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Ormai
da qualche anno la discussione sui nessi e sugli intrecci che
legano luoghi, storia e memoria
va assumendo dimensioni sempre più vaste, coinvolgendo – a
seconda dei casi – storici, architetti, pedagogisti, esperti
di didattica della storia e operatori che si occupano della gestione
di luoghi di memoria; senza dimenticare, inoltre, il dibattito
sulle modalità di intervento, sugli stili costruttivi, sulle
forme e architetture della memoria che negli ultimi decenni ha
segnato ogni circostanza in cui ci si è trovati a progettare
l’edificazione di un museo o di un monumento, oppure a intervenire
in spazi e strutture (teatri di storie in determinati momenti),
con l’obiettivo di dare un ordine al luogo e di codificare
un linguaggio per la restituzione della sua memoria.
Si tratta di un campo di ricerca, quindi, che intende esplorare
il versante costituito dall’apparizione, dalla presenza,
dai significati e dalle trasformazioni che i luoghi assumono nel
tempo e nelle loro
implicazioni sociali, e che vuole interrogarsi sulla funzione e sul
ruolo che essi ricoprono nella produzione dei discorsi pubblici sulla
storia e sulla memoria.
A fronte di un così ampio novero di questioni, dichiaro che
le mie osservazioni si limiteranno da un lato ad offrire una breve
ricognizione delle principali posizioni storiografiche sui temi appena
accennati, e dall’altro a indagare qualche rilievo metodologico.
Infine farò capo ad alcuni esempi di testo letterario e di
racconti di testimonianza, che a mio avviso risultano importanti
per comprendere la relazione tra luogo, narrazione e costruzione
della memoria
Luoghi della memoria
Con l’espressione luoghi della memoria in genere si rimanda
a una pluralità di situazioni e significati, nonché di
possibilità di approccio. Un luogo di memoria non è solo
un luogo fisico e, grazie soprattutto agli studi curati e coordinati
da Mario Isnenghi , sappiamo che può contenere e presentare
dati materiali e simbolici, rimandare a eventi o figure, inscriversi
in spazi minimi e circoscritti o diramarsi in un paesaggio, segnare
e additare un punto preciso o situarsi in un più vasto spazio,
sancire o contribuire alla creazione di miti e riti collettivi.
A tale proposito, le stesse ripartizioni tematiche dei tre volumi
appena citati appaiono emblematiche: simboli e miti, strutture
ed eventi, personaggi e date, tutti collocati negli scenari dell’Italia
unita. Abbiamo quindi di fronte un ampio spettro di tipologie di
luoghi , che ci chiamano e ci obbligano – proprio perché rappresentano
differenti modalità di elaborazione e messa in scena della
memoria, e perché sono frutto di interventi concreti (sul
piano delle realizzazioni) che vanno a investire il delicato intreccio
storia-memoria – a stabilire relazioni ogni volta diverse
con essi e a tener conto dei linguaggi specifici che li costituiscono;
ogni volta, inoltre, dobbiamo aver presente il contesto – il
tempo e la storia (o le storie) – a cui si rifanno o celebrano
o ricordano, il momento – il tempo e la cultura (o le culture) – che
li ha prodotti e il presente da cui li guardiamo (quindi il tempo
nostro, proprio mentre li osserviamo o visitiamo).
La memoria, dunque, nel fissarsi in un luogo, assume forme plurime,
attraverso differenti modalità di comunicazione e linguaggio
(monumentalizzazione, conservazione, simbolizzazione, ecc.) che
determinano gradi più o meno complessi di riconoscibilità e
fruizione; e quando la interroghiamo o ci interroga richiede approcci
ogni volta diversi.
I
luoghi della memoria fissano un evento memorabile e acquistano
dunque un significato
che va ben oltre lo spazio circoscritto e
la comunità che lo abita; tuttavia ogni luogo abitato,
vissuto da uomini e donne ha una memoria, da scoprire, da ricostruire,
da interpretare. Anche se si restringe il campo alla fisicità,
al luogo fisico e circoscritto che è oggetto della storia
locale, la memoria del luogo ci presenta puntualmente tutti
i nodi e i conflitti del rapporto storia-memoria, la complessità dei
piani e degli intrecci tra memoria individuale e personale,
memoria collettiva, memoria pubblica e memoria politica, apre
la strada
al capitolo degli usi e degli abusi della memoria, immette
nelle cose la materia esistenziale, attraverso le tematiche
del ricordo
e della testimonianza.
Emergono, a
seguito di queste affermazioni, parecchi dati interessanti, che
possiamo organizzare in uno specchietto di minime (davvero
minime) indicazioni di fondo: a) un luogo può contenere
una storia o più storie, perché ogni luogo sta nel
tempo, e da più storie può essere attraversato e
abitato, come con più storie può interagire o confondersi
e in più storie trasformarsi; b) un luogo può resistere
al tempo, finire preservato o dimenticato, toccando in tal modo
diverse culture e sensibilità; c) un luogo può parlare
a intere comunità e aggregazioni sociali, come può sollecitare
coscienze o curiosità individuali; d) un luogo può tacere
o essere messo a tacere (la storia e i suoi tempi possono mettergli
di fronte attenzione e cura, ma anche dimenticanza, abbandono,
oblio).
Si aprono quindi molti versanti di indagine, che invariabilmente
rimandano – e in certi casi attengono strettamente – a
una precisa prospettiva di sguardo: l’osservazione del luogo
dal presente. E da tale prospettiva possono scaturire molteplici
possibilità di incontro o non incontro, che in genere dipendono
da una serie di variabili, tutte da considerare e che qui sintetizzo
rapidamente: a) lo stato del luogo relativo a quando lo visitiamo;
b) la situazione – emotiva, culturale, anagrafica, circostanziale
(da solo o in gruppo, per la prima volta o di ritorno?) – del
visitatore che incontra il luogo.
L’osservazione dal presente e la condizione complessiva del
luogo (la situazione delle sue strutture, gli eventuali supporti
esplicativi, le modalità e gli itinerari di attraversamento
o visita, ecc.) agiscono potentemente sulla nostra possibilità di
percepire la/e storia/e e memoria/e in esso contenuta/e.
A tale riguardo, risulta di estremo interesse il caso delle rovine
di Oradur-sur-Glane (sito storico di un villaggio martire francese,
nei pressi di Limoges, che nel giugno del 1944 venne distrutto
e messo a fuoco da un battaglione di tedeschi in ripiegamento verso
il centro della Francia, e ciò dopo che la quasi totalità dei
suoi abitanti – 642 tra bambini, donne e uomini – era
stata massacrata).
