Tasse


L'effigie di Aristotele su una moneta da cinque dracme



La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Costituzione italiana, art. 2

Una democrazia liberale e pluralista improntata a principi di eguaglianza e solidarietà, ossia all'eredità della tradizione politica inaugurata dalla rivoluzione francese o alla sua realizzazione novecentesca nelle socialdemocrazie europee (secondo il modello dello "stato del benessere") comporta il mantenimento di una burocrazia statale ampia e articolata, e spese conseguenti.
L'esigenza della salvaguardia dei diritti di cittadinanza impone alle istituzioni statuali costi crescenti, soprattutto per effetto della dilatazione del catalogo dei diritti sociali e del numero dei loro titolari: la tutela efficace della salute di una popolazione sempre più longeva, la risposta adeguata ai bisogni differenziati di una società ormai multietnica, multireligiosa, multiculturale, la comparsa di garanzie previdenziali nuove legate alle trasformazioni di un mercato del lavoro sempre meno prevedibile e sempre più globale sono tra i fattori che conducono all'aumento della spesa sociale nel mondo contemporaneo.

Non solo, ma le dinamiche del capitalismo dell'ultimo quarto del XX secolo hanno accentuato enormemente il divario fra i redditi degli individui del pianeta: la globalizzazione non sembra aver migliorato le condizioni di vita degli abitanti dei paesi del Sud del mondo, tutt'altro.

Sono fortemente cresciute, con una forte accelerazione negli ultimi vent'anni, le diseguaglianze di reddito ai due estremi della piramide della stratificazione. Secondo i dati […] del United Nations Development Programme, nel 1960 il quinto più ricco della popolazione mondiale, che si può stimare includa i primi quattro-cinque strati superiori, si divideva il 70,2 per cento del PIL del mondo, mentre al quinto più povero, formato all'incirca dai quattro strati inferiori, toccava il 2,3 per cento: il rapporto tra il primo e l'ultimo quintile era dunque di 30 : 1. Nel 1991 la disuguaglianza di PIL tra i due quintili era salita a 61 : 1. Il primo quintile disponeva, infatti, dell'84,7 per cento del reddito totale prodotto nel mondo; all'ultimo quintile restava l'1,4 per cento. Infine nel 1997, cui si riferiscono i dati del Rapporto 1999, il primo quintile è giunto a disporre dell'86 per cento del PIL mondiale, mentre il quintile più povero è sceso all'1 per cento. Non occorre nemmeno una calcolatrice per stabilire che il rapporto tra i più ricchi e i più poveri, a livello mondo, è ora, in riferimento al PIL disponibile, pari a 86 : 1. (Gallino 2000: 71)

Inoltre, per conseguenze almeno in parte collegabili alla globalizzazione, è cresciuto anche il divario fra le fasce di reddito più alta e più bassa nei paesi industrializzati. Per limitarci al caso eclatante degli Stati Uniti d'America, il reddito medio degli alti dirigenti delle grandi imprese era nel 1975 di 326.000 dollari l'anno, contro gli 8.000 dollari in media per operai e impiegati, per un rapporto di 41: 1. A metà degli anni Novanta il reddito medio di un amministratore delegato arrivava a 3.700.000 dollari, quello di operai e impiegati 20.000 dollari, con un rapporto tra redditi di 187 : 1 (Gallino 2000). Analoghe considerazioni si potrebbero fare per molti paesi europei, Italia inclusa.
In favore di una tassazione equa, rigorosa e vigorosa depongono dunque ragioni etiche (redistribuire i benefici della cooperazione sociale, riducendo le perversioni delle speculazioni finanziarie), oltre che contabili (sostenere i costi dello stato sociale) e politiche (conservare il residuo consenso dei cittadini nei confronti delle istituzioni statali). Nel contempo però i cittadini affluenti delle democrazie contemporanee si dimostrano sempre più riluttanti ad accettare il principio redistributivo dell'imposizione fiscale: ciò si deve non solo alla diffusa delegittimazione degli apparati burocratico-amministrativi (spesso cronicamente inefficienti), ma anche, e in certi casi soprattutto, a una diffusa erosione dei moventi della solidarietà sociale negli elettorati degli stati "post-nazionali". Come dire che nelle società multietniche, venuti meno i vincoli della comunanza spirituale, razziale o etnica di fratelli e compatrioti, vengono meno anche le ragioni della solidarietà sociale: perché dovremmo "fare sacrifici", ci si domanda, quando a beneficiarne sarebbero soprattutto estranei, immigranti e stranieri?
Pare insomma che al nazionalismo su base culturale o spirituale si sia ormai sostituito una sorta di "sciovinismo del benessere" in virtù del quale i cittadini si impegnano per difendere non tanto il proprio territorio o la patria quanto i propri, presunti, "diritti di consumatori".

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

GALLINO, L., Globalizzazione e diseguaglianze, Roma-Bari, Laterza 2000.
HABERMAS, J., "Cittadinanza politica e identità nazionale. Riflessioni sul futuro dell'Europa" (1991), in J. Habermas, Morale, Diritto, Politica, Torino, Einaudi 1992, pp. 105-138.
HABERMAS, J., Solidarietà tra estranei. Interventi su "Fatti e norme", a cura di L. Ceppa, Milano, Guerini e associati 1997.
HABERMAS, J., La costellazione post-nazionale. Mercato globale, nazioni e democrazia, Milano, Feltrinelli 1999.



Ufficio delle tasse dello stato di Tamil Nadu, India, durante lo sciopero del giugno 2002


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