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Capitolo I
Le Brigate "Garibaldi" tra attivismo ed ideologia politica

 

Gabriele Lunati, La divisione Mingo. Dall'eccidio della Benedicta alla liberazione di Genova, Le Mani- Isral, Recco 2003.

 

Gabriele Lunati è nato ad Alessandria nel 1968. Ha collaborato con le riviste
Quaderno di storia contemporanea e Storia e memoria, pubblicando saggi e articoli su resistenza, antifascismo e missioni alleate.
Scrive di musica, web e nuove tecnologie su vari siti e periodici. Vive a Milano, dove lavora da anni nella redazione di Virgilio, la guida italiana a Internet.

La divisione Mingo. Dall'eccidio della Benedicta alla liberazione di Genova

 

Il recupero delle salme dei fucilati della Benedicta, che poté avvenire solo dopo la Liberazione

maggio 1945, Serravalle Scrivia: funerale dei ragazzi del paese fucilati nel corso del rastrellamento della Pasqua 1944

Ciò che rimase del cascinale della Benedicta, minato e fatto saltare dai tedeschi al termine del rastrellamento

 

 

 

 

 



Contro l’attesismo

Se la Resistenza del Settembre 1943 nasceva dall’incontro fra il nuovo e il vecchio antifascismo, divisi per anni dal regime poliziesco, dall'esilio e dal silenzio, sfumava altresì l’illusione di una rapida avanzata degli alleati, mentre la Repubblica Sociale si andava normalizzando. Emergevano a questo punto due punti nodali di differenziazione in seno al movimento di liberazione. Da un lato ci si interrogava su quale carattere dare al movimento, per alcuni strettamente militare, per altri politico e militare. Dall’altro c'era la tentazione dell’attesismo come alternativa all’impegno militante, nella speranza dell’imminente liberazione da parte dell’esercito angloamericano (17); attesismo militare degli esperti, ma anche quello consapevole dei suoi fini politici (che faceva leva sulla stanchezza e debolezza della gente comune) e fortemente voluto dagli alleati, i quali preferivano la collaborazione di uno stretto numero di militari piuttosto che l’azione di un esercito popolare. Vi era anche l’attesismo auspicato da Badoglio e dal Re, che mirava a paralizzare la ribellione nell'impossibilità di controllarla direttamente per ovvie questioni geografiche contingenti. Da non dimenticare un terzo tipo di attesismo, quello incoraggiato dalla Repubblica di Salò che, mancando nei primi mesi di quei mezzi militari sufficienti per avversare la ribellione, ricorre nuovamente al tradizionale ricatto, ricordando ai moderati della Resistenza che stavano facendo il ”gioco del comunismo” contro “i sacri valori nazionali” (18).
"Perché dobbiamo agire subito" è il titolo di un articolo comparso sulle pagine di "Nostra Lotta" del novembre '43, non firmato ma attribuibile a Secchia, responsabile dell'organizzazione del P.C.I., in cui si risponde punto per punto agli attesisti e si evidenzia la strategia comunista sul piano della lotta; quattro concetti fondamentali, che si articolano intorno alla

"[...] necessità di agire subito ed il più ampiamente possibile per abbreviare la durata della guerra e liberare al più presto il popolo italiano dall'oppressione fascista e tedesca [...]", "[...] per risparmiare decine di migliaia di vite umane e la distruzione di città e paesi [...]", "[...] per impedire il dispiegamento indisturbato della repressione nazi-fascista […]" e per "[...] dare al popolo italiano la possibilità di partecipare attivamente alla cacciata dei tedeschi e alla conquista dell'indipendenza e della libertà".

Nascono i "Distaccamenti d'assalto Garibaldi"

La chiarificazione ideologica di "Nostra Lotta" è contemporanea alla mobilitazione interna ed esterna del Partito Comunista. Partendo dalle cellule, il maggior numero dei militanti viene indirizzato al lavoro militare, mentre viene promossa la costituzione di "Distaccamenti d'Assalto Garibaldi" come formazioni modello aperte a tutti i patrioti e non solamente come formazioni di partito (19).

