Il filo freddo
di Carla Mussi

 
 

Carla Mussi è nata nel ‘62 e vive a Piombino.
Si occupa di poesia e narrativa.
Nel 2000 ha pubblicato, per le Edizioni Gazebo di Firenze, la raccolta di racconti “La vera morte del pesce viola”.

 

 

Non lo sa. Lei non lo sa, ma c’è un motivo. In ogni cosa ce n’è uno, anche in questa.

Quando è successo il fatto, nessuno ci credeva. Quando è successo quello che è successo, voglio dire. Al marito. Uno tranquillo, che lavora un po’ più del giusto, quel tanto in più che basta perché tutti ti considerino bravo senza chiederti troppo. Ho lavorato con Sergio per sei anni, prima di diventare un suo dipendente. Più giovane di me, slanciato, un vero barman di bella presenza. Certo è stato un bell’azzardo impelagarsi per il ”Pedrini dal 1957”. Però anche dopo che il Bar se l’è comprato, mica ha cambiato stile. Sempre sorridente, non ciarliero, no, garbato e accogliente. Certo, se ti presentavi mezz’ora prima della chiusura col vago desiderio d’un caffè, il cortese sorriso serviva per scoraggiarti, la macchina del caffè era già spenta, tutto pulito e a posto, la serranda a metà come a dire tanti saluti. Però uno in gamba, Sergio, che i trent’anni non l’hanno trovato impreparato, e neppure i quaranta compiuti da poco. Uno giusto, insomma, che la domenica mattina taglia l’erba in giardino e lava la macchina. La moglie l’avrò vista si e no cinque volte, qualche volta due parole per telefono, Pronto, Buongiorno Mario, c’è Sergio, gli dica di richiamarmi. Insomma, cose del genere. Sempre tranquilla, sempre calma, anche troppo. Certe volte anche essere troppo calmi non va bene, mi pare. Certo, una che nasce in una famiglia dove i soldi non sono un problema, ha tutto un altro modo di vedere le cose. Eppure in lei qualcosa non mi ha mai convinto, nossignore. Quell’aria aristocratica, freddina, diciamo pure un po’ assente.
Non so se è bello da dire, ora, ma a me è sempre sembrata strana. Dai, dimmi se ti sembra una cosa normale. Al marito succedono certe cose, lui sta male, perché di sicuro sarà stato male, e lei non si accorge di nulla. Dico: sua moglie, mica un collega di lavoro. Tutti dicono brava, tranquilla, e allora avranno pure ragione. Quel che è certo è che Sergio era tutto un altro tipo. Uno come si deve, ecco tutto. Uno che non avrebbe mai chiesto soldi alla famiglia della moglie, piuttosto si faceva il suo bel debito, lui. Toni, Il tabaccaio, quello del negozio di fronte al Bar, dice che ultimamente era un po’ strano, come distratto, ma sono cose che si dicono, in questi casi. C’è sempre qualcuno che vuole dimostrare di aver intuito qualcosa, anche solo per poi poter dire Se solo avessi immaginato. Mi pare di vederlo, Toni, mentre si tocca la barba, guarda un po’ a destra e un po’ a sinistra, si accende la sigaretta e illustra la cronaca degli eventi. E’ davvero l’asso nel melodramma, gli piace sentirsi un po’ al di sopra della media, non molto però, quel tanto che basta per non dover giustificare l’incapacità di impedire quello che poi è diventato l’accaduto. L’accaduto.
Serve a poco dirlo, ora che so benissimo che nessuno ha potuto impedirlo. Perché in effetti poi è accaduto.

