Corte
Dolfina, 1674, uno dei tanti indirizzi di Venezia, uno qualunque,
del sestiere di Castello.
Lì,
dove il sole non arriva mai, c’è un cortiletto chiuso da
un cancello dove la calle finisce, qualche vaso di fiori che cerca
di sopravvivere; e dietro un uscio una intimità che si
chiude su sé stessa escludendo gli estranei. Lume quasi
sempre acceso, umidità… acqua che arriva e invade, a seconda
delle maree, stracci che si mettono al sicuro in alto, pidocchi
che si schiacciano fra le unghie dei pollici con un clic mesto.
- Cesira,
vieni ad aiutarmi ad infilare gli aghi! – grida Marietta.
La
bimbetta si stacca dal branco dei coetanei che schiamazzano nella
calle e corre verso la madre.
Paziente
lavoro. Ad uno ad uno gli aghi vengono infilati, il nodo in fondo,
la sessola* piena di perle iridescenti, la raggera
di aghi che si muove veloce; un filo, cento fili, e le trecce
multicolori si accumulano una sull’altra.
- Cesira,
resta ad aiutami!
La
bambina si siede sulla seggiolina, posa sulle ginocchia la sessola
e comincia a muovere gli aghi, e le perle si trasformano in collane,
in monili preziosi che varcheranno il mare, che prenderanno rotte
verso paesi appena intravisti in un turbante, in un sari cangiante,
in un gonnellino a pieghe indossato da un uomo.
Sogni,
fantasie, favole rievocate da Toni sulla riva della laguna mentre
rammenda la rete strappata dai pesci pescati e intanto racconta
le storie di quelli che sono scappati serbando in loro gli immensi
tesori affondati assieme alle navi, quando ancora Venezia era
la serena repubblica regina dei mari.
Cesira
piccolina, con la cuffietta ornata di trine che le raccoglie i
capelli, la camicetta bianca, la lunga gonna colorata, Cesira
che lascia la madre e raggiunge gli amici, che sparisce dentro
i portoni quando gioca a nascondino, che lancia la palla contro
il muro, che traccia la campana sui lastroni di pietra che rivestono
la calle.
Il
tocco, la conta che si snoda con voci di bimbi:
"La
polenta bela e bona
la
ghe piase a ogni persona,
la
ghe piase a tutti quanti
la
che piase ai anguelanti"
Le
bambine giocano a far la mamma con le bambole di pezza che vengono
spogliate e rivestite, cullate sulle ginocchia, e cucinano cibi
immaginari in pentolini di latta ripetendo per gioco i gesti quotidiani.
- Cesira,
vai a fare la spesa!
- Tre
mantovane e un litro di latte – ripete la bimba all’infinito,
saltellando, un piede dopo l’altro mentre le monetine ballonzolano
e cantano nella tasca del grembiule.
- Tre
mantovane e un litro di latte, tre mantovane e un litro di latte,
tre melanzane e un litro di latte, tre melanzane e un litro
di latte.
Va
dal fruttivendolo, ritorna sui suoi passi e si infila nella latteria,
fresca, dove impera il profumo intenso del latte bianco e grasso,
del burro appena fatto, dei formaggi fermentati.
Ritorna
a casa con la piccola spesa e sua madre la sgrida.
- Tre
melanzane e un litro di latte! Ma io volevo il pane! Ti avevo
detto mantovane, non melanzane!
Cesira
abbassa la testa e si rituffa nel sole di Via Garibaldi.
- Tre
mantovane, tre mantovane, tre mantovane.
Sulla
strada del ritorno incontra Antonio che le lancia la palla e lei
la ribatte ridendo ma si ricompone per sembrare una signorinetta,
davanti a sua madre che la vorrebbe già grande.
Le
ore, fra le fatiche e i giochi, le perle che si trasformano il
fiori cangianti, in trecce dai mille colori poi aiuta la madre
a portare il lavoro finito alla mistra* , poche calli più
in là, e a riportare a casa la cassa piena di perle, e
con occhi estasiati rimira i luccichii dorati prima che l’ombra
perenne di Corte Dolfina li spenga per sempre. E’ felice.
Due
donne si stringono negli scialli frangiati, parlano con sua madre;
lei non capisce cosa dicono, ma percepisce dallo scorrere veloce
delle parole l’agitazione, l’ansia, quasi una speranza.
