Contro
l’attesismo
Se la Resistenza del Settembre 1943 nasceva dall’incontro
fra il nuovo e il vecchio antifascismo, divisi per anni dal regime
poliziesco, dall'esilio e dal silenzio, sfumava altresì
l’illusione di una rapida avanzata degli alleati, mentre
la Repubblica Sociale si andava normalizzando. Emergevano a questo
punto due punti nodali di differenziazione in seno al movimento
di liberazione. Da un lato ci si interrogava su quale carattere
dare al movimento, per alcuni strettamente militare, per altri
politico e militare. Dall’altro c'era la tentazione dell’attesismo
come alternativa all’impegno militante, nella speranza dell’imminente
liberazione da parte dell’esercito angloamericano (17);
attesismo militare degli esperti, ma anche quello consapevole
dei suoi fini politici (che faceva leva sulla stanchezza e debolezza
della gente comune) e fortemente voluto dagli alleati, i quali
preferivano la collaborazione di uno stretto numero di militari
piuttosto che l’azione di un esercito popolare. Vi era anche
l’attesismo auspicato da Badoglio e dal Re, che mirava a
paralizzare la ribellione nell'impossibilità di controllarla
direttamente per ovvie questioni geografiche contingenti. Da non
dimenticare un terzo tipo di attesismo, quello incoraggiato dalla
Repubblica di Salò che, mancando nei primi mesi di quei
mezzi militari sufficienti per avversare la ribellione, ricorre
nuovamente al tradizionale ricatto, ricordando ai moderati della
Resistenza che stavano facendo il ”gioco del comunismo”
contro “i sacri valori nazionali” (18).
"Perché dobbiamo agire subito" è il titolo
di un articolo comparso sulle pagine di "Nostra Lotta"
del novembre '43, non firmato ma attribuibile a Secchia, responsabile
dell'organizzazione del P.C.I., in cui si risponde punto per punto
agli attesisti e si evidenzia la strategia comunista sul piano
della lotta; quattro concetti fondamentali, che si articolano
intorno alla
"[...]
necessità di agire subito ed il più ampiamente possibile
per abbreviare la durata della guerra e liberare al più
presto il popolo italiano dall'oppressione fascista e tedesca
[...]", "[...] per risparmiare decine di migliaia di
vite umane e la distruzione di città e paesi [...]",
"[...] per impedire il dispiegamento indisturbato della repressione
nazi-fascista […]" e per "[...] dare al popolo
italiano la possibilità di partecipare attivamente alla
cacciata dei tedeschi e alla conquista dell'indipendenza e della
libertà".
Nascono
i "Distaccamenti d'assalto Garibaldi"
La chiarificazione ideologica di "Nostra Lotta" è
contemporanea alla mobilitazione interna ed esterna del Partito
Comunista. Partendo dalle cellule, il maggior numero dei militanti
viene indirizzato al lavoro militare, mentre viene promossa la
costituzione di "Distaccamenti d'Assalto Garibaldi"
come formazioni modello aperte a tutti i patrioti e non solamente
come formazioni di partito (19).
"Perché
il distaccamento modello? Perché creati per l'azione armata,
per l'assalto, per l'attacco audace. Distaccamenti d'assalto perché
si danno una organizzazione e una disciplina di ferro adeguate
ai compiti che si propongono. Distaccamenti d'assalto perché
la loro tradizione si iscrive nelle migliori tradizioni popolari
e nazionali, dai garibaldini del Risorgimento alla gloriosa Brigata
Garibaldi di Spagna" (20).
Così
affermava Luigi Longo, che divenne il comandante militare del
primo Comando generale delle Garibaldi, costituitosi a Milano
tra la fine d'ottobre e il principio di novembre. Pietro Secchia,
ex operaio biellese quarantenne iscritto al Partito comunista
dalla sua formazione (dirigente prima dei giovani, poi del Centro
interno negli anni più duri della dittatura fascista, arrestato
dalla polizia nel 1931 e rimasto dodici anni tra carcere e confino),
ne era il commissario politico. Roasio era invece il coordinatore
per il Veneto e l'Emilia, Scotti per il Piemonte e la Liguria.