E’ una bella domenica di maggio, per questo me ne sto qui, fermo, nel giardino di casa. E’ perché non devo aprire il mio Bar, la domenica mattina ci pensa Mario. E’ davvero un bravo dipendente, lui. Certo se sapesse tutto quello che sta succedendo non sarebbe così tranquillo. Ma ho giurato a me stesso che non voglio più saperne di questa storia. Risolverò tutto. Ora mi allontano di qualche passo, mia moglie non deve vedermi, premo dei tasti sul cellulare, non deve vedermi, così cammino mimando un uomo tranquillo, però lo so che lei è dietro al vetro a guardare, chissà cosa pensa.
L’erba è tagliata al punto giusto, i fiori sembrano in salute, la macchina è pulita, e col sole di mezzogiorno farà la sua bella figura. E’ sufficiente una telefonata, per rimettere tutto a posto. Ora lo faccio, compongo il numero. Non gli darò più una lira, mi dico. E mentre lo penso sono convinto di saperlo dire, Ora basta, che ci vuole a dire Ora basta. Dall’altro capo rispondono, e io non dico niente, penso che sto per dirlo, Fra poco lo dirò, penso, e intanto cammino avanti e indietro, il cellulare incollato all’orecchio, Fra poco lo dirò. Fra poco. E arrivano numerosi Fra poco, un fra poco dietro l’altro, e già dall’altro capo mi riconoscono, infatti una voce dice Lo conosco il tuo numero, Sergio, non t’illudere, lo so che sei lì. Fine. Hanno riattaccato. Dall’altro capo. Punto e a capo, penso, ma so anche che è soprattutto un punto, andare a capo è complicato, molto complicato, e so bene che queste cose non hanno capo né coda, iniziano un certo giorno mentre ti fai la tua vita e cerchi di svoltarla, e poi ti portano via. Perché c’è un maledetto giorno che ho chiesto soldi, per tenere aperto il “Pedrini”, per tenere a posto le cose, e questo spiega tutto. Certa gente vuole sempre cambiare, non è mai contenta. Io, invece, stavo bene come stavo, volevo solo restare così, nient’altro. Prendi mia moglie, per esempio, era così tranquilla. Ora invece mica lo so che cosa pensa. Magari si è accorta di tutto, e aspetta che sia io a dire qualcosa. E invece non dico proprio nulla, fossi matto, devo cercare di trovare il modo per sistemare le cose. Fra poco.
E comunque questo fra poco fa fatica ad arrivare, si nasconde, così io sto nel prima, e posso ancora credere che saprò risolvere il mio problema. C’è quest’erba che sembra un tappeto, verde e uniforme, mi piace che arrivi fino alla siepe senza ondulazioni, dritta per la sua strada. Un verme scuro s’arrotola sul terriccio, vicino al cespuglio, e mi viene da fissarlo. C’è una mosca che gli ronza intorno, e c’è pure un ragno sulle foglie, e poi come minimo una ragnatela tra i rami, ma da qui non riesco a distinguerla. Mi chino a guardare. C’è. Un filo di sudore mi bagna le dita, s’irradia nel palmo aperto, mi fa venire in mente che è in questa posizione che si legge la mano, sarebbe bello capirci qualcosa, ma non ricordo quale sia esattamente la linea della vita. E a parte questo, dentro la mano vedo solo il sudore che irriga le linee, le invade, così strofino i palmi aperti sulle tasche dei pantaloni. L’aria è talmente azzurra che si potrebbero contare gli insetti uno per uno, ma si spostano continuamente, come si fa a non perderli di vista. Mi abbasso per allacciarmi una stringa, sento il sudore sulla nuca raffreddarsi, guardo verso la finestra.
Lei avrà capito? Qualcosa mi sale su dallo stomaco, una specie di nausea palpitante, un filo freddo, devo nascondermi a vomitare, lo farò. Ecco il crampo, lo spasmo, eccolo. Ora sono vuoto, non liberato, no. Vuoto.
Sento vorticare l’aria, fletto le dita in tasca, sull’inguine pulsa il sangue, Fra poco, fra poco.

