Sulla cittadinanza degli antichi


La concezione greca della democrazia e della cittadinanza ha esercitato un'influenza profonda e duratura sul pensiero politico europeo (dall'Umanesimo al Cinquecento, dall'Illuminismo alla Rivoluzione americana). Proprio tale rilevanza, tuttavia, rischia di generare almeno due tipi di equivoci, che vale la pena di mettere in evidenza.
In primo luogo la cittadinanza degli antichi non va confusa con quella dei moderni, che se ne distingue per un diverso significato di libertà, come ha sostenuto Benjamin Constant in un celebre discorso del 1819: per gli antichi la libertà consisteva nell'esercizio diretto della sovranità tramite l'assemblea dei cittadini (maschi detentori di reddito) che deliberavano in materia di diritto, giustizia, politica, economia; ma significava anche la soggezione completa dell'individuo al corpo politico (Bobbio 1954, 1984; Sartori 1993).

Tutte le azioni private sono sottoposte a una sorveglianza severa. Nulla è accordato all'indipendenza individuale né sotto il profilo delle opinioni, né sotto quello dell'industria, né soprattutto sotto il profilo della religione. […] Terpandro non può a Sparta aggiungere una corda alla sua lira senza che gli efori si sdegnino. L'autorità si intromette anche nelle relazioni più intime. Il giovane spartano non può visitare liberamente la sua sposa. […]
Così presso gli antichi l'individuo, sovrano quasi abitualmente negli affari pubblici, è schiavo in tutti i suoi rapporti privati. Come cittadino egli decide della pace e della guerra: come privato è limitato, osservato, represso in tutti i suoi movimenti. (Constant 1819: 6-7)

In secondo luogo la concezione greca della cittadinanza, come accade sempre per ogni ricostruzione storico-concettuale, è stata oggetto di un'opera di idealizzazione e semplificazione che ne ha messo in ombra gli aspetti più prosaici e materiali. Non solo, com'è noto, ne erano esclusi i residenti non-indigeni (i meteci), le donne e gli schiavi, ma non era neppure la realizzazione di un progetto etico o filosofico: Christian Meier ha affermato tra l'altro che la grande riforma democratica del VI secolo a. C. che ad Atene istituì l'eguaglianza dei diritti politici (isonomia) non sarebbe stata motivata dal nobile fine di estendere a tutti le condizioni della vita buona quanto piuttosto dal più pragmatico bisogno dei nuovi legislatori di costruire un consenso al proprio potere in funzione anti-aristocratica (Meier 1988).
Dal canto suo Paul Veyne ha sostenuto che la democrazia greca mostrava più i tratti di un partito politico di militanti che non le virtù civiche dei membri della repubblica , e che partecipare alle giurie e votare nelle assemblee erano spesso modi in cui il popolo poteva umiliare i nobili e i facoltosi:

per il popolo la partecipazione politica è una specie di questione d'onore, un modo per affermare la propria dignità di fronte ai potenti; il popolo ritrova la propria fierezza solo nell'ambito politico, come i secoli successivi la ritroverà nella chiesa, entro la quale si sentirà pari ai grandi […] Ad Atene il popolo componeva le giurie e l'esercizio della giustizia era un diritto civico per eccellenza [...]; che soddisfazione, per i giurati, vedere i più ricchi umiliarsi davanti alla giurisdizione popolare! (Veyne 1988: 88)

La nuova forma di governo non modificava però gli equilibri profondi: i notabili conservavano la propria potenza sociale, e insieme, quella politica: il popolo stesso percepiva la democrazia come l'estensione del privilegio di governare (fino ad allora esclusivo dei ricchi), non come la realizzazione di un diritto universale.

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

BOBBIO, N., "Della libertà dei moderni comparata a quella dei posteri", in Nuovi Argomenti, 11, 1954, ora in N. Bobbio, Politica e cultura, Torino, Einaudi 1955, pp.160-94.
BOBBIO, N., "Diritti dell'uomo e società" (1989), in N. Bobbio, L'età dei diritti, cit., pp. 67-86.
CONSTANT, B., Discorso sulla libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni (1819), Roma, Editori Riuniti 1992.
MEIER, C., "L'identità del cittadino e la democrazia" (1988), in C. Meier e P. Veyne, L'identità del cittadino e la democrazia in Grecia, Bologna, Il Mulino 1989, pp. 13-69.
SARTORI, G., Democrazia. Cosa è, Milano, Rizzoli 1993.
VEYNE, P., "I Greci hanno conosciuto la democrazia?" (1988), in C. Meier e P. Veyne, op. cit., pp. 73-107.

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