Minoranze


Il capotribù Sioux Ron-Il-Suo-Cavallo-E'-Il-Tuono contesta l'autenticità del sito di sepoltura di Toro Seduto in Nord Dakota, U.S.A. (Foto: Angel Franco, 2007)

Un individuo fa parte di una minoranza quando appartiene a un gruppo che la maggioranza politica dello stato in cui quel gruppo vive ha dichiarato non omogeneo (in vari sensi: culturale, etnico, linguistico, eccetera) al gruppo "originario" o "dominante" o "maggioritario".
All'incirca a partire dagli anni Ottanta del XX secolo si sono moltiplicate, in Nord America e in Europa, le proclamazioni di identità particolari e le richieste di diritti "speciali" da parte di gruppi etnici, linguistici, religiosi, che affermavano la propria diversità rispetto alla popolazione maggioritaria e alla sua "cultura comune": canadesi francofoni del Quebec che reclamavano diritti linguistici nel Canada anglofono, ispanici che chiedevano che nella California meridionale l'istruzione pubblica fosse impartita in lingua spagnola, catalani in Spagna, scozzesi in Gran Bretagna, e così via.

Negli stessi anni l'intensificazione dei flussi migratori acuiva la percezione della difficoltà, per i governi di molti paesi ormai multietnici, di conciliare politiche economiche e sociali concepite per cittadinanze apparentemente omogenee con la realtà sempre più consistente e visibile della diversità etnica, culturale, religiosa.
Naturalmente il problema politico del rapporto maggioranza-minoranza esiste da sempre, e ha ricevuto nel tempo soluzioni differenti, che per semplicità si possono ricondurre a tre tipi principali (Walzer 1997).
1) Imperi multinazionali (casi storici: Persia, Egitto dei Tolomei, impero romano, impero austro-ungarico, Unione Sovietica): l'impero riconosce l'esistenza dei gruppi minoritari, che vengono tollerati con le loro leggi, pratiche religiose, procedure giuridiche, politiche fiscali e distributive, programmi educativi e modelli di convivenza familiare; tutti vengono considerati legittimi o ammissibili con pochi vincoli minimi, raramente applicati in modo rigido, a patto che le minoranze non mettano in discussione l'autorità e la legittimità dell'impero.
2) Stati nazione (casi storici: Francia, Spagna, Gran Bretagna): qui

un unico gruppo dominante organizza la convivenza in un modo che riflette la propria storia e cultura e, se le cose vanno come devono andare, porta avanti la storia e sostiene la cultura. Sono queste intenzioni che determinano il carattere dell'istruzione pubblica, i simboli e le cerimonie della vita pubblica [...]. Lo stato-nazione non è neutrale fra storie e culture, il suo apparato politico è un motore di riproduzione politica. I gruppi nazionali ricercano la nazionalità proprio per controllare i mezzi della riproduzione. (Walzer 1997: 25)