"Perché il distaccamento modello? Perché creati per l'azione armata, per l'assalto, per l'attacco audace. Distaccamenti d'assalto perché si danno una organizzazione e una disciplina di ferro adeguate ai compiti che si propongono. Distaccamenti d'assalto perché la loro tradizione si iscrive nelle migliori tradizioni popolari e nazionali, dai garibaldini del Risorgimento alla gloriosa Brigata Garibaldi di Spagna" (20).

Così affermava Luigi Longo, che divenne il comandante militare del primo Comando generale delle Garibaldi, costituitosi a Milano tra la fine d'ottobre e il principio di novembre. Pietro Secchia, ex operaio biellese quarantenne iscritto al Partito comunista dalla sua formazione (dirigente prima dei giovani, poi del Centro interno negli anni più duri della dittatura fascista, arrestato dalla polizia nel 1931 e rimasto dodici anni tra carcere e confino), ne era il commissario politico. Roasio era invece il coordinatore per il Veneto e l'Emilia, Scotti per il Piemonte e la Liguria. Venne stabilita una prima ed orientativa struttura organica, per superare razionalmente la situazione di spontaneità e passare alla precisione organizzativa. Ogni distaccamento doveva essere costituito su una base di nuclei di cinque o sei combattenti e di squadre di due nuclei ciascuna; quattro o cinque squadre formavano un distaccamento, per un numero non superiore a 40-45 uomini. In questo modo le formazioni garibaldine costituivano una svolta nella guerra partigiana, una affermazione decisa della volontà combattiva contro l'attesismo proprio nel momento in cui questo sembrava avere molte possibilità per vincere. Il principio base era che tanti piccoli reparti potevano sia mantenersi attivi quasi sempre e non avere grossi problemi di vettovagliamento, sia essere in grado di ottenere successi anche con mezzi ridotti, sfuggendo agilmente agli attacchi del nemico per contrattaccarlo di sorpresa. Da qui la necessità di organizzare formazioni partigiane che fossero al tempo stesso dinamiche, snelle e aggressive, costantemente legate alla popolazione circostante (21).
Come è stato più volte notato, nel rifiuto del P.C.I. ad attendere gli eventi si possono avvertire l'ansia e l'ira di chi conosce il pericolo ed il peso dell'isolamento e che diffida dei "trasformismi borghesi", avendo con l'attesismo tutto da perdere; esso confermerebbe infatti l'esclusione delle masse popolari dai fatti decisivi della storia nazionale favorendo in questo modo l'accordo anticomunista. Ovviamente questo passaggio da una tradizione e da una esperienza nelle quali l'obiettivo per tanto tempo è stato rappresentato dalla compilazione e dalla diffusione di volantini, manifesti, fogli d'agitazione in vista di uno sciopero concepito come punto culminante, all'organizzazione della guerriglia, anche la più sporadica, restava comunque un processo non facile. La difficoltà psicologica di adattamento, mostrata per il mutamento repentino della situazione, si avvertiva maggiormente nel quadro intermedio comunista del periodo clandestino o delle leve più anziane, e nella sua base operaia, rimasta spesso isolata, abituata ai lunghi tempi della cospirazione. Il P.C.I. si muoveva perciò in modo autonomo secondo un programma teso a politicizzare le bande e dare priorità organizzativa al partito, cosa che rifletteva gli schemi classici dell'ortodossia terzo-internazionalista (22). Ciò che distingueva infatti principalmente le formazioni garibaldine era l'istituzione dei "commissari politici", derivata direttamente dall'esperienza della guerra di Spagna negli anni Trenta. Tale istituzione era considerata spesso artificiosa ed importata d'oltre confine, come una diminuzione dell'autorità del comandante impossibilitato ad agire se non controllato dal commissario che gli è a fianco (23). Anche se lo sforzo di mobilitazione tra i militanti non corrispondeva esattamente alle attese dei dirigenti del partito, il primo ordine del giorno del comando garibaldino, datato 25 novembre, non lasciava più dubbi sul carattere aggressivo da imprimere alla lotta partigiana:

"In conseguenza dell'avvenuta dichiarazione di guerra dell'Italia alla Germania Hitleriana e conformemente alle direttive politiche di azione del Comitato di liberazione nazionale, a cui aderiscono i distaccamenti e le brigate d'assalto Garibaldi, il comando di queste formazioni ordina a tutti i distaccamenti e a tutte le brigate d'assalto Garibaldi

