Diversità


(Foto: Annie Leibowitz)

Negli ultimi anni la questione della definizione della cittadinanza e dell'accesso a essa ha occupato il centro della scena politica nei paesi industrializzati e ha riscosso l'interesse dei teorici della democrazia. Sul piano teorico, si tratta di definire in modo ragionevole e plausibile i costi della cooperazione sociale e i confini di una società che si vorrebbe sempre più "aperta" nei vari sensi del termine. Ovvero si tratta di stabilire quale debba essere, in una società giusta, il contributo del singolo al benessere sociale, e d'altra parte quali debbano essere i criteri per accedere al godimento del benessere sociale nonché alla definizione dei contenuti di tale benessere, visto che non tutti sembrano concepirlo allo stesso modo: ad esempio, in base a quali ragioni si dovrebbe estendere il godimento di diritti sociali ai disoccupati (che non contribuiscono con il lavoro alla ricchezza collettiva) o agli immigrati (che non sono parte integrante "originaria" o "autentica" della comunità politica)? Ancora: perché lo stato dovrebbe costringere tutti i cittadini a contribuire a sostenere i costi del servizio sanitario nazionale (come avviene in Italia, o in

Canada) anziché lasciarli liberi di scegliere i modi e i luoghi della cura (come avviene negli Stati Uniti d'America)?
Sono note le critiche che dalle diverse parti dello spettro politico vengono mosse allo "stato sociale", o "stato del benessere": da destra si sostiene che i diritti sociali producono dipendenza cronica dall'assistenza statale perché non incoraggiano l'iniziativa personale individuale; il rimedio sarebbe subordinare il pieno godimento dei diritti sociali allo svolgimento dei propri doveri verso lo stato nella forma di lavoro sociale, ad esempio. Da sinistra si ricorda invece che la cittadinanza democratica non significa solo diritti ma esige dal cittadino una vigilanza attiva sugli atti del governo e un impegno personale nei vari campi dell'attività sociale.
Dal punto di vista empirico, i governi di tutti i paesi industrializzati devono approntare risposte plausibili alle grandi trasformazioni politiche e sociali in corso tra XX e XXI secolo: il declino della partecipazione politica, la dipendenza cronica dall'assistenza statale di ampie sezioni della popolazione (e di contro, la crescente necessità dei governi di ridurre la "spesa sociale"), la crescita dei movimenti localisti e nazionalisti, le tensioni generate in Europa da una popolazione sempre più multiculturale e multietnica e dal crescente afflusso di emigranti dai paesi poveri, il fallimento delle politiche ambientaliste, e così via. In questo quadro i diritti di cittadinanza diventano per così dire la posta in palio nella lotta per la definizione delle forme e dei contenuti della democrazia: ad esempio, concedere agli immigrati di origine islamica i diritti civili significa ammettere la possibilità della diffusione di una religione che molti ritengono incompatibile con la democrazia liberale; concedere agli immigrati i diritti politici equivale ad ammettere la possibilità che la cultura politica dominante (laica, democratica, egualitaria…) venga modificata da valori e ideologie estranee o inaudite; concedere agli immigrati i diritti sociali (in forma di cure mediche, sussidi, alloggio, istruzione gratuita) significa sottrarre ai cittadini "nativi" una parte delle risorse della cooperazione sociale che spetterebbero loro, e secondo alcuni soltanto a loro, in virtù di presunti legami di sangue, etnia, cultura e così via.
Sarebbe sbagliato tuttavia credere che il problema riguardi esclusivamente la relazione fra nativi e immigrati: il fenomeno dell'immigrazione rende solo più manifesta la consapevolezza che nelle società democratiche avanzate la cittadinanza non può più essere concepita (come volevano i teorici repubblicani e nazionalisti) come appartenenza a una comunità politica omogenea e uniforme. L'immigrazione, con il suo contenuto di alterità anzitutto somatica, epidermica (che forse turba ancor più di quella culturale e religiosa), evidenzia il fatto che la democrazia deve ormai fare i conti con la diversità nelle sue varie forme: lungi dall'essere costituito da un insieme di unità omogenee e reciprocamente legate da storia, cultura e destino comune (si pensi ai "fratelli d'Italia" o agli "enfants de la patrie"), il corpo politico si rivela composito ed eterogeneo, sempre più agglomerato residuale fatto di lealtà particolari, parziali e consuetudinarie, sempre meno patria o nazione.
L'esperienza delle democrazie "multietniche" come Stati Uniti d'America o Canada suggerisce che diventa sempre più difficile pensare la cittadinanza come appartenenza a una società omogenea per cultura, etnia, storia, religione, valori, e tanto meno per stile di vita, accesso alle risorse e modelli di consumo. Negli ultimi trent'anni gli studi sulla cittadinanza hanno dovuto considerare un fatto nuovo: un numero crescente di gruppi sociali, pure detentori a pieno titolo dei diritti di cittadinanza, si sentono esclusi dalla cultura comune non tanto a causa delle loro condizioni economiche (benché talvolta subiscano effettivamente svantaggi economici), quanto piuttosto a causa di ciò che essi rivendicano come la propria identità sociale e culturale, a causa cioè della loro "diversità", com'è accaduto per le minoranze etniche e culturali, i disabili, i gay, le donne, e altri ancora. Sembra insomma che gruppi di questo genere rivendichino diritti di tipo particolare e specifico sulla base della loro dichiarata diversità rispetto al resto della società: sembrano infatti intendere la cittadinanza non tanto come una condizione "equalizzatrice", ma come un'identità parziale e distinta dalle altre identità dei membri della società. Will Kymlicka e Wayne Norman notano come tra le risposte che sono state date a queste rivendicazioni ci sia anche quella della "cittadinanza differenziata", ovvero l'idea di concedere diritti di cittadinanza diversi a seconda dei diritti o dei titoli derivanti dall'appartenenza a questo o a quel gruppo (diritti linguistici ai francofoni del Quebec, diritti territoriali agli Inuit del Canada, esenzioni fiscali agli Amish della Pennsylvania, e così via): si tratta insomma di concepire i diritti come se non fossero legati all'individuo ma al gruppo di cui fa parte. Naturalmente neanche questa interpretazione dei diritti di cittadinanza è esente da seri inconvenienti, a cominciare dal fatto che concedere diritti diversi a gruppi etnici o culturali rivali non sembra sufficiente ad assicurare la lealtà di tutti nei confronti dello stato né quella reciproca solidarietà tra cittadini che è ragionevole presupporre in una società democratica ben ordinata (Kymlicka e Norman 1995: 303).

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

KYMLICKA, W. e NORMAN, W., "The Return of the Citizen", in R. Beiner (a cura di), Theorizing Citizenship, Albany, SUNY Press, 1995, pp. 283-322.
SARTORI, G., Pluralismo, multiculturalismo e estranei. Saggio sulla società multietnica, Milano, Rizzoli 2000.



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