Già nell’immediato dopoguerra le autorità francesi
scelgono di consacrare quel luogo ad emblema per la memoria nazionale,
decidendo di trattenere i resti e continuamente (cioè fino
ad oggi, con progressivi interventi di sostegno) preservarli nello
stato prodotto dagli eventi bellici, come segno di una precisa
intenzione: il mantenimento del luogo nelle condizioni create dalla
strage dei civili e dalla violenza sull’abitato; un luogo-testimone,
dunque, che affida all’evidenza visiva delle sue forme la
comunicazione sulla storia che lì ha avuto dimora. Dice
al riguardo Sarah Farmer:
La
preoccupazione iniziale delle società che erano cadute
sotto il dominio nazista fu di stabilire la natura criminale di
tale regime e di rafforzare la propria legittimità conservando
la scena del crimine. Un villaggio martire o un luogo usato come
campo di concentramento servivano non tanto a simboleggiare una
perdita quanto a fornire una testimonianza diretta della distruzione
di intere comunità. Le rovine di Oradour e le baracche di
Auschwitz furono conservate come puri fatti che parlano da soli.
Questi luoghi commemorativi traggono la loro forza proprio dalla
loro materialità; essi servono da testimonianza diretta
di ciò che vi accadde. Hanno uno scopo pedagogico oltre
che commemorativo; facendo affidamento sulla evidenza visiva, i
luoghi commemorativi funzionano come narrazioni visive del passato.
Si ritiene che gli stessi resti fisici raccontino una storia che
insegna qualcosa a chi si ferma a guardarli.
Si è in precedenza accennato ad una serie di opzioni, riconducibili
a varie modalità di frequentazione dei luoghi, che ora rapidamente
schematizzo: a) un luogo può rimandare a una storia-memoria
dominante o a più vicende, proprio perché in passato
può aver assunto rilevanze e funzioni diverse, a seconda
del periodo e dell’uso che se ne è fatto; b) dunque
si può far capo a una o più memorie, rintracciabili
nel luogo attraverso segnalazioni e presenze documentarie (immagini,
oggetti, disposizioni, regolamenti, ecc.) o rinvenibili in virtù della
guida offerta da un preciso allestimento o da un accorto accompagnamento;
c) un luogo può presentarsi anche nelle parole dei testimoni,
e in tal modo sarà possibile ripercorrerlo e collocarlo
in una dimensione mobile e articolata, proprio perché il
ricordo di chi c’era offre un ulteriore materiale di riflessione,
ricco (per le implicazioni che contiene e per la situazione emozionale
che può suscitare il ritorno sul luogo del testimone) e
insidioso al tempo stesso (specie se avvaloriamo eccessivamente
la memoria di chi parla, senza compiere operazioni di contestualizzazione
e di controllo – anche minime – sul racconto che ascoltiamo);
d) un luogo può quindi essere inserito a pieno titolo in
un itinerario di costruzione della conoscenza storica, a patto
di indagarlo con gli strumenti e le modalità della ricerca,
che collocano le fonti di memoria e la memoria (come suggestione
e dimensione problematica) tra gli elementi indispensabili per
la ricostruzione di precise vicende e situazioni .
Le variabili appena richiamate costituiscono un’ineludibile
tavola di problemi con cui misurarsi, specie se intendiamo assumere
la doppia prospettiva a cui esse rimandano – luoghi della
memoria, memoria dei luoghi – individuando nella seconda
accezione la chiave d’accesso per districare la complessità dei
problemi che una data realtà presenta, più o meno
palesemente, ogni qualvolta andiamo a indagare le relazioni tra
storia e memoria che la attraversano. Nell’esaminare attentamente
i segni e le tracce del passato rinvenibili nella fisicità dei
luoghi, infatti, ci si imbatte in una serie di operazioni che investono,
in prima istanza, i piani delle conoscenze storiche, delle memorie
individuali e della memoria collettiva; elementi che influiscono,
inevitabilmente, sulla nostra possibilità di intraprendere
un viaggio nel tempo dei luoghi, e producono, di conseguenza, una
determinata modalità di approccio, in un impasto di situazioni
che orientano la nostra percezione.
Ciò che però appare indispensabile, soprattutto per
non incorrere in abbagli o visioni straniate, è l’attivazione
di un esercizio di memoria rispetto al tempo trascorso, e quindi
il riandare al passato non con atteggiamento contemplativo o nostalgico,
ma dinamico, secondo traiettorie che vogliono indagare storie e
memorie cogliendo le relazioni feconde che le legano al luogo,
assunto in questo senso come punto d’osservazione privilegiato.
Luogo, passato, presente
Un luogo, quindi,
ci appare come macrocontenitore di passato, e attraverso segni
e memorie, oblii e presenze arriva fino a noi,
costituendosi – se lo guardiamo con attenzione – come
fonte complessa e stratificata del tempo che ci precede, e agendo – in
forma di emblema, come presenza costante o come spia di un distacco – sul
nostro presente, in virtù della relazione che con esso stabiliamo
o della distrazione che gli riserviamo .
Per queste ragioni – e per considerazioni più generali,
riguardanti le dislocazioni (nello spazio e nel tempo), le selezioni
e le forme dei luoghi, nonché le storie e memorie che in
essi si condensano – l’adozione di tale prospettiva
di studio dovrebbe portarci a considerare il peso (e la rilevanza)
che i tanti eventi del passato hanno assunto nelle culture e nelle
politiche della memoria che progressivamente si sono affermate.
Le memorie trattenute e celebrate rappresentano in questo senso
una ragnatela di sentieri che registrano nella trama – a
vari livelli – le immagini e le assenze (e gli usi di cui
sono state oggetto) più eloquenti della nostra storia. A
tale proposito, risultano eloquenti sia i vuoti che i pieni, sia
le presenze che le mancanze. Porto un solo esempio, in riferimento
alla storia italiana del XX secolo e sulla scorta di una segnalazione
di Anna Rossi-Doria, la quale coglie una grande zona d’ombra
nelle ricerche storiche e nella memoria nazionale:
Il
fenomeno della deportazione di militari, ebrei e militanti
politici nel
corso della seconda guerra mondiale si iscrive [nel]
quadro di mancata assunzione di responsabilità del passato.
A differenza della prima guerra mondiale o dell’emigrazione,
quel fenomeno non è diventato nel nostro paese né patrimonio
della memoria collettiva, né oggetto, con […]
pochissime eccezioni […], della ricerca storica. Per
indagare sui motivi di questa vera e propria rimozione e per
indicare nella integrazione
tra storia e memoria la via del suo superamento, occorre delineare
i caratteri e le fasi principali di quella storia della memoria
della deportazione che in Italia è ancora tutta da scrivere.
