Etnia


(Foto: Suzanna Fayt)

I termini "etnia", "etnico", "etnicità" derivano, com'è noto, dal greco ethnos, che nella letteratura antica compare in una varietà di usi: in Omero designa una "banda di compagni" (ethnos ethairon), una "schiera di uomini" (ethnos Laon), come anche la "tribù degli Achei" (ethnos Achaion) e perfino uno "sciame di api" (ethnea melisson) e uno "stormo di uccelli" (ethnea ornithon); in Pindaro definisce la "razza" degli uomini, o delle donne (ethnos aneron o gunaikon), mentre in Erodoto indica "il popolo" o "la nazione" dei Medi (to Medikon ethnos), e in Platone la "casta" degli araldi (ethnos Kerukikon). Gli scrittori del Nuovo Testamento e i Padri della Chiesa applicano il termine (Ta ethne) ai "gentili", cioè a tutti coloro che non sono ebrei né cristiani. Come suggerisce Anthony Smith, il "comune denominatore di tutti questi usi sembra essere il senso di un certo numero di persone o animali che vivono insieme e che agiscono insieme anche se non necessariamente appartengono allo stesso clan o tribù" (Smith 1986: 64); il tratto caratterizzante dei vari usi di ethnos pare insomma il fatto di condividere alcuni tratti culturali, o comportamenti, o funzioni, che distinguono alcuni individui da altri che ad essi assomigliano sotto altri aspetti.
Se gli usi antichi sono plurimi, quelli moderni sono ambigui e problematici, come mostra una breve panoramica dei significati burocratici, storiografici, etnografici.
Per la burocrazia, "etnia" è la categoria spesso impiegata per classificare i cittadini e i residenti di uno stato. Ad esempio, in Gran Bretagna l'Ufficio nazionale di statistica preposto al censimento suddivide la popolazione in gruppi etnici così definiti:


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Bianco britannico;
Bianco irlandese;
Altro bianco (tra cui: nord-irlandesi, ciprioti, zingari, neozelandesi, bianchi misti [sic]);
Misto;
Indiano (indiani britannici e punjabi);
Pakistano (pakistani britannici e kashmiri);
Bangladeshi;
Altro asiatico;
Nero caraibico;
Nero africano;
Altro nero (neri britannici, neri americani, neri misti);
Cinese;
Ogni altro gruppo etnico (tra cui: giapponesi, filippini, malesi, aborigeni, afgani, inuit, maori).
(Office for National Statistics 2006)

In altri casi la burocrazia coniuga il gruppo etnico con la "razza": negli Stati Uniti d'America il governo ha adottato, per il censimento dell'anno 2000, il criterio di suddividere la popolazione in sei "razze",

1. Indiano americano o nativo dell'Alaska;
2. Asiatico;
3. Nero o Afro-americano;
4. Nativo delle Isole Hawaii o di altra isola dell'Oceano Pacifico;
5. Bianco;
6. Altra Razza;