E’
domenica, non si lavora. Abbandonata per un giorno la sessola
le donne arrivano con i mastelli e si fanno attorno alla fontana,
cantano, ridono, schiamazzano, ma oggi c’è un qualcosa
di speciale nell’aria, e Cesira non si sa spiegare cosa sta succedendo
ma è felice lo stesso.
Tenendoli
dall’altro capo, aiuta la madre a torcere il lenzuolo, le braghette
di tela, le camiciole di cotone, che saranno stesi sui fili che
attraversano la calle e al pomeriggio, prima che il sole tramonti,
tutto sarà asciutto e avrà un buon profumo di salmastro,
e nell’attesa le donne si ritrovano nella corte, sedute sulle
seggioline impagliate, e giocano a tombola.
I
numeri vengono estratti, ognuno ha il suo nome.
- 22,
le ochette.
- Ambo
– grida festante Ninetta.
- 11,
le gambe delle donne.
- La
paura.
- Morto
che parla.
Alla
sera, insieme a sua madre, stirerà la biancheria con il
ferro pieno di braci infuocate.
Comincia
a far caldo e sempre più spesso le donne vengono in calle
a chiamare Marietta e Cesira resta a cullare Giuseppe.
"Nana
bobò,
tete
cocò,
tutti
i puteli fa nana
e
Bepi no"
Marietta
ritorna e gesticola, parla da sola, poi ritorna Mario, il marito,
ubriaco come al solito, e se la porta sul letto.
Cesira
continua a dondolare il piccolino, non sente niente, non vede
niente, fra lei e sua madre c’è una leggera parete di legno
ma lei è da questa parte, sua madre dall’altra, e non importa
cosa succede dall’altra parte, poi Marietta ritorna, prende Giuseppe
sulle ginocchia e lo allatta infine riprende il suo monotono lavoro.
Vrsssss…
vrsssss… vrsssss…. gli aghi penetrano nelle perle… vrsssss… vrsssss…
vrsssss…, e pare il ritmo regolare del battito del cuore.
- Domani
porto il lavoro alla mistra e dopo ti compro le ciabatte nuove.
Vrsssss…
vrsssss… vrsssss… e Cesira si addormenta cullata dal rumore del
lavoro di sua madre, una ninna nanna più dolce d’ogni canto.
Vrsssss…
vrsssss… vrsssss…., si sveglia e lo stesso rumore l’accompagna,
come se la notte non fosse mai trascorsa.
- Cesira,
vai a cambiare i fiori alla Madonna. Porta anche un centrino
pulito, l’altro è impolverato.
La
bambina sale sulla scala malferma, svuota i vasi del tabernacolo,
butta via i fiori appassiti e l’acqua sporca. Spolvera la statua
della Madonna con uno straccetto bagnato, pulisce, riordina, stende
poi un nuovo centrino ornato di ricami e merletti preziosi infine
rimette a posto i vasi, colmi dei fiori appena comperati.
Il
quotidiano si riempie di voci nuove. Attilia arriva trafelata.
- Marietta,
ma tu ti iscrivi alla Lega?
- Non
lo so, non so nemmeno cosa sia.
- Dai,
dopo vieni in osteria che ne parliamo.
- Non
vengo in osteria, io. Non sono della cassa pelota! *
- Ma
questa è un’altra cosa! Ci sarà De Toffoli, della
Camera del Lavoro.
- Io
non so niente di queste cose. Non so, non so cosa fare.
Marietta
è indecisa, ma è anche stanca di guadagnare poche
centesimi al giorno per ore e ore di lavoro, ed è stanca
anche di quel suo marito sempre ubriaco, che si beve la paga della
settimana all’osteria, mentre i soldi in casa non bastano mai
e lei non sa più come nutrire e vestire i suoi figli.
- Cesira,
oggi pomeriggio io vado dall’Attilia, guarda tu Giuseppe; intanto
vedi se riesci a anche a lavorare un po’, anziché star
sempre in corte a giocare con quei quattro sfaccendati.
- Si
mamma, va bene.
Al
pomeriggio Marietta mette sulle spalle un leggero scialle di cotone
lavorato in tondo all’uncinetto, si riannoda la treccia a crocchia,
alta, in cima alla testa, e va alla riunione.
Ci
sono decine e decine di donne, parlano tutte assieme, gesticolano,
ridono, scherzano, si lanciano battute salaci. Sono arrivate dalle
calli intorno, si conoscono tutte, almeno di nome, almeno per
qualche pettegolezzo che è girato sull’una o sull’altra.