Un giorno li ho visti, erano in due. Anche Toni, il tabaccaio, dice di averli visti, erano alti e magri, dice lui. Invece non è vero niente, solo uno era alto, portava gli occhiali neri, uno strozzino che si rispetti porta sempre gli occhiali neri, l’altro invece era tarchiato e per giunta senza occhiali, sicuramente il capo era quello alto. Sono entrati senza guardarsi intorno e sono andati dritti al dunque. Non che abbia sentito quello che si sono detti, questo no, Sergio è uno riservato, li ha portati un po’ in disparte, io servivo un Campari al tavolo, poi due caffè, un succo d’arancia, andavo e venivo, e loro lì, a parlare fitto. Il tutto sarà durato si e no dieci minuti. La cosa non mi è piaciuta per nulla, diciamo la verità. Però dopo quel giorno non li ho più visti, sono passati circa quattro mesi, niente. Uno non va a pensare che due tizi che parlano fitto siano per forza due succhiasoldi. A parte Toni, lui dice che l’aveva capito subito. Capisce sempre tutto, lui, a sentirlo parlare nel dopo. Ma è nel prima che andrebbero capite, le cose. Prima dei guai. La verità è che i guai degli altri a Toni piacciono moltissimo, così può esercitare il dovere di cronaca, anche per la clientela più esigente.
Certo, a ripensarci era davvero un po’ diverso , ultimamente, Sergio. Un giorno mi ha fatto una strana domanda, sono rimasto ore a lambiccarmi il cervello, non tanto per la domanda in sé, quanto per il fatto stesso che me l’avesse fatta. Insomma, non ce lo riconoscevo. Dimmi la verità, proprio così ha detto, Dimmi la verità, Mario, pensi che io sia felice? Io lì a fregare il pavimento col panno antistatico e lui a fare questa domanda. Lì per lì ho pensato alla moglie, avrà qualche problema con lei, mi sono detto, magari lei ha un altro, oppure lui ha un’ altra. E’ per questi motivi che si fanno certe domande. Poi ho sbirciato di straforo il bicchiere che teneva in mano, Avrà bevuto un goccio di troppo, ho pensato. Ho dato una mezza risposta, misurando le parole che di solito si devono dire in questi casi. Niente di più facile che pescare un luogo comune sulla felicità senza sbilanciarsi troppo. Sergio è apparso distratto, neanche insoddisfatto della mia risposta, proprio distratto. Ricordo che fuori pioveva alla grande e c’erano due donne alle prese con dei fogli, sedute al tavolo accanto alla vetrata, e la vetrata ogni tanto si illuminava di colpo, per via dei fulmini. Ci siamo rimessi a lavorare e il discorso è morto lì. Punto e basta. Questo è ciò che potrei dire in proposito. Non mi viene in mente nient’altro. Ora che Sergio è sparito, e il “Pedrini dal 1957” è chiuso, sigillato, e tutti hanno un bel dire su tutta la faccenda, io devo trovarmi un lavoro, ecco come vanno a finire certe cose. Ecco il punto.

Non posso aprire il mio Bar, è lunedì mattina, dovrei farlo, ma non posso. E’ un giorno per chiudere, questo. Prima di uscire devo trovare il modo di salutare mia moglie come se niente fosse. Mi avvicino. Ciao Lucia, Ciao Sergio. Ciao, ci vediamo stasera. Faccio qualche passo. Mi fermo, poi torno indietro. E’ per un bacio. Vorrei tanto dare un bacio che racconti qualcosa. Le labbra di lei sanno di caffè, abitano in prima mattina come tutte le cose che sono intorno, gli oggetti, il tavolo, le tazzine, la luce che fa la finestra quando rannuvola presto, le tende chiuse in salotto. Il giardino ha un unico colore, una specie di piombo. E il mio bacio non ha raccontato nulla, è rimasto in casa, con tutto. E un po’ mi dispiace , lo so che le cose si corrompono già nel tempo che intercorre tra il pensiero di fare e il fare, ma quando diventano cose fatte sono già un’altra cosa. E poi c’è il ricordo, e anche quello trasforma le cose in altre cose, e penso a mia moglie che fra un giorno, due giorni, racconterà il ricordo del mio saluto, chissà cosa racconterà. Quando l’ha visto l’ultima volta? Certo che glielo chiederanno, e lei dovrà rispondere, e allora magari dirà che l’ho salutata come sempre, che niente faceva pensare che io sarei sparito. Insomma dirà le cose che si dicono sempre in questi casi, e allora posso anche pensare che non c’è niente di strano in quello che faccio, e che quello che faccio è normale. Assolutamente normale. Del resto c’è gente che sparisce senza lasciare un segno, una parola, oppure altri che danno un saluto qualsiasi e non sanno che è l’ultimo, ci sono saluti ultimi che invece ricompaiono a distanza di tempo, e allora ultimi non sono più. Ci sono saluti inutili, perché chi li riceve ha la mente altrove, magari pensa a cosa fare per cena o alla scadenza dell’Assicurazione. Ci sono saluti che non fanno in tempo. Ci sono saluti in bilico, come il mio, difficili da raccontare.
E comunque oggi si chiude. Viene voglia di non crederci. Bisogna esercitarsi bene per riuscire a non crederci ma io ci riesco. E voglio convincermi che tutto è rimasto intatto. E quando per mia moglie e per sua madre, per il mio commercialista e per il mio dipendente, per i miei strozzini e per i miei creditori, cambierà l’ordine delle cose, fra poche ore, fra un giorno, oppure fra un mese, io non sarò lì a guardare. Neanche per sogno.