Per una conferma
a queste parole, dovremmo riflettere sul fatto che spesso incontriamo
(in forma di monumento, di iscrizione, di
museo, di toponomastica, di figure e fatti esemplari sacralizzati,
di intervento architettonico o di restauro, di salvaguardia o di
arredo) ciò che socialmente – nel corso del tempo
e ora – si è deciso e si decide di selezionare e segnalare,
di mettere in evidenza; e ciò avviene anche attraverso discussioni
e conflitti, mediazioni istituzionali o pressioni di gruppi d’opinione
che rispondono a differenti logiche (anche contrapposte) e generano
gradi diversi di riconoscimento o di autoriconoscimento.
In tal modo si organizzano e si sistemano repertori più o
meno condivisi di luoghi comuni o accomunanti, che nel tempo si
vanno «formando e modificando […], scartando certe
presenze e privilegiandone altre: alternando cioè la memoria
all’oblio, due meccanismi generativi dell’identità con
i quali [si ha] continuamente a che fare» .
In relazione a questa ulteriore complicazione del discorso, forse è opportuno
fare riferimento a certi rischi, insiti in un approccio disinvolto
alle questioni di cui discutiamo. Un avvertimento prezioso ci viene
ancora una volta fornito da Rossi-Doria, che riflettendo sui possibili
usi pubblici della memoria, ci invita a controllare – nelle
pratiche, negli approcci e negli oggetti che scegliamo di mettere
in campo – una insidiosa connotazione ambivalente della medesima
(delle sue forme di rappresentazione e fruizione, delle sue manifestazioni,
dei comportamenti sociali che la richiamano e la evocano):
[...] sono
oggi in atto due usi completamente diversi della memoria, uno
molto pericoloso e l’altro invece molto positivo.
Da un lato, la memoria collettiva viene sempre più adoperata,
e anche costruita, come strumento di quelle terribili “passioni
della politica dell’identità”, come le ha
chiamate Eric J. Hobsbawm (The New Threat to History, “The
New York Review of Books”, 1993, n. 21), che per definizione
si contrappongono le une alle altre, fino ai fondamentalismi
e alle guerre etniche;
dall’altro lato, invece, la stessa memoria diventa strumento
di coscienza civile nel presente.
Ecco allora
che attribuire ai luoghi della memoria un potenziale, un valore
formativo e orientativo, nonché considerarli come
generatori di identità, vuol dire saper maneggiare precise
categorie interpretative e scenari storiografici; collocare vicende
ed elaborazioni collettive all’interno di relazioni governate
dal senso di responsabilità verso il nostro passato (atteggiamento
che da un lato dovrebbe restituire agli eventi – anche estremi – i
contorni avvalorati dall’indagine storica, dall’altro
contrastare le sommarie brutalità del misconoscimento e
della negazione, o attenuare la sensazione di annichilimento derivante
dal senso di colpa o dal peso del passato ); considerare il presente – e
i suoi problemi – come terreno di dialogo e di confronto
(e non come palestra per nuove paure o soprusi); muoversi tra storie
di ieri e di oggi non sulla spinta della identificazione immediata
o del rifiuto acritico, ma di documentate affermazioni e posizioni,
che assumiamo come nostre solo dopo averle ricercate e costruite
con curiosità e impegno; combattere il rischio delle facili
generalizzazioni o degli usi e consumi indiscriminati, che si determinano
quando le storie e le memorie vengono tirate e trascinate a sostenere
le ragioni sentenziose di una parte o, peggio ancora, ogni genere
di rivendicazione violenta.
I luoghi insomma possono contenere suggestioni e funzionare come
ammonimenti (più o meno espliciti), agendo, inoltre, su
più piani: da un lato ci parlano delle intenzioni e dei
valori che ogni società ha deciso (e decide) di trattenere
per il proprio tempo e per i tempi successivi (misurandosi con
la propria storia e con quella precedente, e investendo nel futuro
il risultato di scelte che vogliono entrare in contatto con più comunità);
dall’altro ci presentano una galleria di riferimenti – fatti,
personaggi, musei, edifici, parole su pietra, spazi tutelati, ecc. – che,
almeno nelle intenzioni dei loro ‘celebratori’, si
pongono a esempio o a modello per la costruzione della memoria
pubblica. Guardandoli dal nostro presente possiamo valutarne lo
spessore e la tenuta nelle sensibilità e nelle culture odierne,
interrogarli e interrogarci sulla loro rilevanza o caducità,
nonché sulla durata dei loro riflessi simbolici. E possiamo,
anche, valutare il rilievo delle storie taciute, messe da parte,
dimenticate.
Isnenghi adotta, ragionando su tali questioni, un paragone efficace,
quello del “nastro trasportatore dei bagagli dell’aeroporto”,
che se da un lato ci descrive bene l’andamento irregolare
e anche imprevedibile delle memorie nel tempo, dall’altro
ci addita la necessità di un’attenzione costante verso
di esse:
proprio
come valigie e borse, le memorie di un popolo vengono caricate
dagli
addetti [termine, questo, che a un tempo si rivela
appropriato e ambiguo, specie se avanziamo domande come ‘chi
si occupa di memoria?’, ‘con quali competenze,
secondo quali presupposti o con quali intenzioni e scopi?’, ‘chi
compie scelte?’, ‘chi interviene e come – con
proposte individuali o di gruppi organizzati – nei processi
decisionali in tema di rappresentazione e usi pubblici della
memoria?’;
ecc.(N.d.A)], messe in movimento e poi spariscono per tunnel
misteriosi, ricompaiono, compiono tratti dritti, traiettorie
e curve visibili
o segrete: magari – se non le afferriamo a volo – tornano
a sparire, per riaffiorare in un altro punto, dove qualcuno
ne anticipa la riapparizione e altri, meno esperti, non se
le aspettano.
I luoghi nella memoria dei testimoni
Passo ora ad
alcune considerazioni – tra le tante suggestioni
e fonti dalle quali si può attingere – sull’importanza
dei luoghi nei racconti di memoria, e in particolare sul ruolo
che essi assumono nella costruzione delle narrazioni. Mi limiterò,
in questa sede, a prendere in esame il solo caso della deportazione
(trattato inoltre con rapidi accenni), ma non dimentico che la
centralità costituita dal ricordo dei luoghi è riscontrabile,
con tratti di assoluta evidenza, anche nelle testimonianze di altre
storie.
