respingono gli assalti e catturano 64 prigionieri, il cannone,
un mortaio e numerose armi automatiche. Giovani, anziani e donne
dei paesi vicini hanno sostenuto nella battaglia i reparti partigiani
nutrendoli durante le pause e curando i feriti. Dopo tre giorni
di durissimi scontri, i partigiani, esaurite le munizioni, si devono
ritirare anche perché l’azione nazifascista si è estesa
e i difensori di Pertuso rischiano di essere presi alle spalle.
Poco dopo si incontra il paese di Cantalupo, appena usciti dal
quale sorge il monumento a Fëdor (il partigiano russo F?dor
Alexander Poletaev). Il monumento (eretto nel 1978 dall’amministrazione
comunale di Cantalupo) ricorda il valore del russo, già sergente
maggiore dell’Armata Rossa, prigioniero fuggito da un campo
di concentramento dopo l’armistizio, caduto il 2 febbraio
1945 nel corso della battaglia di Cantalupo. Il 2 febbraio alle
ore otto del mattino un centinaio di tedeschi e di “mongoli” (prigionieri
turchestani dell’esercito russo che i tedeschi avevano arruolato)
attaccarono il piccolo distaccamento partigiano che bloccava le
stretta all’altezza del ponte rotto del carmine e riuscirono
a passare, occupando il paese di Cantalupo. Richiamati da Cornareto
e da Roccaforte i due distaccamenti partigiani del Castiglione
e del Franchi circondarono il paese e, mentre i “mongoli” si
avviavano in doppia fila indiana verso il ponte sul Borbera a San
Nazzaro, li attaccarono poco dopo mezzogiorno ed in poche ore li
volsero in fuga, facendo sei morti, cinque feriti e quarantun prigionieri,
e impadronendosi di molte armi; una cinquantina i tedeschi e mongoli
riusciti a sfuggire lungo il greto del Borbera: Fëdor fu colpito
al termine dello scontro mentre, gridando in russo ai nemici di
arrendersi, si era gettato in mezzo a loro per catturarli. Fu insignito
di Medaglia d’oro al valor militare dal Governo italiano
e di Stella d’oro dal Governo sovietico.
Dal ponte di San Nazzaro si dipartono due possibili itinerari.
Il primo incontra
subito Rocchetta Ligure dove ha sede il Museo della resistenza,
realizzato su iniziativa del comandante “Carlo” G.
B. Lazagna. A Rocchetta ebbe sede il cosiddetto “ospedaletto” dove
venivano curati i partigiani e dove vennero assistiti anche i nemici
colpiti durante la battaglia di Pertuso dell’agosto 1944:
questo fatto spinse il comandante tedesco a risparmiare la vita
dei partigiani feriti catturati, i quali vennero però in
seguito consegnati dai tedeschi alla Brigata nera che vilmente
li uccise.
Si entra nella val Sisola, al termine della quale si trovano Mongiardino
e il valico di Costa Salata che immette nella val Vobbia (descritti
in altri itinerari).
Il secondo
itinerario risale la val Borbera incontrando Cabella. Le prime
azioni partigiane avvennero a Cabella nel luglio ’44
ad opera della banda di “Folgore”, che attaccò la
caserma della GNR, ne disarmò i militi e li lasciò poi
liberi. Qui risiedeva il comandante del SIP (servizio informazioni
partigiano) e a Cornareto l’Intendenza della VI zona operativa.
Nel novembre del 1944 Bisagno, il comandante della divisione Cichero,
organizzò sulla piazza di Cabella il raduno di uno dei battaglioni
della divisione alpina Monte Rosa che dalla RSI era passato armi
e bagagli ai partigiani: tenne ai soldati un discorso patriottico
al termine del quale, pur potendo, chi lo voleva, ritornare a casa,
gli alpini decisero di partecipare alla lotta di liberazione: il
loro nuovo distaccamento venne chiamato Vestone o “Vistù” in
dialetto lombardo. Fino alla fine della guerra di liberazione Cabella
fu luogo di incontri di comandanti partigiani e, dal gennaio1944,
sede del comando della brigata Oreste.
Da Cabella
si sale a Carrega sede del comando della VI zona e della divisione
Cichero e quindi a Capanne di Carrega (già descritte
in altro itinerario). Il valico che mette nella val Trebbia si
trova al punto di incontro di Piemonte, Liguria ed Emilia.
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