Xenofobia




In nessun momento un popolo, qualunque fosse, si è dato il nome di 'gli ospitali'.
E. Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee

Letteralmente, è la paura dello straniero, dai greci fobìa (paura) e xenos, che, com'è noto, significa sia "straniero", "estraneo", "nemico", sia "ospite" (Benveniste 1969). Il primo uso attestato del termine pare essere un conio francese, xénophobie, all'incirca del 1906, probabilmente riferito alle violenze perpetrate nel 1900 dalla setta cinese dei "boxer" ai danni degli stranieri, specie europei, e dei cinesi convertiti al cristianesimo.
In effetti, nell'uso comune, più che la paura la xenofobia è l'avversione, l'antipatia o l'intolleranza nei confronti di ciò che proviene dall'estero (e "dall'esterno" in vari sensi del termine), quindi anzitutto verso chi è straniero o percepito come tale.
Così, "gusti xenofobi" sono quelli di chi è istintivamente o indiscriminatamente contrario a prodotti o cibi provenienti dall'estero; "atteggiamenti xenofobi" sono quelli che implicano, indicano o esprimono la paura dello straniero o l'avversione nei suoi confronti, dove l'avversione può essere provocata dalla paura, dalla percezione dello straniero come nemico o come minaccia all'incolumità propria o di altri, al proprio tenore di vita, all'integrità dei propri costumi e della propria cultura, o anche semplicemente come fonte di fastidio, seccatura, disturbo.
La xenofobia non coincide con il razzismo, che si può considerare piuttosto un'ideologia o una concezione secondo cui non solo esistono razze umane distinte e biologicamente identificabili, ma le differenze fra i gruppi umani si devono attribuire a fattori biologici, cioè alle differenze razziali, che caratterizzano i gruppi stessi (Pierre Taguieff ha parlato a questo proposito di "razzializzazione": le differenze sociali, politiche, somatiche, vengono rappresentate come derivanti da fattori biologici). Quindi la xenofobia può avere un presupposto razziale e/o razzista (ad esempio: "non sopportiamo gli stranieri perché appartengono a una razza diversa dalla nostra", magari inferiore o negativamente connotata come molesta, rumorosa, infida, e così via), oppure no (ad esempio: "non vogliamo gli stranieri perché accettano un salario più basso e ci portano via il lavoro", come dichiara una recente protesta degli idraulici tedeschi contro la "calata" in Germania degli idraulici polacchi). Molto spesso la xenofobia non ha alcuna relazione con il comportamento effettivo degli stranieri: in particolare, la diffusione della xenofobia in concomitanza con l'aumento dei flussi migratori della fine del secolo XX non si può considerare la diretta conseguenza della "minaccia" che gli immigrati, specie clandestini, costituirebbero per la "società civile" dei paesi occidentali. E' facile dimostrare che "gli stranieri", come tali, non sono una minaccia per la convivenza civile, non più dei "siciliani" (per definizione, tutti mafiosi) o dei "bergamaschi" (per definizione, tutti fanatici razzisti e secessionisti): "gli stranieri", come entità collettiva indifferenziata e omogenea, non esistono al di fuori delle classificazioni della burocrazia o dei servizi dei telegiornali. La xenofobia non è semplicemente un sentimento istintivo, è piuttosto "uno stile pubblico di definizione della realtà" (Dal Lago 1999: 123).

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

BENVENISTE, E., Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee (1969), Torino, Einaudi 1976.
CORTELLAZZO, M., e ZOLLI, P., Dizionario etimologico della lingua italiana, Bologna, Zanichelli 1985.
DAL LAGO, A., Non-persone. L'esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli, Milano 1999.
BEN JELLOUN, T., Ospitalità francese (1984), Roma, Editori Riuniti 1998.
TAGUIEFF, P.A., Il razzismo. Pregiudizi, teorie, comportamenti (1997), Milano, Cortina 1999.



Striscione dell'associazione politica di estrema destra "Forza Nuova" (Fonte: sito web di Forza Nuova)


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