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I Sentieri della Libertà. Valli Borbera e Spinti  
 

Sentiero n. 1 Da Borghetto a Carrega in automobile o in bicicletta

Sentiero n. 2 Da Stazzano a Pertuso

Sentiero n. 3 Da Pertuso a Piani di San Lorenzo (auto o a piedi)
Da Piani di San Lorenzo a Volpara, colle Trappola,
Monte Ebro, Monte Chiappo, Capanne di Cosola (auto fuori strada o a piedi)

Sentiero n. 4 Da Roccaforte a Lemmi

Sentiero n. 5 Da Roccaforte ad Avi e a Pertuso

Sentiero n. 6 Da Roccaforte a Costa Salata

Sentiero n. 7 Da Carrega e Capanne di Carrega a Costa Salata e Dovanelli

Didattica dei Sentieri. Valli Borbera e Spinti



Indice - I Sentieri della Libertà

Pertuso e la Val Borbera

 

Fotografie di Ilenio Celora

 

Sentiero n. 1
Da Borghetto a Carrega in automobile o in bicicletta


Come si arriva:

• Autostrada A7 Milano/Genova uscita Vignole Borbera – strada provinciale della Val Borbera sino alle Capanne di Carrega

Caratteristiche dell’itinerario:

• Partenza dal casello autostradale di Vignole B. arrivo a Capanne di Carrega seguendo la strada provinciale
• Dislivello in salita: 1124 m. circa
• Tempo di percorrenza: h 1 circa in auto. Ore 2,30 con soste ai monumenti.

Periodo consigliato e equipaggiamento:

• Qualunque periodo; con neve il tratto dopo Cabella può presentare difficoltà.

L’itinerario che si propone segue il percorso stradale della valle e tocca i principali centri che furono investiti nel periodo della lotta di liberazione. Può essere percorso in automobile o pullman come pure, da parte di ciclisti allenati, in bicicletta: va tenuto conto che si incontrano salite anche di notevole impegno.

Borghetto di Borbera fu sede dal settembre 1944 di un presidio tedesco e base per le spedizioni che tedeschi e fascisti effettuarono verso l’alta valle per riconquistare il controllo del territorio.
Risalendo la provinciale, superata la frazione di Persi iniziano le “strette” del torrente Borbera: una gigantesca gola, ricca di anse e di meandri, scavata dal Borbera nel corso dei millenni. E' questa la zona più suggestiva del territorio. Il carattere distintivo delle Valli consiste nella presenza di una natura ancora a tratti selvaggia. Vi si riscontrano rilievi fortemente modellati e coperti di un ricco manto vegetale: faggete e praterie al disopra degli 800 metri, bosco misto di castagno, rovere, maggiociondolo ai livelli inferiori. Straordinaria la fioritura: in primavera primule, genziane, ranuncoli, narcisi e una grande quantità di orchidacee; in piena estate il giglio rosso di San Giovanni, mirtilli e lamponi. Falconidi, gufi e civette, la rara pernice rossa e l'allodola trovano qui l'habitat naturale, unitamente ad altra avifauna. Ricci, tassi, ghiri e scoiattoli sono presenti in buon numero.
Inoltratisi nelle Strette, si raggiunge poco prima di Pertuso la località del ponte del Carmine, il “ponte rotto”, che i partigiani fecero saltare il 3 ottobre 1944 per impedire ai fascisti di raggiungere l’alta valle con mezzi corazzati. Poco oltre il ponte, sul luogo dei combattimenti dell’agosto 1944, è murata alla parete rocciosa una lapide a ricordo dei caduti della divisione Pinan-Cichero.
Poche centinaia di metri oltre terminano le stretta e si apre lo slargo bellissimo dell’alta valle. All’inizio della frazione di Pertuso sorge su di un rialzo, che domina un piccolo slargo intitolato al comandante Aurelio Ferrando “Scrivia”, la Stele che commemora la resistenza ed elenca tutte le formazioni partigiane che combatterono in valle.
L’evento più significativo di questi luoghi fu la “Battaglia di Pertuso” combattuta tra il 22 e il 27 agosto 1944, come tentativo nazifascista di sfondamento all’interno di un piano ben più vasto mirante ad occupare l’Antola mediante colonne provenienti da nove direzioni. Dapprima il 22 agosto un reparto di bersaglieri della RSI della scuola sottufficiali di Novi Ligure tentò di forzare le stretta ma fu respinto da un posto di blocco partigiano dotato di una mitragliatrice. Era solo un primo tentativo, rinnovato poi il 24 da fascisti e tedeschi in forze. Nel frattempo erano però confluite a Pertuso altre forze partigiane, chiamate da “Marco”: giungono gli uomini della brigata Capettini, il distaccamento Verardo comandato da Pinan, il distaccamento Peter comandato da Scrivia. Si costruiscono sbarramenti di tronchi e pietre, si occupano le pendici della gola. I tedeschi attaccano con un cannone, alcuni mortai e mitragliatrici: si combatte per tutto il giorno ma i partigiani tengono le posizioni, respingono gli assalti e catturano 64 prigionieri, il cannone, un mortaio e numerose armi automatiche. Giovani, anziani e donne dei paesi vicini hanno sostenuto nella battaglia i reparti partigiani nutrendoli durante le pause e curando i feriti. Dopo tre giorni di durissimi scontri, i partigiani, esaurite le munizioni, si devono ritirare anche perché l’azione nazifascista si è estesa e i difensori di Pertuso rischiano di essere presi alle spalle.
Poco dopo si incontra il paese di Cantalupo, appena usciti dal quale sorge il monumento a Fëdor (il partigiano russo F?dor Alexander Poletaev). Il monumento (eretto nel 1978 dall’amministrazione comunale di Cantalupo) ricorda il valore del russo, già sergente maggiore dell’Armata Rossa, prigioniero fuggito da un campo di concentramento dopo l’armistizio, caduto il 2 febbraio 1945 nel corso della battaglia di Cantalupo. Il 2 febbraio alle ore otto del mattino un centinaio di tedeschi e di “mongoli” (prigionieri turchestani dell’esercito russo che i tedeschi avevano arruolato) attaccarono il piccolo distaccamento partigiano che bloccava le stretta all’altezza del ponte rotto del carmine e riuscirono a passare, occupando il paese di Cantalupo. Richiamati da Cornareto e da Roccaforte i due distaccamenti partigiani del Castiglione e del Franchi circondarono il paese e, mentre i “mongoli” si avviavano in doppia fila indiana verso il ponte sul Borbera a San Nazzaro, li attaccarono poco dopo mezzogiorno ed in poche ore li volsero in fuga, facendo sei morti, cinque feriti e quarantun prigionieri, e impadronendosi di molte armi; una cinquantina i tedeschi e mongoli riusciti a sfuggire lungo il greto del Borbera: Fëdor fu colpito al termine dello scontro mentre, gridando in russo ai nemici di arrendersi, si era gettato in mezzo a loro per catturarli. Fu insignito di Medaglia d’oro al valor militare dal Governo italiano e di Stella d’oro dal Governo sovietico.

