La Benedicta e l’eccidio di Gallaneto

di Renzo Penna

 

Sabato 25 maggio, di mattina – invitato dall’Anpi di Isoverde – sono salito, con i compagni della Sezione, i responsabili della locale Croce Verde e la Vice Sindaca del Comune di Campomorone (Ge), in una zona situata all’estremo lembo settentrionale dell’Alta Valpolcevera, al confine con il Piemonte e a poche ore di cammino dalla “Benedicta”.
Qui, il 9 aprile 1944, due giovani partigiani vennero sorpresi da una pattuglia delle SS nei pressi della Cascina Neciane del paese di Gallaneto e, immediatamente, trucidati. Uno, Ettore Binci, di soli 19 anni, era di Sampierdarena e lavorava all’Ansaldo, mentre l’identità del secondo caduto non è mai stata svelata. Dagli abiti che indossava si è dedotto fosse un militare italiano andato in montagna dopo gli avvenimenti dell’8 settembre 1943. Il ricordo e la commemorazione di quel tragico eccidio di 69 anni fa, per una incessante e gelida pioggia, non si è potuto tenere presso il cippo dedicato, ma, deposti i fiori, nella Casa del Popolo di Isoverde. Per comprendere e collocare quell’episodio di lotta partigiana occorre però riandare con la memoria ai fatti successi tra gli ultimi mesi del ’43 e la primavera del 1944 nelle vallate intorno al Monte Tobbio e consultare la documentazione degli Istituti ligure e alessandrino per la storia della Resistenza.

La scelta controversa del monte Tobbio

Subito dopo l’8 settembre del ‘43 in questa zona gli esponenti dell’antifascismo genovese avevano individuato una base per i militanti gappisti da addestrare alla lotta nelle città e un possibile teatro della guerra per bande. L’area compresa tra la Valle Stura e la Valle Scrivia fu prescelta come centro di raccolta e addestramento delle reclute partigiane perché aveva, da un punto di vista strategico, una duplice caratteristica: da un lato era assai povera di strade interne e caratterizzata da una enorme e intricata distesa di boschi che sembravano offrire una certa sicurezza alle bande, soprattutto in una fase in cui si trattava di preparare più che di agire; dall’altra era posta alle spalle di arterie di comunicazione di rilievo strategico – la “camionale” Genova-Serravalle, su tutte, ma anche importanti nodi ferroviari – che potevano diventare l’obiettivo per azioni di disturbo e di offesa da parte delle formazioni dislocate sulle alture liguri-alessandrine.
Ben presto, però, gli organizzatori partigiani genovesi e i vecchi antifascisti si resero conto che il settore dei Tobbio, nonostante la sua collocazione periferica rispetto alle grandi vie di comunicazione, era vulnerabile nel caso di una manovra d’accerchiamento in grande stile, proprio in ragione della vicinanza delle importanti vie di comunicazione che collegavano il mare alla pianura alessandrina, come la statale dei Giovi e il passo del Turchino. Per questo fu deciso che le bande, trascorso il periodo d’incubazione, avrebbero dovuto trasferirsi al più presto: parte di esse dovevano spostarsi a ovest verso l’Acquese, altre a est in Val Curone dove iniziavano a formarsi, nel frattempo, i primi nuclei partigiani che raccoglievano i giovani volontari dei paesi del tortonese. Questo problema era considerato talmente urgente che ne era già stata fissata la data di attuazione: la primavera dei 1944.

Dopo alcune settimane dall’armistizio dell’8 settembre anche sul versante alessandrino il fronte antifascista iniziò ad organizzarsi, in primo luogo con la creazione dei Cln che avevano tra gli altri anche il compito di organizzare i giovani renitenti alla leva e i volontari che intendevano intraprendere la lotta partigiana contro nazisti e fascisti. Nel corso del novembre 1943 i Comitati di liberazione di Acqui, Ovada e Novi approvarono il piano di reclutamento e di dislocazione degli uomini elaborato dagli antifascisti genovesi e si impegnarono a collaborare con l’invio di viveri, denaro e uomini. Al momento, però, l’afflusso di nuove reclute procedeva assai lentamente.