Un dipendente deve aprire per primo, questo dice il mio amico Vito che lavora al “Tango Bar”, ma Sergio arrivava sempre prima di me. Quella mattina ho aspettato un po’, pensavo che avrebbe chiamato. Un caffè, due cornetti, un cappuccino, altro ancora, e lui niente. Verso le dieci ho chiamato la moglie, a casa. Così ho capito che era accaduto qualcosa. No, la moglie non sembrava preoccupata, solo stupita. Io sì che ero preoccupato. Niente Sergio, niente lavoro. C’è da meravigliarsi che mi abbia pagato lo stipendio fino a due mesi prima, chissà da dove li avrà cacciati fuori, i soldi. E chissà da dove li caccio fuori io, ora. E con cosa le pago le rate della macchina?


Esco. Mia moglie è rimasta a guardarmi dietro al vetro, lo so. Salgo in macchina senza voltarmi. Sicuramente non avrà neanche spostato la tendina. Metto in moto, parto, il contorno della casa sparisce di colpo dietro altre case, un gatto grigio attraversa la strada correndo. Inseguirà una lucertola, mi dico, e allora accelero, e mi sento battere il cuore dentro la pelle di una lucertola, il corpo è freddo ma non ho freddo e l’aria è piena di qualcosa che insegue, bracca. Così accendo la radio, voglio pensare ad altro, aumento la pressione del piede sull’acceleratore, e nel piede sento freddo, e in macchina è entrata una mosca, e il cielo è livido, e c’è un fumo che s’arrotola, rammenta il verme nel terriccio, cambia solo la dimensione. La radio diffonde una canzoncina facile facile, di quelle che si imparano subito. Bene. Il verme, il fumo, la canzoncina, e io che scappo. Non è bello da dire, però è vero. Scappo, sparisco. E se sparisco sistemo tutto. Ce li voglio proprio vedere quei due stronzi a cercare altri soldi dalla moglie di un proprietario sparito, con tutto che il Bar sarà sigillato, ci saranno delle indagini, magari li scovano pure, quelli.
La strada è umida, riflette una specie di battito viola, la pupilla ne è colpita a intermittenza, la radio parla di incidenti ferroviari, di traffico deviato, il motore gira per bene, tutto va nella giusta direzione. Il canale al lato della strada è abbastanza fondo , e se penso questo è certo per un motivo, e questo motivo lo so, cerco di dirmelo e di ripetermelo bene, e intanto guardo nello specchietto retrovisore, in cerca di conferme. Fortuna che non c’è nessuno dietro me, davanti è libero. Il momento è giusto, chi penserà di cercarmi sott’acqua? Fletto il volante verso destra ed è fatta.