e due categorie "etniche" (1. Ispanico o Latino; 2. Non Ispanico o Non Latino), specificando subito dopo che "Ispanici e Latini possono appartenere a qualunque razza" (US Census Bureau 2000).
E' evidente l'arbitrarietà di simili classificazioni: alcune presuppongono l'esistenza di un gruppo etnico definito da un colore stereotipo ("Bianco", "Nero"), altre si basano sul luogo di nascita o su tratti somatici stereotipi ("Nativo dell'Alaska", "Asiatico"), altre ancora su un riferimento storico-culturale adottato per convenzione o per libera scelta ("Ispanico", "Afro-americano") (Maher 1994).
Per la storiografia, l'"etnia" è un raggruppamento umano che non solo condivide un nome, una genealogia, il riferimento a un luogo (una patria, sia essa reale o ideale), una cultura (storia, lingua, miti comuni), ma è anche caratterizzato da "un forte senso di appartenenza e di solidarietà attiva, che in tempo di tensione e di pericolo possono andare al di là delle divisioni di classe, di fazione o regionali" (Smith 1986: 81). Naturalmente il fatto etnico, l'etnicità, non rimanda a nulla di naturale, essenziale o primordiale, ma è il prodotto della sedimentazione di pratiche simboliche (miti, riti, narrazioni religiose, politiche, ecc.) scaturite nel corso della vicenda storica di gruppi umani che in tal modo hanno maturato un senso di identità e appartenenza reciproca. Quindi, benché non naturale né originaria, l'etnicità ha una realtà sociale vivida e consistente, cioè produce effetti empiricamente verificabili, tanto più marcati nelle società contemporanee, che pullulano di rivendicazioni etniche intrecciate con motivazioni psicologiche, economiche, politiche, e così via. Nella "società multietnica" emergono i bisogni identitari più disparati e particolaristici: la necessità di "riscoprirsi" piemontesi, calabresi, siciliani, o anche, torinesi della Crocetta, romani dei Parioli, palermitani dello Spasimo.
Per l'etnografia e l'antropologia, infine, l'etnia è il risultato di operazioni di vario genere atte a organizzare un contesto sociale separando un gruppo dall'altro sulla base di uno o più criteri che diventano allora "discriminanti", così da stabilire un confine tra chi è "dentro" e chi è "fuori", tra "noi" e "loro". Un importante filone di ricerca dell'antropologia contemporanea ha messo in luce, a partire dal lavoro di Fredrik Barth, l'errore di tutte quelle prospettive che considerano l'umanità come suddivisa in gruppi nettamente distinti (siano razze o "gruppi etnici"), ognuno dei quali sarebbe identificato da cultura, organizzazione sociale, lingua, e corredo genetico propri. E' chiara l'utilità pratica di tali suddivisioni (di cui appunto si servono le burocrazie statali, a fini di censimento, assegnazione di risorse, politiche specifiche, ecc.). Tuttavia la ricerca etnografica mostra che le etnie non sono "isole" omogenee e compatte, ma piuttosto "contenitori" organizzativi a cui possono essere dati contenuti diversi nei diversi contesti, a seconda dei modi in cui la società si è strutturata. Ad esempio, in Norvegia, i lapponi vengono tutti raggruppati nello stesso gruppo etnico, anche se hanno abitudini e stili di vita molto diversi: alcuni allevano renne, altri vivono lungo i fiumi, altri ancora lungo la costa; questi ultimi, dal punto di vista culturale, sono molto diversi dagli altri, e sono invece indistinguibili dai norvegesi. In Ruanda, com'è noto, Hutu e Tutsi (rispettivamente autori e vittime del massacro del 1994) parlano la stessa lingua, abitano lo stesso territorio, hanno avuto per secoli le stesse istituzioni politiche, non si distinguono sulle base delle caratteristiche fisiche, ma si considerano etnie diverse. In Bosnia, i bosniaci di fede cristiano-ortodossa si definiscono di etnia serba in contrapposizione, da un lato, ai bosniaci di fede cattolica, che si definiscono "croato-bosniaci", e, dall'altro, ai bosniaci di fede musulmana, cui non resta che definirsi "musulmani di Bosnia": in quella che un tempo era una regione a maggioranza "slava" o "slavo-balcanica" si è costituito nel 1995 uno stato multietnico i cui governi, rispettivamente serbo-bosniaco, musulmano-bosniaco e croato-bosniaco, stanno abbandonando la vecchia lingua (il serbo-croato) in favore di neo-lingue nazionali depurate delle influenze etniche "straniere". Si pensi d'altronde al caso dell'ebraismo, nel quale si intrecciano motivi biologici, religiosi, culturali, geografici, storici tutt'altro che riconducibili a un'unità compatta e omogenea: ci sono ebrei francesi, polacchi, tedeschi, italiani, russi, americani, africani, asiatici, bianchi, neri, sefarditi, askenaziti, atei, ortodossi, riformati, e così via. Oppure al caso dell'Irlanda del Nord, dove le differenze religiose fra cattolici e protestanti non hanno mai dato vita a un'identificazione etnica, malgrado gli odii, le violenze e le uccisioni.
Su linee parzialmente convergenti con quelle di Barth, Abner Cohen ha suggerito che un gruppo etnico si può considerare un insieme di persone che, da un lato, condividono alcuni valori e modelli di comportamento, dall'altro sono inseriti in una popolazione più ampia e in un contesto sociale ove convivono individui provenienti da altri gruppi etnici. Così, al limite, gli uomini d'affari della city di Londra costituiscono un gruppo etnico in quanto condividono convenzioni sociali e linguistiche: vestono allo stesso modo (abito nero e bombetta), usano lo stesso gergo, cominciano una conversazione parlando brevemente del tempo, leggono gli stessi giornali, hanno frequentato le stesse scuole, spesso scelgono il partner entro la stessa cerchia di conoscenze. D'altro canto, una identificazione etnica è prodotta non solo da fattori interni, ma anche dalle interazioni fra gruppi, cioè sembra avere significato soprattutto in contrapposizione ad altre simili identificazioni entro una stessa popolazione: in America o in Australia gli italo-americani sono un gruppo etnico, mentre non lo sono gli italiani in Italia, come dimostra il senso di straniamento che prova qualunque italiano quando gli accade di visitare le comunità di italiani all'estero, tanto sono diverse dalla madrepatria sotto il profilo sociale, economico e culturale.
Più in generale, l'identificazione etnica non è solo un modo per distinguersi o riconoscersi, ma si accompagna solitamente ad una condivisione di interessi: l'appartenenza a un gruppo conferisce vantaggi (sociali, politici, economici, ecc.) che a loro volta contribuiscono alla definizione stessa del gruppo come entità uniforme, omogenea e consolidata. Proprio tali vantaggi rafforzano, quando non creano, il sentimento di identificazione etnica. Quando i governanti dei paesi multietnici si preoccupano di elaborare politiche "etniche" volte a compiacere, in modi diversi, i diversi settori dell'elettorato (wasp, ispanico, asiatico, afro-americano, ecc.), contribuiscono a consolidare la percezione delle etnie come di entità uniformi e omogenee, e del "popolo" come di un mosaico di unità originarie e irriducibili.
E' chiara allora l'importanza della questione dell'etnia, non solo sul piano teorico ma anche su quello mediatico e politico: se l'etnicità non è originaria né naturale, e se le classificazioni etniche non coincidono automaticamente con le suddivisioni culturali o sociali, diventa più difficile formulare giudizi basati su generalizzazioni quali "gli occidentali", "gli arabi", "gli ebrei", "gli slavi", e così via. Sembra più prudente utilizzare il concetto di "etnia" in senso regolativo, riconoscendo come le presunte differenze discriminanti (quelle che ci consentono di distinguere fra "noi" e "gli altri") siano spesso il prodotto di un sistema di rappresentazioni che accentua le distinzioni sino a trasformare i vari gruppi di individui in unità isolate anziché variazioni qualitative più o meno pronunciate entro un unico spettro di valori e comportamenti.