Dal ponte di San Nazzaro si dipartono due possibili itinerari.

Il primo incontra subito Rocchetta Ligure dove ha sede il Museo della resistenza, realizzato su iniziativa del comandante “Carlo” G. B. Lazagna. A Rocchetta ebbe sede il cosiddetto “ospedaletto” dove venivano curati i partigiani e dove vennero assistiti anche i nemici colpiti durante la battaglia di Pertuso dell’agosto 1944: questo fatto spinse il comandante tedesco a risparmiare la vita dei partigiani feriti catturati, i quali vennero però in seguito consegnati dai tedeschi alla Brigata nera che vilmente li uccise.
Si entra nella val Sisola, al termine della quale si trovano Mongiardino e il valico di Costa Salata che immette nella val Vobbia (descritti in altri itinerari).

Il secondo itinerario risale la val Borbera incontrando Cabella. Le prime azioni partigiane avvennero a Cabella nel luglio ’44 ad opera della banda di “Folgore”, che attaccò la caserma della GNR, ne disarmò i militi e li lasciò poi liberi. Qui risiedeva il comandante del SIP (servizio informazioni partigiano) e a Cornareto l’Intendenza della VI zona operativa. Nel novembre del 1944 Bisagno, il comandante della divisione Cichero, organizzò sulla piazza di Cabella il raduno di uno dei battaglioni della divisione alpina Monte Rosa che dalla RSI era passato armi e bagagli ai partigiani: tenne ai soldati un discorso patriottico al termine del quale, pur potendo, chi lo voleva, ritornare a casa, gli alpini decisero di partecipare alla lotta di liberazione: il loro nuovo distaccamento venne chiamato Vestone o “Vistù” in dialetto lombardo. Fino alla fine della guerra di liberazione Cabella fu luogo di incontri di comandanti partigiani e, dal gennaio1944, sede del comando della brigata Oreste.

Da Cabella si sale a Carrega sede del comando della VI zona e della divisione Cichero e quindi a Capanne di Carrega (già descritte in altro itinerario). Il valico che mette nella val Trebbia si trova al punto di incontro di Piemonte, Liguria ed Emilia.



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