Nelle settimane precedenti il Natale 1943 in tutto il settore si contavano così solo una ottantina di uomini, armati malamente e pressoché inattivi. Nonostante le difficoltà, i partigiani riuscirono in qualche modo a qualificare la loro presenza, soprattutto con colpi intimidatori contro i fascisti locali, anche se l’armamento dei gruppi continuava ad essere assolutamente inadeguato per le azioni di guerriglia. Queste azioni, anche se sporadiche e di relativa importanza militare, crearono però non poche preoccupazioni soprattutto tra i fascisti locali, timorosi del potere di attrazione che la presenza partigiane nelle valli poteva esercitare su altri giovani incerti sul da farsi: si fecero perciò più insistenti le presenze di spie e delatori e le puntate dei carabinieri dell’ovadese che a dicembre iniziarono a perlustrare le vallate per individuare la dislocazione dei “ribelli”.

All’inizio di gennaio 1944 viene costituita, con una quarantina di uomini, la III Brigata Garibaldi “Liguria” e, con un numero minore di forze, la Brigata autonoma “Alessandria”. Le classi del ’23, ’24, e ’25 chiamate alle armi in larga parte non rispondono e analogo scarso successo ha l’ultimatum per il rientro nei ranghi dei militari pronunciato il 10 novembre. Nei primi mesi dell’anno le due Brigate aumentarono via, via i loro effettivi. I nuovi bandi nazifascisti – soprattutto quello dei 18 febbraio dai toni particolarmente minacciosi e noto come «bando Graziani» – indussero un numero crescente di giovani a salire in montagna. I piccoli nuclei si dilatarono quasi improvvisamente e in poche settimane nelle alture intorno al monte Tobbio si raccolsero diverse centinaia di giovani renitenti e partigiani. La III Brigata Garibaldi “Liguria”, con una presenza suddivisa in diversi cascinali, tra cui la “Benedicta”, arrivò a superare i 600 componenti e la Brigata “Alessandria” le 200 unità. E i problemi cui fare fronte aumentarono in modo esponenziale: la ricerca di un alloggio per tutte quelle persone che dovevano anche ripararsi dal freddo, l’approvvigionamento delle vettovaglie e la necessità di impiegare in maniera organizzata e produttiva il tempo. Venne allestita anche una scuola di formazione, mentre continuavano a scarseggiare le armi. La solidarietà dei paesi del retroterra, in quelle settimane, fu certamente d’aiuto, ma, nel contempo, illuse i più giovani e i meno esperti sulla sicurezza del luogo e contribuì a sottovalutare gli avvertimenti e i segnali che, numerosi, preannunciavano l’azione armata che il comando tedesco stava preparando.

Le caratteristiche dei partigiani

Ma come erano composti per età, provenienza e che caratteristiche sociali avevano quelle persone. La ricerca compiuta negli anni novanta dagli Istituti Storici del Piemonte ci dice che erano, in primo luogo, ragazzi molto giovani: più del 25% aveva meno di 20 anni, mentre un altro 55% aveva dai 20 ai 29 anni. Più dell’80% degli effettivi era quindi al di sotto dei trent’anni. La giovane età era naturalmente una delle caratteristiche tipiche di tutto il movimento partigiano italiano, ma in questo case l’età media dei partigiani risulta particolarmente bassa: la base partigiana era dunque formata proprio da quella generazione nata e cresciuta sotto il fascismo, quasi completamente priva di memoria e cultura politica. Per la maggior parte di questi nuovi partigiani il rifiuto dei fascismo non derivava da una adesione motivata e cosciente a un’altra ideologia, ma in primo luogo dal rifiuto della guerra e dal disagio per la situazione in cui il fascismo aveva portato l’Italia. Alle radici della loro scelta c’era in primo luogo la “disobbedienza”, disobbedienza al fascismo e all’ideologia che il fascismo intendeva imporre alle nuove generazioni. La seconda evidente peculiarità dei partigiani del Tobbio era lo strettissimo legame con i paesi delle vallate immediatamente circostanti: il 43% era nato in provincia di Alessandria, il 38 in provincia di Genova, il 6,5 in provincia di Savona. Se si scomponeva questo dato per singoli comuni di residenza risulta ancora più evidente l’immagine di un partigianato dal carattere fortemente autoctono: piccoli e medi paesi come Silvano d’Orba, Castelletto d’Orba, Rocca Grimalda, Ovada, Molare, Lerma, Campomorone, Rossiglione, Serravalle Scrivia, Bosio, o delegazione della “Grande Genova” come Sestri Ponente, Rivarolo, Pontedecimo o Sampierdarena fornivano decine e decine di effettivi alle due formazioni che andavano organizzandosi.