Farò qui riferimento – per riflettere sulla funzione
che i luoghi assolvono nell’operazione di ordinamento della
memoria, indispensabile per organizzare il racconto di ogni esperienza
vissuta – ad alcuni temi ricorrenti nelle memorie dei salvati
dai campi di sterminio, e in particolare a precisi passaggi della
testimonianza di Liliana Segre .
Proprio le testimonianze (sia scritte che orali), infatti, pullulano
di riferimenti ai luoghi, che spesso cadenzano l’andamento
narrativo e lo proiettano in scenari e spazi che si aprono ai nostri
occhi proprio perché risultano rintracciabili e conoscibili – o
riconoscibili – attraverso semplici esercizi di localizzazione.
E l’ausilio delle carte geografiche, per esempio, può risultare
indispensabile per rintracciare le dimensioni e le coordinate entro
le quali collocare una data testimonianza, ma anche per visualizzare
e quantificare la dislocazione complessiva delle strutture concentrazionarie
in relazione alle loro caratteristiche.
Nel caso in esame e del contesto bellico in cui si inserisce, il
ricorso alle carte è fondamentale anche per ripercorrere
la dinamica complessiva e progressiva del fenomeno nazione per
nazione; ed è importantissimo affiancare a questo strumento
uno schema cronologico che, riproducendo le fasi della guerra e
segnalando l’andamento delle operazioni militari e delle
occupazioni tedesche, possa restituire – insieme ai tratti
principali dell’organizzazione dei trasporti ferroviari – l’allargamento
a macchia d’olio delle pratiche di persecuzione, arresto
di massa, concentramento in campi periferici, deportazione e arrivo
nei campi di sterminio. I tempi e i luoghi, quindi.
È
sintomatico che i racconti dei sopravvissuti – insieme a
una serie di dati che sarebbe interessante analizzare – abbiano
il viaggio in treno come elemento ricorrente-dominante e spesso,
nelle parole pronunciate, viene mostrata la trasformazione in chiaro
e conosciuto (proprio perché il racconto avviene dopo) di
quello che allora fu buio e angoscioso (e la non-conoscenza dei
luoghi e delle destinazioni era non-conoscenza della propria sorte;
era come non avere posto e senso nella storia). I luoghi, in questi
casi, spesso si caricano del portato affettivo o delle scorie più dure
dei ricordi, mostrano l’alone triste di una persona sparita,
la speranza di un incontro, i contorni drammatici di una condizione
vissuta al limite; e il ricordo del luogo, spesso per tratti descrittivi
circostanziati, ci restituisce le condizioni della vita materiale,
accrescendo la nostra possibilità di comprensione.
Anche nelle parole di Liliana Segre compare, sotto forma di evocazione
o a mo’ di elencazione fredda (quasi da registro di una deposizione),
una lunga teoria di luoghi, nominati con precisione, e riconducibili
ai vari momenti della sua esperienza – dall’emanazione
delle leggi razziali nell’Italia del 1938 (lei bambina espulsa
dalla scuola) al suo ritorno dai campi di sterminio (uso il plurale
in senso proprio, perché lei ha conosciuto anche l’evacuazione
di Auschwitz – nel gennaio del ’45 – e il trasferimento
forzato in altri campi). Provo ora a richiamare sommariamente alcune
tappe della sua vicenda, nella quale i luoghi assumono importanza
centrale e vengono quasi sempre declinati in relazione alla memoria
che contengono, all’episodio che hanno ospitato, alla circostanza
che ha determinato una svolta negativa o acceso una piccola gioia:
così ci appare Milano nei suoi spazi pubblici (vie e piazze)
e privati (case e palazzi, con dettagli sugli interni domestici
e familiari – i nonni mai più rivisti – o sulle
persiane degli altri, fino a poco prima concittadini, che non si
aprono al passaggio degli arrestati); così la Svizzera,
possibile meta di salvezza, con il confine – a un tempo immateriale
e duro da valicare, quasi fosse una muraglia dopo sentieri impervi – e
la presenza del padre (fino all’ultimo tenace custode di
una normalità – durante il tentativo di fuga e infine
nel viaggio verso il lager – ormai irraggiungibile), con
la caserma dell’interrogatorio (dove un funzionario inflessibile
decreterà l’espatrio: «Via, la Svizzera è piccola,
non vi può tenere. […] La barca è piena »);
poi di nuovo l’Italia e Milano, negli spazi della reclusione,
dove una partecipazione inaspettata saluta i partenti (al carcere
di San Vittore i detenuti, con piccoli gesti e parole, esprimono
solidarietà all’indirizzo degli ebrei avviati a destinazione
ignota); e ancora un viaggio (treno e vagone) e il campo (rampa
e selezione, baracca e spersonalizzazione, infermeria e paura,
piazzale e appello).
Luoghi che ogni volta organizzano il racconto, ristabilendo l’ordine
cronologico degli eventi e riportando in precisi punti la densità emotiva
di una presenza che li ferma nel ricordo, o sottolineando la condizione
e i frangenti più disperanti di vite avviate alla fine.
In ogni caso – mi sembra di aver percepito – il ricordo
della precisa vicenda contenuta nel luogo rafforza la presenza
di questo nella memoria, come avviene – forse nei modi più lampanti – nei
casi in cui si instaura una relazione netta tra luogo e persona
(la figura del padre e le situazioni in cui campeggia; il luogo
dell’ultimo sguardo).
Il luogo all’improvviso
Prendo ora
in esame alcuni testi letterari, nei quali è possibile
cogliere – a mio avviso – utili indicazioni per la
nostra riflessione, ancora una volta orientata sul nesso luoghi-memoria.
Leggiamo la poesia Dall’Olanda – Amsterdam di Vittorio
Sereni. Proprio in apertura compare la casa di Anna Frank:
A portarmi
fu il caso tra le nove / e le dieci d’una domenica
mattina / svoltando a un ponte, uno dei tanti, a destra / lungo
il semigelo d’un canale. E non / questa è la casa,
ma soltanto / – mille volte già vista – / sul
cartello dimesso: “Casa di Anna Frank”.
L’incontro con il luogo avviene all’improvviso – casualmente – e
subito richiama alla mente di chi ne è protagonista la memoria
di una vicenda conosciuta. Basta del resto l’indicazione
di un cartello – relativo a un preciso caso e a una persona – a
provocare l’irruzione – nella mente del visitatore – di
una intera storia, che vive di quella presenza eletta a simbolo,
ma riguarda milioni d’individui “che crollarono per
sola fame / senza il tempo di scriverlo” .