Gli stati-nazione intrattengono relazioni non tanto con i gruppi quanto con gli individui, che vengono concepiti anzitutto come cittadini, in secondo luogo come membri di questa o quella minoranza. Rispetto a quanto accade negli imperi, i singoli godono di diritti di piena cittadinanza, ma subiscono maggiore pressione verso l'assimilazione, poiché sono socializzati nella lingua e nei sistemi educativo e giuridico del gruppo maggioritario. Per la stessa ragione i gruppi tendono a diventare più tolleranti al loro interno e a trasformarsi in associazioni volontarie i cui membri acquistano la possibilità di andarsene, con la conseguenza che i gruppi devono organizzarsi in modo da diventare persuasivi, offrendo vantaggi e consentendo che il senso di appartenenza divenga più elastico e liberale. In questo caso, poiché lo stato detiene il "monopolio della violenza legittima", le minoranze non esercitano alcuna coercizione sui propri membri e la cittadinanza si afferma come appartenenza prioritaria: spesso l'appartenenza al gruppo si indebolisce in favore dell'assimilazione alla maggioranza.
3) Società di immigranti (caso storico: Stati Uniti d'America): qui lo stato, una volta liberatosi dalla stretta dei primi immigranti– che credevano avrebbero formato un loro stato-nazione – non si impegna in favore di nessuno dei gruppi che lo costituiscono, adotta il linguaggio dei primi immigranti e la loro cultura politica, con alcune modifiche, ma non privilegia alcun gruppo e li tollera tutti, senza abbracciare alcun fine particolare. Lo stato non intrattiene relazioni con i gruppi, ma solo con i singoli, indipendentemente dalle loro appartenenze, e si limita a rivendicare diritti di giurisdizione. In questo quadro le minoranze sono pure e semplici associazioni volontarie, che, in quanto vogliono essere tollerate e attrarre associati, si comportano in modo estremamente liberale, sia l'una con l'altra che con i propri membri: emergono versioni personalizzate di appartenenza (molti modi diversi di essere ebreo, cattolico, afro-americano, musulmano, ecc.): i gruppi fondamentalisti ortodossi si distinguono proprio perché non sono disposti ad accettare questa tolleranza e a trasformare di conseguenza la propria cultura religiosa; talvolta contestano persino il carattere liberale della società di immigranti. In questa condizione di tolleranza estrema, in cui ognuno può elaborare una propria versione personalizzata della cultura e della religione, è verosimile che la vita di gruppo a lungo andare possa dissolversi in una miriade di microappartenenze prive di vincoli e caratteri definiti.
Circa la specificità delle minoranze americane, Michael Walzer ha parlato di "americani col trattino" (hyphenated Americans): i vari gruppi di ex-immigranti che compongono oggi la società americana (italo-americani, nippo-americani, afro-americani, eccetera) sarebbero portatori di una doppia identità, cioè un'identità politica, senza pretese culturali forti, anonima, pluralista (l'identità americana propriamente detta, al di là del trattino), e perciò perfettamente compatibile con l'altra, etnica o culturale in senso forte (quella al di qua del trattino). Quest'ultima, poi, sarebbe comunque diventata specificamente americana, differenziandosi da altri gruppi della stessa etnia fuori dall'America: com'è noto, gli italo-americani sono diversi dagli italiani, gli afro-americani dagli africani, e così via.
Il problema, lo si è detto, non è affatto nuovo, semplicemente l'aumento delle migrazioni internazionali di fine secolo ha riaperto la discussione circa la legittimità delle soluzioni adottate nei vari paesi. Negli Stati Uniti, ad esempio, sono presenti diverse minoranze come gli indiani americani, i portoricani, i discendenti dei messicani che vivevano nelle regioni del Sud-Ovest quando gli Stati Uniti annetterono California, Nuovo Messico e Texas nel XIX secolo, gli abitanti delle isole Hawaii, i Chamorro dell'isola di Guam, oltre ai vari gruppi etnici delle isole del Pacifico. In tutti questi casi il governo ha riconosciuto la cittadinanza differenziata, concedendo a questi gruppi diritti di autogoverno, diritti giuridici e linguistici speciali, forze di polizia autoctone: Guam è un "territorio non incorporato" degli Stati Uniti, le cui lingue ufficiali sono il chamorro e l'inglese, Puerto Rico è uno "stato libero" associato, i cui abitanti hanno la piena cittadinanza statunitense con l'eccezione del diritto di voto alle elezioni statunitensi.
Più in generale, sembra che molti governi preferiscano trattare le minoranze come "gruppi etnici", ovvero collettività destinate all'integrazione nella società dominante previo riconoscimento di certe particolarità specifiche come lingua, festività, ecc., e siano riluttanti a considerarle "minoranze nazionali", ovvero popoli storicamente e culturalmente distinti, titolari di diritti di autogoverno, di possesso del territorio: nell'epoca della globalizzazione, in cui i confini degli stati sovrani sono divenuti porosi, la prima definizione salvaguarda gli stati ospitanti dal rischio di indesiderate ingerenze delle organizzazioni internazionali, che, secondo il diritto umanitario, possono violare la sovranità degli stati ospitanti per garantire i diritti delle minoranze nazionali ma non per proteggere gruppi etnici oppressi. Molto spesso i gruppi etnici vengono trattati come minoranze svantaggiate, per le quali il progresso consisterebbe nell'integrazione nella società dominante; si pensi al caso degli Indiani americani, o degli aborigeni australiani: dopo genocidio, deportazione e infine segregazione, la prospettiva sarebbe ora quella dell'assimilazione (Kymlicka 1995).
D'altro canto la protezione dei membri delle minoranze sembra incontrare serie difficoltà, non solo all'atto pratico, ma già sul piano giuridico teorico: uno dei più importanti documenti internazionali, la Convenzione-quadro dell'Unione Europea per la protezione delle minoranze nazionali (1995), si astiene addirittura dal proporre una definizione di "minoranza nazionale", visto che "a questo stadio è impossibile arrivare a una definizione in grado di raccogliere il sostegno generale di tutti gli stati membri del Concilio d'Europa", e affida la responsabilità di definire e proteggere le minoranze alle istituzioni dei singoli stati. Come dire, ognuno fa quello che gli pare.
Due parole, infine, sulla questione delle minoranze in Italia. La Costituzione del 1948 prevede che la Repubblica tuteli le minoranze linguistiche (art. 7): non ne considera altre, né menziona minoranze religiose, etniche o culturali. La Costituzione riconosce la libertà di culto e sembrerebbe adottare la tipica soluzione liberale, ossia trattare tutti i cittadini come individui eguali, senza privilegi né diritti speciali, almeno a leggere l'articolo 3: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali." Tuttavia, il secondo comma dello stesso articolo si spinge oltre, enunciando un dovere d'intervento:

