Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (1948)

Questo documento si può intendere "universale" in almeno due sensi: per il primo, universale si riferisce all'applicazione o estensione dei diritti in esso enunciati, che appartengono, si riferiscono, si applicano a tutti gli esseri umani senza ulteriori distinzioni o esclusioni; per il secondo, universale si riferisce al soggetto dell'enunciazione, ovvero si tratta di una dichiarazione che pretende di parlare per tutti gli esseri umani, come se tutti dovessero condividerne e sottoscriverne il contenuto.
Circa il secondo senso, Norberto Bobbio ha scritto che la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo dimostra che un consenso universale sui valori è possibile:

Con questa dichiarazione un sistema di valori è (per la prima volta nella storia) universale, non in principio ma di fatto, in quanto il consenso sulla sua validità e sulla sua idoneità a reggere la sorti della comunità futura di tutti gli uomini è stato esplicitamente dichiarato. […] Solo dopo la Dichiarazione possiamo avere la certezza storica che l'umanità, tutta l'umanità, condivide alcuni valori comuni e possiamo finalmente credere all'universalità dei valori nel solo senso in cui tale credenza è storicamente legittima, cioè nel senso in cui universale significa non dato oggettivamente ma soggettivamente accolto dall'universo degli uomini. (Bobbio 1968: 21)

Ma se esiste un consenso universale sui valori e sui principi, esiste anche un consenso universale sui diritti che li affermano ed esprimono: ciò risolve il problema filosofico-giuridico del fondamento dei diritti umani. Resta soltanto il problema non irrilevante della loro attuazione, che presuppone, come per tutti i diritti, la presenza di un potere in grado di prevenirne o reprimerne efficacemente la violazione: una condizione difficile da realizzare, non impossibile però. È ancora Bobbio a ricordare il monito di Immanuel Kant contro le profezie autoavverantesi di cinici e realisti che si rassegnano allo status quo: costoro prevedono l'eterna immobilità della storia, e

con il loro atteggiamento ritardano ad arte il progresso verso il meglio.
Rispetto alle grandi aspirazioni degli uomini di buona volontà siamo già troppo in ritardo. Cerchiamo di non accrescerlo con la nostra sfiducia, con la nostra indolenza, con il nostro scetticismo. Non abbiamo molto tempo da perdere. (Bobbio 1988: 65)

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

BOBBIO, N., "Presente e avvenire dei diritti dell'uomo" (1968), in N. Bobbio, L'età dei diritti, Torino, Einaudi 1990, pp. 17-44.
BOBBIO N., "L'età dei diritti" (1988), in N. Bobbio, L'età dei diritti, op. cit., pp. 45-65.


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