Mille volte già vista, probabilmente, non è solo
la “casa” (che Sereni – la poesia risale ai primi
anni Sessanta – in altra sede fa intendere di aver prima
già osservato in fotografia), ma la vicenda di Anna nel
suo complesso, vista per estensione all’interno della storia
della deportazione dall’Olanda e dall’Europa, e anche
visitata attraverso le pagine del suo Diario, che hanno resistito
alla guerra e all’oblio. Ecco perché la passeggiata
mattutina si trasforma, e
...
a ogni svolta a ogni ponte lungo ogni canale / continuavo a
cercarla
senza trovarla più / ritrovandola sempre.
Ecco perché quella memoria è in grado di invadere
l’intero teatro urbano, disgregandolo e ricomponendolo (una
mattina di circa vent’anni dopo rispetto agli eventi in questione)
in uno scenario frutto di una gemmazione, veicolata dal ricordo
e dall’emozione, che trasferisce l’immagine della dimora-rifugio
e della sua abitatrice a tutta la città:
Per
questo è una e insondabile Amsterdam / [...] / anima
che s’irraggia ferma e limpida / su migliaia d’altri
volti, germe / dovunque e germoglio di Anna Frank. / Per questo è sui
suoi canali vertiginosa Amsterdam.
A volte basta
il nome di un luogo a muovere la memoria verso realtà già note.
Chi scopre la presenza della “casa” porta dentro di
sé la conoscenza della storia a cui quel luogo rimanda,
e trasferisce in una più ampia scena le considerazioni che
gli vengono dettate da un impasto di emozioni, memoria e cultura.
Considerazioni che legano la dimensione storica del dramma di tutto
un popolo alla speranza interrotta di una vita: «senza essere
meta forzata o monumentalizzata, la casa si rivela e si moltiplica
investendo la città intera delle potenzialità di
futuro [della ragazza Anna] recise dalla storia» .
Torno per un momento al motivo, appena accennato, della potenza
evocatrice dei luoghi (nominati o presenti). Su questo tema si
sofferma anche uno scrittore-testimone come Mario Rigoni Stern.
Andando per luoghi e incontrando tracce della Grande guerra, egli
non esita a considerarli – a un tempo – come custodi
e motori di memoria, sostenendo che spesso i racconti fluiscono
proprio a contatto con essi, in grado come sono di muovere i ricordi
dalle vicende individuali (quasi quotidiane) alla grande storia:
Ogni
luogo che incontravo aveva una memoria: qui mi aveva sorpreso
un temporale,
più avanti avevo raccolto un gallo; sotto
quei larici mi ero fermato un giorno a riposare con degli amici
che ora non sono più tra noi. In quelle rocce sopra
i pascoli andavo a raccogliere le stelle alpine per le ragazze
della mia
vita. E lì sopra, su quello sperone di roccia, salendo
per curiosità su una scaletta a pioli, mi ero ritrovato
tra i resti di una piccola baracca che molto probabilmente
era stata
il rifugio di un cecchino o di una vedetta austriaca.
Dunque un luogo,
se compreso, è in grado di coinvolgerci
pienamente, offrendoci frammenti e segni del tempo trascorso, ma
anche una possibilità di riappaesamento. Da quel punto di
frequentazione e osservazione – la piccola baracca come ogni
luogo in cui ciascuno può ritrovarsi – lo spazio minimo
e l’intero paesaggio di una vita (gli ambienti che da sempre
ci hanno accolto), che pure sono stati teatro di fondamentali vicende,
vengono prima attraversati da gesti e abbracciati dallo sguardo,
e poi riassunti in una suggestiva dinamica di memoria (anche personale)
e storia:
C’erano ancora – a quel tempo – un tavolino,
una panca, un tegame di ferro smaltato blu (venivano fabbricati
in Cecoslovacchia), fili del telefono, un cucchiaio, la feritoia
per l’osservazione e, in una nicchia tra la roccia, alcuni
pacchetti di cartucce per il maser. Osservando dalla feritoia lo
sguardo si spingeva lontano: si vedeva una parte del mio paese
e tutte le contrade a sud di esso
Più avanti, in una conca solitaria e riparata, tra i grandi
pascoli e nel silenzio della montagna che aspettava la neve,
c’era
la malga in tronchi dove avevo trascorso la mia prima vacanza,
nell’estate del 1953.
La forza dei luoghi
Andrea Zanzotto va compiendo da anni una ricognizione sistematica
attorno alla distruzione del paesaggio.
La sua poesia spesso si è rivelata sismografo attentissimo
di terremoti e smottamenti che progressivamente hanno attaccato
ambienti e natura, arrivando a pregiudicare gravemente, o a intaccare
definitivamente, la nostra possibilità di riconoscerci e
di orientarci nei luoghi.
Il tempo dello sviluppo senza sosta ha accelerato vertiginosamente
i ritmi della storia, e intere generazioni, che fino a una trentina
d’anni fa venivano al mondo con la possibilità di
sentirsi appaesati in luoghi verso i quali e nei quali si proiettavano
e rinvenivano i segni fondamentali dell’appartenenza, oggi
sempre più sentono e vedono nella fine dei luoghi – quando
riescono a percepirla – la progressiva corrosione di indispensabili
coordinate dell’esistenza, della propria identità,
della propria lingua. Sempre più risulta complicato ristabilire
i termini di una grammatica e di una sintassi dello sguardo, che
ci mettano in condizione di governare la nostra relazione col tempo
e lo spazio, per non correre il definitivo rischio di vagare inconsapevoli
.
Nessuna rassegnata nostalgia, però, segna le sue poesie.
Anzi, la scelta è quella di proiettarsi in profondità,
varcando con forza la stravolta superficie del presente e tentando
di provocare riemersioni di forme nitide e di storie precipitate
nel silenzio e nella dimenticanza, che per un attimo fanno pensare
alla morte ma poi, all’improvviso, si rianimano, quasi trasportate
da un’energia misteriosa:
«Sono luoghi freddi, vergini, che / allontanano / la mano
dell’uomo» – dice un uomo / triste; eppure egli è assorto,
assunto in essi. // [...]
Fulgore e fumo, più che palustre / verde, / acqua nel
verde persino frigida, / fa ch’io t’interroghi /
ripetutamente, perché / nel tuo silenzio si aggira letizia.