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Questo comma, che nel 1948 poteva significare, tra le altre cose, il diritto all'istruzione gratuita per tutti coloro che non potevano permettersela, nel XXI secolo si apre alle più svariate interpretazioni: si pensi ad esempio a cittadini italiani di religioni non cattoliche che pretendessero il finanziamento statale delle proprie scuole religiose d'Italia sulla base del proprio diritto al pieno sviluppo della loro persona umana (di cui la formazione religiosa è componente essenziale, e che potrebbe essere impedito da ostacoli economici, come ad esempio l'alto costo dell'affitto dei locali per il culto); in questo caso, lo stato avrebbe il dovere di provvedere, magari con l'erogazione di contributi in denaro o con l'introduzione di altre religioni nelle scuole pubbliche? E in questo secondo caso, dovrebbe affidare all'imam o al pope il compito di valutare l'idoneità degli insegnanti delle rispettive religioni, come avviene attualmente con il vescovo?
Inoltre all'articolo 8 la Costituzione parla di confessioni religiose, che sarebbero "tutte egualmente libere davanti alla legge" (art. 8): però afferma anche la reciproca indipendenza e sovranità di stato e chiesa cattolica, "ciascuno nel proprio ordine" (art. 7); e aggiunge che le confessioni religiose "diverse dalla cattolica hanno il diritto di organizzarsi secondo i propri statuti" (art. 8). E' chiara allora la soluzione italiana del problema del rapporto fra maggioranza e minoranza religiose: da una parte, la chiesa cattolica, indipendente dallo stato italiano e sovrana "nel proprio ordine" (ossia, probabilmente, in quello spirituale, ma forse anche in quelli etico, sociale, teologico...); dall'altra, tutti gli altri culti, liberi ed eguali, ma diversamente da quello cattolico.

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

AA.VV., Framework convention for the protection of national minorities and explanatory report, Strasbourg, February 1995, in: http://www.coe.int/t/e/human_rights/minorities/2._frameworkconvention_(monitoring)/1._texts/
H(1995)010%20E%20FCNM%20and%20Explanatory%20Report.asp#TopOfPage
(consultato il 5/12/2006).
KYMLICKA, W., The Politics of Multiculturalism: A Liberal Theory of Minority Rights, Oxford, Clarendon Press 1995.
WALZER, M., On Toleration, New Haven, Yale University Press 1997


Orsi polari, Stretto di Bering 2004 (Foto: Dan Crosbie)


Copyright e uso corretto

Senza Patria - Indice