Ci
son quelle di calle dei Preti, di calle Coltrera, del Paludo,
del rio de la Tana, il De Toffoli spiega l’utilità di iscriversi
alla lega e loro sono entusiaste.
- Manderemo
via le mistre, quelle ladre, che vogliono guadagnare tutto loro.
- Evviva
il socialismo! – urla Adelaide.
Dopo
è tutto un fermento. Oltre al lavoro, oltre alle faccende
di casa, le donne si trovano per parlare, per discutere, comprano
nastri rossi e ne fanno coccarde da appuntarsi al petto.
Un
giorno che Mario ha bevuto più del solito prende Marietta
per la treccia e la strattona.
- Le
donne per bene non vanno all’osteria! – urla, e intanto mena
colpi all’impazzata.
- Sono
tuo marito e mi devi rispettare, altro che andar per osterie
con quelle disgraziate!
La
donna si copre il viso con grembiule e piange sconsolata, disperata,
e le spalle sussultano, scosse dai singhiozzi poi pian piano si
calma. Alza la testa, lo sguardo mesto negli occhi arrossati,
sospira, si riannoda i capelli, si sistema i vestiti e si rimette
seduta a lavorare.
Vrsssss…
vrsssss… vrsssss…
E’
una calda mattina di fine giugno ed un vociare confuso arriva
dalle calli più lontane.
- Al
Ridotto, andiamo tutte al Ridotto.
Ragazze,
vecchie, donne d’ogni età si avviano con passo festante
verso il teatro. Il loro mondo, da sempre racchiuso fra quelle
calli, quei campielli, si sta improvvisamente ampliando. Se ne
vanno lungo la riva degli Schiavoni e intanto il loro numero aumenta.
Con
i bambini per mano, i più piccoli al collo, paiono un fiume
multicolore e chiassoso. Cesira, cercando di tenere il passo con
sua madre, perde una ciabatta e si ferma a raccoglierla, corre
per raggiungerla. Si guarda attorno stupita; non ha mai visto
tante donne assieme tutte in una volta, non ha mai sentito un
simile clamore.
Irma
ride sguaiata e batte sulla spalla di Teresa; Lina canta a squarciagola
una barcarola mentre il sole d’estate riscalda loro la schiena.
Attraversano
Piazza San Marco attirando la curiosità dei turisti, stupiti
di quello sciame ronzante che invade spazi destinati a loro, scattano
una foto da portare lontano, sorridono. Avranno un’altra storia
da raccontare, al ritorno.
Davanti
al teatro le donne si fermano un attimo, esitanti. Non hanno mai
varcato quella soglia; si sistemano le gonne, le camicette, si
rassettano il grembiule; le braccia si alzano per fissare una
forcina, un nastro sgargiante viene riannodato in vita poi piano,
quasi in punta di piedi, entrano al Ridotto e si accorgono di
essere in tante e si mettono a ridere divertite.
Subito
dopo arrivano altre infilaperle da Canareggio, dalla Giudecca,
da altri sestieri ancora e sono accolte con grida di giubilo,
con schiamazzi e risate, ed è tutto un vocio confuso.
Tomasi,
il segretario della Camera del Lavoro, scuote con forza la campanella
sperando di ottenere un po’ di silenzio, si sgola, sbraita, ma
quando pare che finalmente possa parlare, un bambino si mette
a piangere disperato e la madre tira fuori la mammella dalla camicetta
e comincia ad allattarlo e Tomasi distoglie lo sguardo, imbarazzato.
E’
una strana assemblea, quella, ben diversa da tutte le altre alle
quali ha partecipato. Le donne non lo ascoltano che a tratti,
han troppa rabbia in corpo, e vorrebbero d’un botto scacciar via
anni e anni di capo chino sul lavoro e in famiglia.
Alla
fine, fra clamori continui, le donne se ne vanno; ripercorrono
chiacchierando la strada del ritorno e sui loro volti brillano
sorrisi mai visti prima. Ninetta si tiene le mani sul ventre enorme,
quasi maturo per il parto, e ride divertita.
- Che
bello, ragazze, non mi sono mai sentita così bene come
oggi!
I
giorni seguenti è come se le porte, sempre aperte sulle
calli in quei mesi estivi, non esistessero più. E’ tutto
un andirivieni di casa in casa; l’allegria, prima soffocata dai
doveri infiniti, scoppia e dilaga e i canti intonati a più
voci non son più quelli soliti.