E poco dopo,
in altri versi, si abbraccia una dimensione più estesa
e problematica, fatta di ambivalenze e incertezze più marcate,
che coinvolge direttamente il punto di vista – e il sentire – dell’osservatore:
No,
tu non mi hai mai tradito, [paesaggio]* / su te ho / riversato
tutto
ciò che tu / infinito assente, infinito accoglimento
/ non puoi avere: il nero del fato/nuvola / avversa o della
colpa, del gorgo implosivo.
[* L’asterisco è mio, e vuole indicare che nel testo
stampato la parola “paesaggio” s’intravede, perché coperta
da un tratto scuro, come di penna. Simboleggia una cancellazione
in atto?]
Di seguito,
a parziale e possibile cifra di riscatto, si ripropone – similmente
alla chiusa della prima citazione – un agognato desiderio
di accoglienza e appartenenza, sempre rivolto al paesaggio:
tu
restio all’ultima umana / cupidità di
disgregazione e torsione / tu forse ormai scheletro con pochi
brandelli / ma
che un raggio di sole basta a far rinvenire, / continui a darmi
famiglia.
Non mancano, nelle peregrinazioni di Zanzotto, presenze di luoghi
altamente simbolici, giorni e date della memoria da consegnare
ad un presente incerto:
Lanugini
di luce appena bianca / dilagate in lontananze di prati, /
Martiri,
umili elementi / fratelli sacri alle invasioni dei venti,
/ è il 30 aprile, questo, il vostro giorno / da non
essere colti / dallo sforzo degli occhi / semisepolti // È il
30 aprile, questo il vostro giorno, / Martiri, mirabile / affanno
di gioventù – / spari, sangue, non più,
/ nemmeno lapidi per voi, ma milioni / di leggerissimi globi-soffi,
devozioni
/ tra silenzio e voce.
Una memoria
che vaga, che si manifesta a soffi – tra silenzio
e voce – nella scena del nostro presente, proprio perché oggi
non riusciamo a trovare ancoraggi solidi con le vicende e con gli
uomini-martiri evocati dalla poesia. Risultano molto eloquenti – per
comprendere sia il clima di rarefazione-confusione-riemersione
della memoria prodotto dalle parole appena riportate, sia l’apparente
stravaganza della data posta a simbolo – il titolo del componimento,
Diplopie, sovrimpressioni (1945-1995), e la nota al testo redatta
dall’autore:
La
liberazione, in questi territori [le zone attorno a Pieve di
Soligo, nella
provincia di Treviso], avvenne il 30 aprile 1945,
e già si pensava al 1° maggio. Martiri contro ogni
tirannide palese o nascosta, presente o futura; martiri nei
conflitti, e
vittime quotidiane del lavoro.
Questa relazione
tra passato e presente risulta quasi vertiginosa, avviluppante,
perché viene efficacemente associata al difetto
visivo del vedere doppio e della sovrapposizione di più immagini;
essa viene infatti colta sia all’apice di un anniversario
emblematico (50 anni dalla fine della guerra e dalla Resistenza),
sia nell’unione di più simboli e sensi, che rimandano
a più forme di dominazione e di lotta: 30 aprile (liberazione
del luogo), collocato tra 25 aprile (liberazione nazionale) e 1° maggio
(desiderio di liberazione dallo sfruttamento del lavoro, da parte
di tutte, di tutti e di tutte le nazioni, in ricordo di altre morti).
Avviciniamoci ora maggiormente ai nostri anni. Lungo l’itinerario,
in uno scritto in forma di lettera (all’indirizzo del critico
letterario Alfonso Berardinelli), troviamo preziose riflessioni
che mettono a fuoco il momento di una rottura storica – quella
tra paesaggio, lingua e memoria – sulla quale è opportuno
soffermarsi (chiarisco che la complessità del testo a cui
faccio riferimento verrà qui sacrificata; privilegerò,
infatti, quegli elementi di lettura storica che mi sembrano utili
al nostro discorso).
Zanzotto afferma di aver costantemente riservato, da sempre, grande
attenzione ai suoi luoghi di appartenenza:
Già dagli inizi […] ho parlato del luogo nel quale
vivevo e dell’orizzonte quotidiano della mia esperienza […].
Alla mia poesia […] non è mai mancata una certa
narratività.
Si possono anzi trovare spesso nuclei o frammenti di vicende,
come anche figure e personaggi, su diversi piani spaziali e temporali,
che costituiscono un quadro non esiguo di riferimenti, una
mappa
abbastanza plausibile dei luoghi dove ho sempre vissuto.
Ciò lo ha portato a rinvenire un «grande cambiamento
nella realtà antropologica (tale da comportare, per esempio,
la fine del mondo agricolo e del dialetto, legato a quel mondo)
[che] si è fatto evidente nel corso degli anni Settanta»,
anche se «in precedenza vi erano segni di disgregazione che
si potevano già cogliere, ma a patto di indagare le connessioni
più intime tra realtà e linguaggio» .
Un grande cambiamento, invasivo e in grado di sovvertire – nel
lungo periodo – l’universo dei riferimenti individuali
e sociali, nonché i comportamenti e le relazioni, la lingua
(spia sensibilissima) e le mentalità, le strutture materiali
del quotidiano e l’organizzazione del paesaggio. Un grande
cambiamento, fonte di instabilità (anche psicologica) e
di spaesamento in chiunque fosse contemporaneo agli eventi che
lo producevano; capace di confondere intimamente, fino rendere
imprecisi gli atteggiamenti, oscillanti tra forme di accettazione
e rifiuto della realtà che si andava configurando.
Ho
continuato sopraffatto ed esaltato ad un tempo, in questo mio
atteggiamento
verso l’ambiente e, se mi è capitato
ben presto di sottolineare una pari minaccia sovrastante il
luogo e la lingua, devo però precisare che solo con
il procedere degli anni Settanta e in particolare dopo la
metà degli
Ottanta questa minaccia si è trasformata in reale devastazione.
La costante
osservazione, nel corso del tempo, di tali movimenti e trasformazioni,
lo sguardo posto sul paesaggio (assunto come
campione privilegiato di indagine) consentono la stesura di un’analisi
penetrante, di respiro storico, al riparo dagli agguati (e dalle
retoriche) del rimpianto.
In
precedenza, nonostante i gravi episodi denunciati, o sospettati,
c’era ancora la scia lunga delle speranze del dopoguerra,
alimentata dalla fiducia nello sviluppo economico (generato,
del resto, dalle lunghe e terribili fatiche dell’emigrazione,
che io stesso ho conosciuta, per circa due anni, sostenuta
dalla mira di risparmiare per poter tornare a casa con qualche
soldo,
a ripiantarsi qui): ma è proprio nel corso della seconda
metà degli anni Settanta coi terrorismi e poi a valanga
negli anni Ottanta che si produce il senso di una perdita di
stato [in precedenza aveva fatto cenno alla corruzione], una
cadaverizzazione
della nostra storia, con tutta la relativa presenza più o
meno verminosa di vitalità concentrate su una o l’altra
parte del cadavere.