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

BARTH, F., "I gruppi etnici e i loro confini", in V. Maher (a cura di), Questioni di etnicità, Torino, Rosenberg & Sellier 1994, pp. 33-71.
COHEN, A., "La lezione dell'etnicità" (1974), in V. Maher (a cura di), Questioni di etnicità, op. cit., pp. 135-151.
FABIETTI, U., L'identità etnica, Roma, Carocci 1998 (2a ed. riv., 1a ed.: 1995).
HANNERZ, U., La diversità culturale (1996), Bologna, Il Mulino 2001 (ed. or. 1996, tr. it. parziale)
MAHER V., "Razza e gruppo etnico: il mito sociale e la relatività dei confini", in V. Maher (a cura di),Questioni di etnicità, op. cit., 1994, pp. 15-32.
OFFICE FOR NATIONAL STATISTICS, Gran Bretagna, "Ethnic Group Statistics", in http://www.statistics.gov.uk/about/ethnic_group_statistics/more_detailed/write-in_answers_allocated
summary.asp
(consultato il 10/2/2007).
SMITH, A. D., Le origini etniche delle nazioni (1986), Bologna, Il Mulino 1992.
UNITED STATES CENSUS BUREAU, "Your Gateway to Census 2000", in http://www.census.gov/ (consultato il 10/02/2007).



Uomini di etnia Uighur davanti alla moschea Aidkah a Kashgar, Cina (Foto: Ron Haviv, 2004)


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