Mio marito Sergio è ordinatissimo. Quando l’ho conosciuto non ci ho fatto molto caso, mi piaceva tutto di lui, e questa caratteristica era così insolita nella cerchia delle mie amicizie, da apparire perfino originale. Aveva poco più di vent’anni e faceva il cameriere per pagarsi l’Università, ricordo che quando andavo al “Tango Bar”, è lì che lavorava prima di entrare al “Pedrini”, mi serviva senza staccarmi gli occhi di dosso. Un giorno sono andata ad assistere al suo esame di diritto privato, una bestiaccia d’esame, diceva lui. Subito dopo siamo usciti, pioveva a dirotto. E’ difficile raccontare un tempo puro, neanche fuori dalla storia, ma puro. Certe volte sono un po’ ridicola. Lo so che l’epoca non era innocente, ci mancherebbe, c’era di tutto. Il terrorismo, la paura, le stragi, le cose giuste e le cose sbagliate. Ma è in me che tutto era ancora intatto, non so se riesco a spiegare, le idee erano idee, i sentimenti si capivano subito, non fu difficile accostarmi a lui. Mi spinse con una leggera pressione della spalla contro il muro bagnato di pioggia, mi appoggiò l’indice sulla bocca e mi baciò. E un bacio era veramente un bacio, non come quello che mi ha dato prima di salutarmi per poi sparire. Fortuna che anche il dolore non è più davvero dolore, è una specie di dolore, qualcosa che gli somiglia. Questo è un bene, all’inizio. Un po’ meno felice , un po’ meno disperata, e poi ancora un po’ meno questo, e un po’ meno quello, finché il confine diventa così sottile da non poterlo decifrare. E poi capita che un’amica si confidi con te perché ha un problema molto grave, tipo una malattia difficile da curare, e tu dici le parole giuste, quelle che si devono dire, però la verità è che il dispiacere che provi è assolutamente sopportabile, diciamo pure modesto, e all’inizio te ne accorgi ma fai finta di nulla. E poi capita che fai l’amore e provi poco piacere, e sul momento lo sai, era davvero poco quel piacere, ma poi ti racconti che non è vero, e vai avanti così, sapendo e fingendo di non sapere, finché arrivi al punto di non provare né piacere né dispiacere. E allora arriva un bel momento che devi proprio dirtelo Ora sto male, ma non succede granché. Sì, perché un bel giorno di tre anni fa mi sono detta che le cose non stavano andando per il verso giusto, e il motivo c’era, io lo sapevo bene, solo che volevo credere di non saperlo. Sergio aveva cominciato ad essere ancora più ordinato, e io parlavo sempre meno. In ufficio facevo quello che c’era da fare senza essere né scocciata né soddisfatta, a casa riordinavo il giusto, la sera cucinavo alla meglio, la notte sognavo come potevo, insomma cercavo di non disturbare nessuno. Eppure Sergio era infastidito, le cose non si trovavano perché chissà dove le avevo messe, sulle camicie c’era sempre qualche piega di troppo, per non parlare di un graffio alla carrozzeria della macchina o di uno stelo di begonia spezzato in giardino. Queste cose le dico ora, sul momento non le avevo messe a fuoco con precisione. Sentivo un filo sottile serpeggiarmi nel respiro, forse è così che si forma il nodo alla gola, pensavo, ma non arrivava nessun nodo, e niente era pronto per sciogliersi. Oltre questa consapevolezza non andavo, avevo imparato a tenermi quel filo gelato nell’irregolarità del battito, nell’approssimazione delle pulsazioni. Cominciai a spiegarmelo come un bisogno di disordinare qualcosa dentro di me, e mi sembrava sufficiente. Sergio era malato, questo era il vero problema, e io non volevo saperlo. Tranquilla, così mi descrivevano gli altri, una persona tranquilla, e così dovevo restare, per non deludere nessuno, per non deludermi. Quando lui cominciò a dire in giro che aveva preso un prestito, da due persone che erano state lì, al Pedrini, mi decisi a consultare i documenti contabili. Sapevo che la mia famiglia aveva sostenuto le spese per comprare l’attività, ma l’ansia di Sergio mi pareva davvero evidente. Bisogna credere all’evidenza, questo mi hanno insegnato, così provai a crederci. Mi stupì, invece, vedere com’era tranquilla la situazione finanziaria. Era la sola cosa assolutamente tranquilla. Ovviamente il commercialista mi mostrò tante carte, mi disse che Sergio era il suo cliente più affidabile, mai una dimenticanza, mai un errore. Mi convinsi che avevo io qualcosa di storto. Nel frattempo le cose erano cambiate, ero sempre più stanca, così decisi di prendermi un periodo di aspettativa. Non andando al lavoro avrei potuto essere più precisa nella vita quotidiana, dedicarmi un po’ a Sergio, riordinare i cassetti. In realtà ogni mattina facevo sempre più fatica ad alzarmi e ogni cosa da fare diventava un problema insormontabile. Fu in una di queste mattine che Sergio mi dette quel bacio per poi sparire. Ora lo so perché, era convinto di aver preso un grosso prestito e di non riuscire a pagarlo. Ho provato a convincerlo che non era vero, ma lui non ne voleva sapere, neanche mi sentiva. E Mario, il barman che racconta dei due tizi, è un brav’uomo, ma quel Toni della tabaccheria va sempre lì a fargli un mucchio di chiacchiere, lo confonde. Gliele imbastisce talmente bene, le storie, che alla fine sembrano vere anche a lui. E ora dicono pure che io dovrei curarmi, quelli. E lo dice pure la mia famiglia, mia madre dice anche che a Sergio ha dato un sacco di soldi, e dove saranno andati a finire lo sa solo lui. Da andare fuori di testa, se non fosse per il fatto che non riesco a soffrire più di tanto, per fortuna. E intanto Sergio è sparito, io faccio sempre più fatica ad alzarmi, e il giardino è pieno di erbacce. Come se non bastasse, non so ancora capire se la quantità di dolore che provo è giusta o poca, non mi riesce, non lo so, forse dovrei soffrire di più, di solito si soffre molto in queste circostanze. Però una cosa mi è chiara, se ci penso davvero fino in fondo. Il dolore più grande sta nel non provarlo veramente, il dolore. Ecco il punto. Per il resto, non ho molto da dire, e in fondo spero che Sergio ritorni.