Il risultato
di questa devastazione – ormai lunga – è leggibile
nel nostro presente:
Oggi
c’è la fabbrichetta velenosa, la puzzolente
discarica, l’orribile intasamento del traffico per strade
sempre più insufficienti e pericolose causa i continui
treni di long vehicle e per l’assatanata velocità di
tutti. Io, tardo biciclettaro non mi sento più sicuro
in nessun posto. Ma esistono tuttavia i meravigliosi colori
delle piante
anche infestanti se si vuole ma felici, come i gialli topinambur,
di infischiarsi di ogni ordine coatto di giardini.
Ecco dunque
rispuntare, insieme alla testardaggine del biciclettaro che non
si piega al traffico, l’insperata resistenza della
natura, che si manifesta in una forma di bellezza irregolare eppure
spavalda.
I luoghi abitati da Zanzotto sono collocati in un punto vitalissimo
dello sviluppo attuale, rapido e impetuoso, nel Nord-est italiano;
precisamente sulle dolci colline attorno a Pieve di Soligo, tra
Vittorio Veneto e il Piave: luoghi colmi di storia che la grande
trasformazione economica e la mutazione socio-antropologica degli
ultimi decenni sembrano aver cancellato dal paesaggio e dalla memoria,
fino a quando si avverte un rumore, dal profondo.
E
cupi sussulti vengono intanto da quei luoghi che conservano
le tracce dei conflitti
del passato come gli ossari qui frequenti
e che talvolta hanno a ridosso squallide discoteche, per non
parlare delle grandi arterie bloccate in piena notte dalle
schiave della
prostituzione e dai loro “fruitori” ecc. ecc. I
luoghi ci sono, consistono, convivono; chiamano pertanto a
nuovi confronti.
E [...] sono i nostri sogni-incubi e i nostri dèi-paesaggi,
vulcanicità sepolta ma sempre attiva per fremiti di
allusione, dai Colli Euganei alle Lagune, alle Prealpi e alle
Dolomiti. A
tutta la nostra benedetta e maledetta Italia, a tutto il benedetto
e maledetto mondo.
Ci sono, dunque, i luoghi, con la loro forza; consistono e convivono
con una storia-memoria apparentemente sommersa e contrastata da
un paesaggio dove sembra arduo il loro rinvenimento e dove fatichiamo
a dare un senso ai nostri movimenti.
Ma ci sono, e chiamano – ora – a nuovi confronti.
1. Molte delle considerazioni presenti in questo scritto, con variazioni
e un’impostazione maggiormente orientata verso problemi
di didattica della storia, sono apparse, con titolo Il valore
formativo dei luoghi della memoria, in D. Novara (a cura
di),
Memoranda. Strumenti per la giornata della memoria,
Edizioni La Meridiana, Molfetta (Ba), 2003, pp. 46-54.
2. M. Isnenghi (a cura di), I luoghi della memoria, 3 voll., Laterza, Roma-Bari,
1996-1997. Lo studio rimanda espressamente a P. Nora (a cura di), Les lieux
de
mémoire, 7 voll., Gallimard, Paris, 1984 (presso lo stesso editore l’opera è ora
disponibile in 3 voll., 1997). Un interessante esercizio, nei due casi, è costituito
- per avviare in modo significativo una riflessione sulle questioni in oggetto
- dall’osservazione attenta degli indici: criteri di compilazione, cronologie
e periodizzazioni, categorie e parole-chiave che organizzano i temi e i luoghiselezionati, ecc.
3. Nel proporre le mie argomentazioni, pur occupandomi prevalentemente di problematiche
generali, farò riferimento – soprattutto in relazione all’esperienza
che porto avanti a Carpi (Mo) nell’ambito del comitato scientifico della
Fondazione Fossoli, che gestisce l’ex Campo di concentramento di Fossoli
e il Museo monumento al deportato politico e razziale di Carpi – a questioni
riconducibili a luoghi fisici prodotti dal secondo conflitto mondiale e a luoghi
museali che rimandano a memorie e storie di quella guerra. Gran parte degli elementi
metodologici che tocco e degli esempi che avanzo si adattano a tali realtà.
4. G. Bertacchi, L. Lajolo, L’esperienza del tempo. Memoria
e insegnamento
della storia, EGA Editore, Torino, 2003, p. 139. Cfr., in particolare, le utilissime
indicazioni offerte da Giuliana Bertacchi nei paragrafi Storia, memoria,
luogo,
Storia locale: memoria dei luoghi, luoghi della memoria, Costruzione sociale
ed educazione alla memoria dei luoghi (pp. 139-146). Devo molto ai consigli e
ai suggerimenti dell’autrice.
5. S. Farmer, Le rovine di Oradour-sur-Glane. Resti materiali
e memoria, in “Parolechiave”,
La memoria e le cose, n. 9, 1995, p. 158. Pur restando valide le considerazioni
riportate, bisogna però aggiungere qualcosa, in termini generali e allargando
il discorso ad altri casi: a) interrogarsi, ad esempio, sulla tenuta nel
tempo delle intenzioni (politiche e sociali) che si manifestarono nell’immediato
dopoguerra e sulle risposte dei sopravvissuti e dei loro parenti (proprio il
caso citato – infatti – ha suscitato, nel corso degli anni, conflitti
e discussioni che costituiscono un interessantissimo terreno di studio sulle
politiche della memoria; ma anche in altre situazioni è possibile rintracciare
divergenze e scontri tra il sentire della comunità e le decisioni delle
autorità); b) chiedersi – nel caso di spazi, complessi e strutture
che negli anni possono aver subito trasformazioni e stravolgimenti – se
la possibilità di presa sul visitatore di un luogo (anche ammesso
che
sia in grado di produrre un forte impatto visivo ed emotivo) perduri,
andando
oltre l’emozione; c) valutare – a distanza di tempo – se
il
luogo continua a parlare e a trasmettere, anche a persone con
sensibilità e
culture profondamente diverse (e che di volta in volta lo attraversano), la memoria
complessiva dell’evento – o degli eventi – che ha ospitato;
d) indagare i cambiamenti strutturali intervenuti (nel corso degli anni per ragioni
le più varie o per precise intenzioni) e riflettere sul luogo che ogg
iabbiamo di fronte, per capire se è stato trasformato in qualcosa
di profondamente
diverso da com’era (cioè reso poco riconoscibile, soprattutto in
relazione al profilo identitario che intendiamo attribuirgli, o, meglio, alla
storia-memoria che intendiamo far emergere). Bisogna, dunque, valutare continuamente
le opportunità che si offrono al visitatore, organizzando di volta in
volta, possibilmente caso per caso, le modalità di attraversamento del
luogo.