Venne stabilita una prima ed orientativa struttura organica, per
superare razionalmente la situazione di spontaneità e passare
alla precisione organizzativa. Ogni distaccamento doveva essere
costituito su una base di nuclei di cinque o sei combattenti e
di squadre di due nuclei ciascuna; quattro o cinque squadre formavano
un distaccamento, per un numero non superiore a 40-45 uomini.
In questo modo le formazioni garibaldine costituivano una svolta
nella guerra partigiana, una affermazione decisa della volontà
combattiva contro l'attesismo proprio nel momento in cui questo
sembrava avere molte possibilità per vincere. Il principio
base era che tanti piccoli reparti potevano sia mantenersi attivi
quasi sempre e non avere grossi problemi di vettovagliamento,
sia essere in grado di ottenere successi anche con mezzi ridotti,
sfuggendo agilmente agli attacchi del nemico per contrattaccarlo
di sorpresa. Da qui la necessità di organizzare formazioni
partigiane che fossero al tempo stesso dinamiche, snelle e aggressive,
costantemente legate alla popolazione circostante (21).
Come è stato più volte notato, nel rifiuto del P.C.I.
ad attendere gli eventi si possono avvertire l'ansia e l'ira di
chi conosce il pericolo ed il peso dell'isolamento e che diffida
dei "trasformismi borghesi", avendo con l'attesismo
tutto da perdere; esso confermerebbe infatti l'esclusione delle
masse popolari dai fatti decisivi della storia nazionale favorendo
in questo modo l'accordo anticomunista. Ovviamente questo passaggio
da una tradizione e da una esperienza nelle quali l'obiettivo
per tanto tempo è stato rappresentato dalla compilazione
e dalla diffusione di volantini, manifesti, fogli d'agitazione
in vista di uno sciopero concepito come punto culminante, all'organizzazione
della guerriglia, anche la più sporadica, restava comunque
un processo non facile. La difficoltà psicologica di adattamento,
mostrata per il mutamento repentino della situazione, si avvertiva
maggiormente nel quadro intermedio comunista del periodo clandestino
o delle leve più anziane, e nella sua base operaia, rimasta
spesso isolata, abituata ai lunghi tempi della cospirazione. Il
P.C.I. si muoveva perciò in modo autonomo secondo un programma
teso a politicizzare le bande e dare priorità organizzativa
al partito, cosa che rifletteva gli schemi classici dell'ortodossia
terzo-internazionalista (22). Ciò che distingueva infatti
principalmente le formazioni garibaldine era l'istituzione dei
"commissari politici", derivata direttamente dall'esperienza
della guerra di Spagna negli anni Trenta. Tale istituzione era
considerata spesso artificiosa ed importata d'oltre confine, come
una diminuzione dell'autorità del comandante impossibilitato
ad agire se non controllato dal commissario che gli è a
fianco (23). Anche se lo sforzo di mobilitazione tra i militanti
non corrispondeva esattamente alle attese dei dirigenti del partito,
il primo ordine del giorno del comando garibaldino, datato 25
novembre, non lasciava più dubbi sul carattere aggressivo
da imprimere alla lotta partigiana:
"In
conseguenza dell'avvenuta dichiarazione di guerra dell'Italia
alla Germania Hitleriana e conformemente alle direttive politiche
di azione del Comitato di liberazione nazionale, a cui aderiscono
i distaccamenti e le brigate d'assalto Garibaldi, il comando di
queste formazioni ordina a tutti i distaccamenti e a tutte le
brigate d'assalto Garibaldi
1. di orientare la loro attività partigiana al conseguimento
dei seguenti obiettivi:
a) attaccare in tutti i modi e annientare ufficiali, soldati,
materiale, depositi delle forze armate hitleriane;
b) attaccare in tutti i modi e annientare le persone, le sedi,
le proprietà dei traditori fascisti e di quanti collaborano
con l'occupante tedesco;
c) attaccare in tutti i modi e distruggere la produzione di guerra
destinata ai tedeschi, le vie e i mezzi di comunicazione e tutto
quanto può servire ai piani di guerra e di rapina dell'occupante
nazista;
2.