Dopo
la festa del Redentore le donne hanno imparato una nuova canzone
che ora rimbalza di calle in calle, di porta in porta. Viene cantata
sottovoce, dapprima, poi esplode sempre più rumorosa.
"Su
fratelli e su compagni
su
venite in fitta schiera,
della
libera bandiera
splende
il sol dell’avvenir"
L’estate
è al culmine; il caldo ristagna nelle calli e nei campielli.
Le donne s’arrotolano le maniche delle camicette sulle braccia
e continuano il loro monotono lavoro.
Vrsssss…
vrsssss… vrsssss…
Le
perle continuano ad essere infilate ma la rabbia aumenta.
- Cesira,
vai a chiamare la levatrice – urla un giorno Marietta – Nina
sta per partorire – e Cesira corre trafelata fino in corte Colonne.
- Elvira,
vieni, vieni subito, Nina sta per partorire.
Presa
in mano la borsa, Elvira si avvia con passo deciso verso corte
Dolfina mentre la ragazzina le saltella attorno eccitata. Un bambino
sta per nascere. Cesira non sa come nasca un bambino ma sente,
istintivamente, che un qualcosa di magico sta per succedere.
Le
donne si sono raccolte sull’uscio e fanno largo ad Elvira che
procede sicura verso il suo dovere. Si sentono urla soffocate,
ordini precisi.
- Portate
acqua calda, delle lenzuola.
Le
donne vanno e vengono indaffarate, qualcuna con pentoloni di acqua
bollente, qualche altra reggendo lenzuola di bucato.
Un
urlo, un altro ancora. Le donne si portano le mani sul ventre,
paiono quasi mimare i dolori del parto; si coprono la bocca con
una mano, sudano, gemono, sembra che stiano spingendo all’unisono.
Un
altro urlo, più forte degli altri, soffocato in un rantolo,
ed infine un vagito, forte, imperioso, ed un grido festante:
- E’
un maschio!
- E’
un maschio! – ripetono di bocca in bocca – un maschio!
- Guardate
che bel pipino – dice Elvira scostando i pannicelli perché
le donne possano ammirare – sarà un vero uomo!
Si
abbracciano, piangono, è nato un uomo e ne sono orgogliose!
L’estate
si snoda pigra e le calli si riempiono di afa caliginosa, di umido
appiccicaticcio e par quasi festa quando si sciacqua il bucato
sotto la fontana che sgorga acqua fresca.
L’Attilia
è tornata in corte Dolfina e Cesira stenta a riconoscere
sua madre, così diversa, ora, dalla donna che aveva conosciuto
da sempre! Scarmigliata, ansante, conciona le altre donne, le
invita a ribellarsi, e Cesira ha paura e si fa piccina piccina;
silenziosa, tiene Giuseppe stretto al petto e lo culla, perché
non vuole sentirlo piangere quando la madre è lontana.
- Domani
andiamo ancora al Ridotto – dice Marietta.
E
l’indomani le donne sono in numero ancora maggiore. Vanno per
le strade cantando la nuova canzone appena imparata, ripetuta
di calle in calle, e ancora una volta Cesira fa fatica a tener
dietro al passo di sua madre che canta con le altre e si cinge
con una fascia scarlatta, e il piccolo mondo di Cesira non trova
più i rassicuranti confini di un tempo. E’ tutto strano,
tutto nuovo, tutto da capire.
La
milizia le vuole fermare, ma le donne porgono il petto davanti
alle baionette mostrando con orgoglio i figlioletti che tengono
fra le braccia.
"Semo
tute impiraresse,
semo
qua de vita piene,
tuto
fogo ne le vene
core
el sangue venessian"
Canti,
urla, fischi, imprecazioni, e i gendarmi si fanno da parte e guardano
come inebetiti quella miriade di donne che nessuno riesce più
a trattenere.
Guido
Marangoni, che ha l’ingrato compito di guidare la Lega delle "impiraresse"*,
non riesce a far intendere loro ragione, e le donne vogliono scioperare,
subito, contro le mistre, contro i padroni delle conterie*,
contro tutto quel mondo che si accanisce contro di loro.
"
Co ‘ste mistre che vorave
tute
quante a magnar lore,
co
la sessola a ‘ste siore
su
desfemoghe el cocon"
La
Ciribiri, una vecchietta che abita in paludo Sant’Antonio, è
la più scalmanata fra tutte. Pare che gli anni non l’abbiano
segnata, e arringa le altre donne con la sua vocetta senile.
