Appartenenza

Si appartiene a uno stato nello stesso senso in cui si appartiene a una cultura, a un club o a una società sportiva? Evidentemente no, ci sono tipi diversi di appartenenza.
Il verbo "appartenere" significa tanto "far parte di" quanto "essere di proprietà di", ovvero indica sia una partecipazione o condivisione, che può essere attiva o passiva, sia una condizione di possesso, in vari sensi passiva.
La teoria liberale classica definisce la libertà come la facoltà dell'individuo di scegliere come vivere la propria vita in piena autonomia (si pensi al "diritto alla ricerca della felicità" proclamato dalla Dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti d'America): in quest'ottica, libero è chi può scegliere da sé le proprie occupazioni, amicizie, affiliazioni, orientamenti culturali, politici, sessuali, in una parola, le proprie appartenenze.

Per contro, la teoria democratica classica prescrive la rinuncia a tutte le appartenenze secondarie in favore dell'unica vera associazione fondamentale, lo stato: nel Contratto sociale Jean-Jacques Rousseau mette in guardia dal pericolo che le "associazioni intermedie" quali partiti, club, imprese, e simili, costituirebbero per la democrazia in quanto condurrebbero i cittadini a privilegiare i propri interessi parziali o settoriali (le proprie appartenenze particolari) a scapito del bene comune. In Rousseau poi, l'appartenenza allo stato, sebbene non scelta, sarebbe in linea di principio volontaria in quanto attraverso la partecipazione politica, cioè attraverso le decisioni dell'assemblea legislativa, i cittadini realizzerebbero concretamente la loro libertà: libertà, per la tradizione democratico-repubblicana, non significa assenza di impedimenti né totale arbitrio, ma piuttosto obbedienza alle leggi che i cittadini si sono democraticamente dati.
Si tratta qui di una delle alternative fondamentali del pensiero politico moderno, ovvero la scelta fra libertà individuale e libertà collettiva, o anche, fra libertà "negative" e libertà "positive" (Berlin 1958). Michael Walzer ha proposto una soluzione che vede nella cittadinanza l'appartenenza preminente in grado di orientare e organizzare tutte le altre:

la cittadinanza è uno dei tanti ruoli che i membri svolgono, ma lo stato è diverso da ogni altra associazione. Esso è la cornice della società civile e al tempo stesso occupa uno spazio all'interno di essa. [...] Esso costringe i membri delle associazioni a pensare a un bene comune, al di là delle proprie concezioni della vita buona. (Walzer 1992: 103)

Le associazioni private hanno bisogno dello stato, che protegge le reti associative tramite tutela giuridica, esenzione fiscale, sussidi e così via; d'altro canto lo stato ha bisogno delle associazioni, che alimentano e rafforzano il senso civico senza il quale una politica democratica non può durare a lungo. Né del resto sembra possibile pensare a cittadini assolutamente autonomi sottratti a qualsiasi legame ascrittivo, visto che ogni individuo si trova già sempre inserito in uno o più gruppi importanti, senza averli scelti (genere, famiglia, ceto, cultura, orientamenti morali e politici) e senza potersene del tutto liberare. Anzi, è proprio a partire da tali vincoli che è possibile un'esperienza libera e autonoma: è solo perché l'individuo ha compiuto l'esperienza delle appartenenze involontarie che ha potuto maturare proprie identità e convinzioni.

La socializzazione è sempre coercitiva, ma il suo carattere e le sue condizioni sono aperti al dibattito e alla riforma democratica. […] La politica democratica si occupa in larga misura dei vincoli rappresentati dalla famiglia, dal gruppo etnico, dalla classe sociale e dal genere di appartenenza. Di nuovo, non è possibile abolire l'associazione involontaria: in realtà, capita di volerla rafforzare, dal momento che la cittadinanza democratica è una delle identità che può favorire. E non esiste un equilibrio corretto tra volontario e involontario: dobbiamo negoziare le proporzioni per soddisfare le necessità del momento. (Walzer 1999: 35-36)

Tra i vari beni sociali, quello dell'appartenenza politica è il più importante, argomenta Walzer, perché dà diritto a tutti gli altri beni (diritti civili, politici, sociali): è ciò che Hannah Arendt definiva "il diritto di avere diritti", che distingue il cittadino dall'apolide (Arendt 1951).
Nel XXI secolo, nell'epoca delle migrazioni e della globalizzazione, il problema è: in quali modi si entra a far parte della comunità politica, cioè si diventa "uno di noi"? Ovvero, la comunità dei titolari di diritti dev'essere composta solo da concittadini, o può anche includere gli estranei? E ancora, come risolvere il paradosso per cui tutte le norme che regolano l'appartenenza politica, incluse quelle di cittadinanza, sono decise e modificate dai membri della comunità stessa, e quindi coloro che subiscono le conseguenze dell'esclusione (gli "stranieri tra noi") non possono partecipare alle decisioni che stabiliscono tale esclusione?
Per rispondere, dovremmo forse distinguere fra "immigrazione" e "naturalizzazione": nel primo caso, una comunità politica ha, da un lato, il diritto di scegliere la propria politica di ammissioni, cioè di decidere la forma che intende darsi, mantenendo o meno la propria fisionomia culturale, etnica, sociale e linguistica; dall'altro lato, ha il dovere morale di dare aiuto e asilo a bisognosi, esuli, profughi, rifugiati.
Nel caso invece della naturalizzazione, quando gli stranieri siano stati ammessi a risiedere sul territorio nazionale, la comunità politica deve offrire a ciascuno di loro (siano essi immigranti, rifugiati, profughi, lavoratori) l'opportunità di ottenere la cittadinanza: lo impone, secondo Walzer, il "principio della giustizia politica", secondo il quale "i processi di auto-determinazione per mezzo dei quali uno stato democratico dà forma alla propria vita interna devono essere aperti, e aperti in modo eguale, a tutti coloro che vivono entro il suo territorio, lavorano nell'economia locale, e sono soggetti alla legge locale" (Walzer 1983: 60). Infatti, se il potere politico è "la capacità di prendere decisioni nel corso del tempo, di cambiare le regole, di affrontare le emergenze", allora è chiaro che esso "non può essere esercitato democraticamente senza il consenso continuamente rinnovato dei suoi soggetti. E i suoi soggetti comprendono ogni uomo e donna che vive entro il territorio sul quale quelle decisioni sono messe in atto" (Walzer 1983: 58), o che in qualche modo subiscono le conseguenze di tali decisioni (Benhabib 2004). E' chiaro: lo stato di diritto democratico non è compatibile con l'esistenza di meteci.

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

ARENDT, H., Le origini del totalitarismo (1951), Torino, Einaudi 2004.
BENHABIB, S., The Rights of Others. Aliens, Residents and Citizens, Cambridge, Cambridge University Press 2004.
BERLIN, I., Due concetti di libertà (1958), Milano, Feltrinelli 2000.
WALZER, M., Sfere di giustizia (1983), Milano, Feltrinelli 1987.
WALZER, M., Ragione e passione. Per una critica del liberalismo (1999), Milano, Feltrinelli 2001.
WALZER, M., "The Civil Society Argument" (1992), in C. Mouffe (a cura di), Dimensions of Radical Democracy. Pluralism, Citizenship, Community, New York, Verso 1992, pp. 89-107.



Parata di militanti Hezbollah, Libano 2006 (Foto: James Hill)


Copyright e uso corretto

Senza Patria - Indice