di procedere alla propria riorganizzazione, trasformandosi effettivamente,
secondo le direttive già date, in distaccamenti d'assalto,
per essere in grado di realizzare gli obiettivi sopraindicati
e per essere degni delle gloriose tradizioni garibaldine d'Italia
e di Spagna
invita
a) tutte le formazioni militari di patrioti a seguire l'esempio
dei distaccamenti e delle brigate d'assalto Garibaldi, sia per
quanto riguarda gli obiettivi da raggiungere, che le forme di
organizzazione da darsi, condizioni indispensabili per portare
veramente un contributo concreto alla lotta di liberazione nazionale;
b) tutti i patrioti a collaborare, in tutti i modi, con i distaccamenti
e le brigate d'assalto Garibaldi, fornendo loro armi e sempre
nuovi combattenti.
avverte
che chiunque si opporrà all'azione patriottica dei partigiani
e dei distaccamenti e delle brigate d'assalto Garibaldi, o ostacolerà
la lotta di liberazione nazionale, sarà considerato come
un traditore della patria e un amico dei nazisti e dei fascisti
e trattato come tale."
(24)
E'
utile infine una precisazione quantitativa: una stima generale
pubblicata nel 1947 indicava un dato complessivo di 223.639 partigiani
combattenti (di cui 35 mila donne), 122.518 collaboratori qualificati
come patrioti, 62.070 caduti (si trattava comunque di una cifra
approssimativa). Secondo i dati ufficiali della Commissione per
il riconoscimento delle qualifiche partigiane, su 1090 brigate
(partigiane, Sap, Gap) attive nel corso della guerra di liberazione,
575 erano brigate garibaldine: pur tenendo conto della tendenza
al sovradimensionamento e a definire sovente "Brigata"
formazioni dal modesto numero di effettivi, questo dato è
indicativo di una presenza decisamente preminente delle formazioni
legate al Partito Comunista (25).
NOTE
17
)
G. OLIVA, I vinti e i liberati, Milano, Mondadori, 1995,
pp.181 - 192.
18) G. BOCCA, Storia dell'Italia partigiana, settembre 1943
- maggio 1945, Milano, Mondadori, 1995 nona edizione, pp.114
- 116.
19) R. BATTAGLIA, Storia della Resistenza in Italia,
Torino, Einaudi, 1953 - nuova edizione 1970, pp. 196 - 199.
20) L. LONGO, Un popolo alla macchia, Roma, Editori riuniti,
1964, p. 86, riportato in G. BOCCA, Storia dell'Italia partigiana,
op. cit., p.91. Vedere anche La direzione del PCI ai compagni
delle formazioni partigiane, 23 novembre 1943, IG - Archivio PCI:
"[...] Ma questo titolo, che ci richiama alle più
belle tradizioni del nostro Risorgimento e rivissute in Spagna
con la centuria "Gastone Sozzi" prima, col battaglione
Garibaldi poi ed infine con la gloriosa Brigata Garibaldi, questo
titolo, diciamo, deve essere meritato [...] ".
21) W. VALSESIA, Sul rastrellamento della Benedicta,
in URBS - trimestrale dell'accademia urbense di Ovada nn.1 - 2
anno VIII, maggio - giugno 1995, p. 35.
22) G. OLIVA, I vinti e i liberati, op. cit., p. 183.
23) R. BATTAGLIA, Storia della Resistenza italiana, op.
cit., p. 200.
24) Testo dell'Ordine del giorno n.1 del Comando dei distaccamenti
e delle Brigate d'assalto Garibaldi, da Il Combattente, novembre
1943, n. 3 riportato in L. LONGO, Sulla via dell'insurrezione
nazionale, Roma, Editori Riuniti, 1976, pp. 54 - 55.
25) G. OLIVA, I vinti e i liberati, op. cit. pp. 362
- 365.