A Oradour, contiguo al sito storico, ha sede un Centre de la mémoire che,
oltre a contenere un’esposizione permanente sulla storia del secondo conflitto
mondiale e attrezzature didattiche, funziona come centro di ricerca e di elaborazione
di strategie metodologiche per la gestione e l’uso del luogo; su una collinetta
attigua è stato costruito il nuovo paese.
6. Buoni suggerimenti, in relazione a questi temi, ci vengono
offerti da N. Baiesi,
G. D. Cova, Educa il luogo, in T. Matta (a cura di), Un percorso
della memoria.
Guida ai luoghi della violenza nazista e fascista in Italia, Istituto regionale
per la storia del movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia (Trieste),
Electa, Milano, 1996, pp. 140-151; cfr. in particolare il paragrafo Forme
dei
luoghi e implicazioni per la memoria, pp. 142-144.
7. Qui faccio riferimento non tanto alla memoria diretta degli eventi, quanto
al
bagaglio complessivo fornito dall’esperienza e dal tempo vissuto, che in
genere può offrire maggiori possibilità di orientamento. Su tali
questioni, preziose indicazioni ci vengono fornite dagli studi di P. Jedlowski,
di cui mi limito a segnalare Il sapere dell’esperienza, Il Saggiatore,
Milano, 1994. Sul piano dell’esperienza, la “vicinanza al luogo”,
la vita cioè trascorsa in prossimità di esso e all’interno
della comunità che ne ha gestito la memoria, può accrescere le
possibilità di elaborazione personale e di riflessione sul proprio passato.
8. A. Rossi-Doria, Memoria e storia: il caso della deportazione, Rubbettino,
Soveria
Mannelli (Catanzaro), 1998, p. 22.
9. M. Isnenghi (a cura di), I luoghi, cit., Presentazione, p. VIII.
10. A. Rossi-Doria, Memoria e storia, cit., p. 21.
11. Sulla questione dell’assunzione di responsabilità verso il passato,
osserva ancora Anna Rossi-Doria: «Occorre su questo esser chiari: si tratta
di una responsabilità individuale per una storia collettiva, che non ha
nulla a che vedere con l’aberrante concetto di colpa collettiva […].
In questo senso la memoria e la storia del nazismo e del fascismo nei paesi che
ne videro l’affermazione rappresentano un elemento decisivo per valutare
il grado di assunzione di responsabilità del proprio passato, e quindi
di coscienza civile nel presente, di ciascuno di quei paesi: gli interrogativi
posti da quel passato, infatti, riguardano oggi tutti, non solo i diretti responsabili
di allora», Ibid.
12. M. Isnenghi (a cura di), I luoghi, cit., Presentazione, p. VII.
13. Di Liliana Segre, ebrea milanese deportata ad Auschwitz, si può leggere
una trascrizione di testimonianza, 75190 di Auschwitz, in D. Novara (a cura di),
Memoranda, cit., pp. 94-109; nello sviluppare le mie considerazioni, faccio anche
riferimento ad un lungo incontro da lei ha avuto con gli studenti delle scuole
superiori di Sassuolo (Mo), presso il locale Teatro Carani, in data 21 novembre
2000. Mi limito, ripeto, ad alcuni frammenti, per mostrare gli elementi essenziali
che legano, nel racconto dei testimoni, memoria e luoghi. Elementi che è possibile
ritrovare in altri esempi e che agevolmente si possono reperire: si pensi agli
scritti di Primo Levi, in particolare all’organizzazione del testo di Se
questo è un uomo (su questo aspetto della sua opera si può leggere
un bellissimo saggio di Cesare Segre, Se questo è un uomo di Primo
Levi,
in Ritorno alla critica, Torino, Einaudi, 2001, pp. 30-54) e de La
tregua (dove
ad un certo punto troviamo esplicitato, in un vero e proprio tracciato riportato
su carta geografica dell’Europa centro-settentrionale, l’interminabile
viaggio di ritorno a Torino da Auschwitz).
La centralità dei luoghi (della loro conformazione e natura, e di come
influiscono sulla vita di chi si ritrova in certe situazioni) è riscontrabile
anche in memorie di altre storie, per le quali mi limito ad offrire un solo rimando:
N. Revelli, Mai tardi. Diario di un alpino in Russia, Torino, Einaudi, 1989.
14. L. Segre, 75190 di Auschwitz, cit., p. 98.
15. Il luogo dell’ultimo sguardo o dell’ultimo incontro con i familiari
più cari, evocando il destino di chi non è tornato, segna immancabilmente
le testimonianze dei sopravvissuti alla shoah.
16. V. Sereni, Dall’Olanda, in Gli strumenti
umani, Einaudi, Torino, 1975,
p. 74.
17. Ibid.
18. Ibid
19. Ibid.
20. L. Lenzini, Commento, in V. Sereni, Il grande
amico. Poesie 1935-1981, Rizzoli,
Milano, 1990, p. 243.
21. M. Rigoni Stern, Sentieri sotto la neve, Einaudi, Torino, 1998, p. 121-122.
22. Ibid.
23. Di estremo interesse, per una trattazione storica di questi temi, è la
lettura di L. Pes, Descrivere il territorio: il punto di vista storico, in “I
viaggi di Erodoto”, n. 34, 1998, pp. 46-51.
24. A. Zanzotto, Verso i Palù – o Val Bone – minacciati di
estinzione,
in Sovrimpressioni, Mondadori, Milano, 2001, pp. 9-10.
25. Ivi, Ligonàs, p. 15.
26. Ibid.
27. Ivi, Diplopie, sovrimpressioni (1945-1995), p. 37.
28. Ivi, p. 38.
29. A. Zanzotto, Tra passato prossimo e presente remoto, in Le
poesie e prose
scelte, a cura di S. Dal Bianco e G. M. Villalta, Mondadori, Milano, 1999, p.
1366-1367.
30. Ivi, p. 1366.
31. Ivi, p. 1367.
32. Ibid.
33. Ivi, p. 1376.
34. Ibid
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