- Compagne,
basta con le mistre, quelle strozzine che ci rubano i soldi
con le casse Pelote, basta con lo sfruttamento! Il nostro lavoro
deve essere degnamente pagato.
- Sciopero,
sciopero! – Urlano in coro le donne.
E
lo sciopero inizia. Per giorni e giorni si ritrovano in calle
a parlare, mentre gli aghi tacciono, e Cesira non sa cosa fare.
Gioca con Giuseppe, con i suoi piccoli amici, ma le manca il lavoro
costante, quotidiano, perenne.
Una
sera Mario torna a casa più ubriaco del solito brandendo
in mano un foglio di giornale.
- Schifosa,
porca, sul giornale sei finita, e anche quella povera disgraziata
di tua figlia!
- Ma
che dici!
- Guarda
qua, eccoti in fotografia.
Marietta
si copre il capo con le mani ma le botte cadono come macigni e
non ha nemmeno il tempo di vedere l’immagine che la ritrae in
un giorno che per lei è stata una festa. Si copre il capo
e piange, poi Mario si avventa sulla figlia e vuole picchiare
anche lei e Cesira si prende un manrovescio che le fa sanguinare
il naso ma scappa in calle urlando.
- Aiuto,
aiuto, mio padre ci uccide. Aiuto!
Le
donne si affacciano alle finestre e si mettono a gridare vedendo
il sangue che cola sul volto della bambina, gli uomini scendono
dabbasso e agguantano Mario per le braccia, mentre Giuseppe si
dispera.
- Fermati,
Mario, mica vuoi rovinarti per una donna, fermati.
Lo
tengono stretto, lo calmano, lo blandiscono.
- Andiamo
da Sottoprova* a bere un’ombra*, così
ti calmi.
Mario
viene portato via a forza e le donne si fanno attorno a Marietta
che piange e si strappa i capelli.
- Basta,
non lo voglio più, basta!
- Ma
come fai senza uomo?
- Senza
un uomo? Ma è un uomo quello? Si beve tutto quello che
guadagna, e in casa mangia con i miei soldi, quelli che guadagno
rubando le ore al sonno, quelle trascorse sulla sessola di giorno,
di notte. Basta, non ne posso più!
Piange,
Marietta, piange anche dall’occhio che si va gonfiando, piange
e tampona il sangue che esce dal naso della figlia, piange e porge
il seno a Giuseppe che un po’ alla volta si va calmando. E’ stanca,
sfinita. La crocchia le si è sciolta e la treccia precocemente
ingrigita penzola moscia lungo la schiena.
Arriva
la Ciribiri, l’abbraccia.
- Dodici
figli ho allevato, e mio marito mi ha lasciata vedova presto,
erano ancora piccoli. Ce l’ho fatta a crescerli, ce la farai
anche tu.
- Ma
davvero sono sul giornale? – chiede Marietta, titubante, speranzosa,
quasi felice.
- Ecco,
guarda.
La
foto: la Ciribiri in mezzo, con i suoi capelli bianchi, un braccio
alzato, le donne intorno a lei, e c’è anche Marietta, anche
Cesira, con la sua gonnella lunga e la cuffietta in testa, che
si copre la bocca con le mani, forse per nascondere un sorriso.
- Me
la lasci? Vorrei metterla in cornice.
Il
sole va calando, arriva la sera, le donne se ne vanno a preparare
la cena, e Marietta chiude a chiave il cancello e tira il catenaccio;
suo marito non entrerà mai più in quella casa.
Poi
lo sciopero è finito, e tutto sembra sia tornato come prima.
Le donne chine sulle loro sessole, le mistre al loro posto; le
calli e i campielli hanno ripreso il loro cicaleccio sommesso.
Come sempre le donne si ritrovano alla domenica intorno alla fontana
sperando nella clemenza del tempo per asciugare il bucato prima
di sera. Tutto pare immutato ma niente rimane immobile. Forse
è stato solo un sogno, un’illusione di libertà,
forse di quei mesi non son rimasti che una nuova canzone da cantare
assieme e uno sguardo che si alza ironico; forse una farfalla
intrecciata di perle si è alzata in volo, forse un ciuffo
di capelli non vuole più essere racchiuso nella crocchia.
Forse
non è che una storia raccontata dalle nostre nonne.*