Per quanto riguarda le caratteristiche sociali delle bande, l’esame delle professioni dei giovani affluiti in montagna offre l’immagine di formazioni a larga base popolare, ma anche capaci di attrarre uomini dai più diversi strati sociali. Così, se moltissimi giovani erano contadini (oltre il 20%) e ancor più erano gli operai (il 37%) a riconferma del rapporto con la Genova operaia e marittima, altrettanto significative erano le presenze del mondo studentesco (quasi il 9% e quasi tutti universitari), dei commercianti (circa il 6%) degli impiegati (circa il 5%) o dei liberi professionisti (vicini al 2% degli effettivi). Anche in questo senso le bande del Tobbio furono capaci di attrarre i più diversi ceti della popolazione, riproponendo al proprio interno una dialettica di posizioni e di esperienze che rappresentò uno dei suoi punti di forza, il segno più visibile di uno stretto legame con il territorio e con le popolazioni civili che andava ben al di là del dato politico di riferimento delle singole formazioni.

Il rastrellamento e l’eccidio

Il rastrellamento fu preparata meticolosamente e si inserì in un vasto piano di repressione del movimento partigiano che i nazisti misero in atto, da est verso ovest, in tutta l’Italia del Nord nella primavera 1944. Ma per dimensioni e risultati l’operazione contro i partigiani attestati intorno al Monte Tobbio fu particolarmente rilevante. Dal 15 marzo al 15 aprile 1944 furono condotte quattordici azioni antipartigiane che portarono alla cattura di 1.390 prigionieri, di cui i rastrellati alla Benedicta rappresentavano più di un quarto del totale. Si trattò quindi dell’operazione antipartigiana più significativa di quel periodo ed assunse un significato non solo di attacco contro i giovani in armi, ma anche di deliberato terrore nei confronti delle popolazioni civili, nel tentativo di rompere quella catena di solidarietà che aveva portato i giovani in montagna e stava diventando uno dei punti di forza della nascente organizzazione di resistenza.

