Stato di diritto


Washington, USA: protestanti pacifisti ammucchiano scarpe con i nomi dei civili uccisi nel corso della guerra in Iraq, 27/01/2007 (Foto: Stefan Zakin)

Con Norberto Bobbio definiamo "'stati di diritto' gli stati in cui funziona regolarmente un sistema di garanzie e di diritti dell'uomo" (Bobbio 1968: 38).
Aggiungiamo, con Jürgen Habermas, che uno stato di diritto è davvero tale quando consente la

autoorganizzazione politicamente autonoma d'una collettività che, con il sistema dei diritti, s'è costituita in associazione di liberi ed eguali consociati giuridici. Le istituzioni […] devono garantire l'esercizio effettivo dell'autonomia politica a cittadini socialmente autonomi. (Habermas 1992: 209)

Ovvero: lo stato di diritto si può concepire, in termini astratti e ideali, come una associazione volontaria di individui autonomi che decidono di disciplinare in modo legittimo la loro convivenza per mezzo di leggi, norme e regole accettate da tutti e tali da garantire il rispetto di alcuni diritti individuali fondamentali.
Nel mondo attuale, "stato di diritto" è allora quello stato democratico che garantisce effettivamente (non soltanto in linea di principio) le condizioni procedurali ideali della libera formazione dell'opinione pubblica e della traduzione di essa in deliberazione politica, cioè in legislazione. Di più: è quello stato democratico che si concepisce come una comunità di individui identificati da una condizione civico-giuridica, prima che etnico-culturale. In altri termini, "cittadini" non sono solo coloro che hanno avuto la ventura di nascere in un certo territorio delimitato da confini giuridici, ma coloro che, direttamente o indirettamente, partecipano a un'attività collettiva e continuativa di deliberazione politica tramite la quale definiscono modi, regole e fini della loro vita in comune: il concetto di stato di diritto implica anzitutto che tale attività si svolga secondo regole sottoscritte da tutti i partecipanti, e in secondo luogo che la partecipazione a tale attività sia aperta, in linea di principio, a tutti coloro che, ovunque siano nati, si impegnano a sottoscrivere le stesse regole.
Infatti l'idea dello stato di diritto esige che l'apparato statale si organizzi in modo da costringere il potere politico a legittimarsi anch'esso su un diritto prodotto in modo legittimo; ciò è possibile se nell'amministrazione dello stato viene a concentrarsi un potere che si rigenera continuamente a partire dai processi di formazione dell'opinione pubblica (libera discussione e confronto di idee, ideologie, programmi politici, critica, satira, contestazione, ecc.). Il diritto non è solo un potere che controlla i processi amministrativi, ma è anche il tramite per mezzo del quale le esigenze e le richieste che emergono dalla sfera pubblica possono essere legittimamente tradotte in azioni politico-legislative. Quindi possiamo propriamente parlare di stato di diritto quando il potere dello stato non è solo esercitato in modo formalmente corretto, cioè secondo le procedure di legge, ma quando esso riesce a esprimere la sovranità popolare garantendo allo stesso tempo i diritti di libertà individuale e la solidarietà sociale: ovvero quando garantisce la formazione di una società civile in grado di assorbire e neutralizzare l'ineguale distribuzione delle posizioni sociali e dei potenziali di potere che ne risultano, senza violare i diritti fondamentali di alcuno; e quando riesce a "sintonizzare" le proprie istituzioni con le istanze (di cambiamento, di decisione, ecc.) che prendono forma nei discorsi delle diverse sfere pubbliche autonome e a dare forma e peso a tali istanze attraverso le decisioni degli organi di governo democratici.
Ciò significa, tra l'altro, che l'eguaglianza dei diritti si sgancia dalla propria base etnico-nazionalistica per diventare universalistica: nella Repubblica italiana i titolari di diritti sono tutti coloro che hanno la cittadinanza italiana, non solo gli italiani "etnici": lo stato diviene allora strumento del diritto anziché della nazione. Si profila così una trasformazione dei concetti di stato nazionale e di sovranità territoriale, in direzione di un diritto effettivamente cosmopolitico. Infatti, l'idea del diritto intesa in senso democratico universalista prescrive l'impegno delle istituzioni dello stato di diritto a garantire l'eguaglianza dei diritti anche al di fuori dei propri confini, a tutti coloro che, pur non essendo cittadini, sono tuttavia esseri umani: lo stato di diritto non può esistere quando il principio dell'eguaglianza di fronte alla legge viene infranto.

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

BOBBIO, N., "Presente e avvenire dei diritti dell'uomo" (1968), in N. Bobbio, L'età dei diritti, Torino, Einaudi 1990, pp. 17-44.
HABERMAS, J., Fatti e norme. Contributi a una teoria discorsiva del diritto e della democrazia (1992), Milano, Guerini e associati 1996.


Copyright e uso corretto

Senza Patria - Indice