Se vi riuscisse di vederlo ,il “Pedrini” , come lo vedo io, tutti i giorni, dalla tabaccheria di fronte, dispiacerebbe anche a voi sapere che rimarrà chiuso così chissà per quanto tempo. Mario deve rassegnarsi e cercare un lavoro altrove, glielo ho detto, un bravo barman come te non dovrebbe avere problemi, ma lui è ossessionato, viene sempre qui, con la scusa di comprare le sigarette, e gira intorno ai soliti discorsi. Ma tu cosa sai, cosa non sai. Quando hai visto quei due tizi. Li hai rivisti altre volte. Come ti sembra la moglie. Domande del genere, insomma. Io la moglie la conosco, si chiama Lucia. Educata, istruita e con un bel conto in banca. Questo per dire che all’apparenza va tutto bene. E invece non va bene per nulla. Il mio commercialista, che è lo stesso di Sergio, mi ha perfino raccontato che un giorno lei si è presentata allo studio facendo certe domande. Lui si è guardato bene da dirle che qualche problema c’era, Sergio gli aveva sempre detto di non far sapere niente alla moglie. Il motivo era che lei non sarebbe stata in grado di sopportare certe preoccupazioni, insomma, non ci stava più con la testa. E allora il commercialista si è prodigato in spiegazioni, ha mostrato qualche carta qua e là, e ha sgranato un rosario di balle talmente colossali da essere incredibili. Lei, invece, ci ha creduto. Mentre lui parlava, questo è quello che mi ha detto, lei apriva e chiudeva il gancio di un orecchino, si vedeva che con la testa stava da un’altra parte, neanche lo guardava in faccia. Diciamo le cose come stanno, Sergio stava naufragando, letteralmente naufragando, e lei continuava a vivere tranquilla. Come se niente fosse. Certe cose non le auguro a nessuno. Fortuna che sono uno coi piedi per terra, io, mica come Sergio, che non aveva neanche voluto la comunione dei beni. Proprio così, me l’ha detto il commercialista, lui pensava di riuscire a risolvere tutto con le sue forze. Un vero illuso. Bravo, gentile, disponibile, preciso, davvero molto preciso, ma un illuso. Io non credo proprio che sia sparito, l’ho detto anche a quel giornalista che è venuto a fare un po’ di domande. Non che gli abbia raccontato granché, sono un tipo riservato, io, però questa cosa l’ ho detta e sottoscritta, Sergio non è uno che sparisce, è uno che si leva dal mondo. Come vederlo.

Se Sergio mi telefona, glielo dico. Sono stata malissimo, se è questo che volevi, però ora faresti bene a tornare. Ho fatto stirare le camicie, ho messo a posto l’armadio, magari trovo pure un giardiniere che tagli l’erba una volta a settimana, però tu devi tornare. Facciamo una cosa, allora. Io preparo la cena, apparecchio la tavola, tu arrivi e mi saluti come se niente fosse. Facciamo così. Niente spiegazioni. Tu entri. E basta.
L’acqua bolle, ho acceso il riscaldamento, c’è solo quel filo freddo nel respiro che non si stempera. Certe volte si stringe sulla gola, poi si allenta. Mi accosto al radiatore e aspetto.

 

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