1. di orientare la loro attività partigiana al conseguimento dei seguenti obiettivi:
a) attaccare in tutti i modi e annientare ufficiali, soldati, materiale, depositi delle forze armate hitleriane;
b) attaccare in tutti i modi e annientare le persone, le sedi, le proprietà dei traditori fascisti e di quanti collaborano con l'occupante tedesco;
c) attaccare in tutti i modi e distruggere la produzione di guerra destinata ai tedeschi, le vie e i mezzi di comunicazione e tutto quanto può servire ai piani di guerra e di rapina dell'occupante nazista;

2. di procedere alla propria riorganizzazione, trasformandosi effettivamente, secondo le direttive già date, in distaccamenti d'assalto, per essere in grado di realizzare gli obiettivi sopraindicati e per essere degni delle gloriose tradizioni garibaldine d'Italia e di Spagna
invita
a) tutte le formazioni militari di patrioti a seguire l'esempio dei distaccamenti e delle brigate d'assalto Garibaldi, sia per quanto riguarda gli obiettivi da raggiungere, che le forme di organizzazione da darsi, condizioni indispensabili per portare veramente un contributo concreto alla lotta di liberazione nazionale;
b) tutti i patrioti a collaborare, in tutti i modi, con i distaccamenti e le brigate d'assalto Garibaldi, fornendo loro armi e sempre nuovi combattenti.

avverte


che chiunque si opporrà all'azione patriottica dei partigiani e dei distaccamenti e delle brigate d'assalto Garibaldi, o ostacolerà la lotta di liberazione nazionale, sarà considerato come un traditore della patria e un amico dei nazisti e dei fascisti e trattato come tale.
" (24)

E' utile infine una precisazione quantitativa: una stima generale pubblicata nel 1947 indicava un dato complessivo di 223.639 partigiani combattenti (di cui 35 mila donne), 122.518 collaboratori qualificati come patrioti, 62.070 caduti (si trattava comunque di una cifra approssimativa). Secondo i dati ufficiali della Commissione per il riconoscimento delle qualifiche partigiane, su 1090 brigate (partigiane, Sap, Gap) attive nel corso della guerra di liberazione, 575 erano brigate garibaldine: pur tenendo conto della tendenza al sovradimensionamento e a definire sovente "Brigata" formazioni dal modesto numero di effettivi, questo dato è indicativo di una presenza decisamente preminente delle formazioni legate al Partito Comunista (25).

NOTE

17 ) G. OLIVA, I vinti e i liberati, Milano, Mondadori, 1995, pp.181 - 192.

18) G. BOCCA, Storia dell'Italia partigiana, settembre 1943 - maggio 1945, Milano, Mondadori, 1995 nona edizione, pp.114 - 116.

19) R. BATTAGLIA, Storia della Resistenza in Italia, Torino, Einaudi, 1953 - nuova edizione 1970, pp. 196 - 199.

20) L. LONGO, Un popolo alla macchia, Roma, Editori riuniti, 1964, p. 86, riportato in G. BOCCA, Storia dell'Italia partigiana, op. cit., p.91. Vedere anche La direzione del PCI ai compagni delle formazioni partigiane, 23 novembre 1943, IG - Archivio PCI: "[...] Ma questo titolo, che ci richiama alle più belle tradizioni del nostro Risorgimento e rivissute in Spagna con la centuria "Gastone Sozzi" prima, col battaglione Garibaldi poi ed infine con la gloriosa Brigata Garibaldi, questo titolo, diciamo, deve essere meritato [...] ".

21) W. VALSESIA, Sul rastrellamento della Benedicta, in URBS - trimestrale dell'accademia urbense di Ovada nn.1 - 2 anno VIII, maggio - giugno 1995, p. 35.

22) G. OLIVA, I vinti e i liberati, op. cit., p. 183.

23) R. BATTAGLIA, Storia della Resistenza italiana, op. cit., p. 200.

24) Testo dell'Ordine del giorno n.1 del Comando dei distaccamenti e delle Brigate d'assalto Garibaldi, da Il Combattente, novembre 1943, n. 3 riportato in L. LONGO, Sulla via dell'insurrezione nazionale, Roma, Editori Riuniti, 1976, pp. 54 - 55.

25) G. OLIVA, I vinti e i liberati, op. cit. pp. 362 - 365.



 

 

 

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