L’azione ebbe inizio nella notte tra il 5 e il 6 aprile e si completò il 9, vi parteciparono circa 2.000 uomini, tra soldati tedeschi e militi fascisti, con un impiego di mezzi ed armamenti che rese subito evidente l’enorme disparità delle forze in campo. Se, infatti, molti dei circa ottocento ragazzi dislocati nei diversi distaccamenti partigiani erano addirittura disarmati, i nazisti e i fascisti disponevano di un armamento e di mezzi più che adeguati, con autoblindo, cingolati, mortai, lanciafiamme, mitragliatrici pesanti, molte armi automatiche e vari pezzi di artiglieria da montagna. Con una manovra a tenaglia cinque colonne motorizzate si mossero insieme partendo da Lerma, Carrosio, Voltaggio, Masone, Rossiglione e Campomorone. A coordinare le operazioni e a segnalare le presenze dei partigiani sul terreno provvide un aereo Cicogna da osservazione. Così, mentre i gruppi più organizzati e i ragazzi che conoscevano meglio il territorio riuscirono, approfittando anche della situazione caotica che si andava creando, a passare tra le maglie del rastrellamento, per molti altri non vi fu scampo. Presi di sorpresa diversi gruppi di partigiani, anziché sparpagliarsi, decisero di convergere verso la Benedicta dove aveva sede il comando della III Brigata “Liguria” e finirono in trappola. Tra questi numerosi furono i giovani, in prevalenza disarmati, che facevano parte della Brigata “Alessandria”. I ragazzi catturati alla Benedicta, all’alba del 7 aprile, vennero fucilati a gruppi di cinque per volta e chi si occupò di eseguire questo eccidio fu un plotone di militari italiani, bersaglieri di stanza nella caserma di Bolzaneto. Seguirono catture diverse. Sette ribelli caduti in una imboscata tra Cravasco e Pian di Praglia furono giustiziati a Isoverde, altri a Masone e a Voltaggio. Tra questi episodi si inserisce la cattura e l’eccidio dei due partigiani a Gallaneto. Al termine delle operazioni militari i morti nelle file dei partigiani furono 147 e 368 quelli fatti prigionieri, a fronte di quattro morti, tra cui un soldato italiano, tra i nazifascisti.

Difficile rimane, comunque, il conto delle vittime. Alle 147 esecuzioni “regolari” sono da aggiungere i caduti in combattimento, i contadini della zona trucidati per rappresaglia, l’incendio di case e cascine insieme a numerosi episodi di crudeltà gratuita nei confronti dei partigiani catturati. Il 7 aprile il complesso della Benedicta, “colpevole” di aver ospitato il comando dei ribelli, venne minato e distrutto dai tedeschi. Si trattava di un edificio monumentale, sorto come convento benedettino, e che rappresentava uno dei siti di maggiore interesse storico e architettonico della fascia appenninica. Sulle alture del Tobbio la calma tornò solo tra l’11 e il 12 aprile (un ulteriore rastrellamento tra il 13 e il 14 non sortì più nulla) e solo nei giorni che seguirono poté iniziare la dolente salita al monte dei parenti, la ricerca dei cari tra i corpi ammassati nelle fosse comuni, il recupero pietoso delle salme e la loro traslazione a valle. Alcuni dei 368 prigionieri catturati furono fucilati nelle settimane successive: in 17, segregati nella casa dello studente di Genova, furono portati sul Turchino e fucilati il 19 maggio. Dei 207 infine tradotti a Mauthausen almeno 179 morirono nel campo di concentramento.

La ripresa della lotta

Con il rastrellamento della Settimana Santa i nazifascisti avevano inteso non solo smantellare le formazioni che con la loro presenza minacciavano direttamente la Grande Genova e il Basso Alessandrino, ma anche infliggere un duro colpo a tutto il fronte resistenziale. L’annientamento dei partigiani dell’Appennino ligure-piemontese sarebbe dovuto servire da deterrente per tutti i giovani intenzionati a prendere la via della montagna e della lotta armata e le violenze contro le popolazioni avrebbero dovuto fare terra bruciata intorno ai “ribelli” rompendo con il terrore il legame di solidarietà tra combattenti e civili che si andava costruendo. A fine aprile 1944 il loro intento sembrava raggiunto: le informazioni che la Guardia nazionale repubblicana inviava al Ministro degli interni di Salò continuavano a indicare che nella zona del Tobbio non vi erano più segni di bande partigiane.

Ma la situazione cambiò rapidamente, anche perché i comandi partigiani alessandrino e genovese seppero impostare con coraggio e tempestività una autocritica spietata dei propri errori e riuscirono a rimettere in piedi il movimento con una organizzazione e un comando più rispondente alle necessità militari. Così, quando nell’inverno del ’44 nelle Valli Borbera e Curone i tedeschi organizzarono un violento rastrellamento, impegnando anche soldati mongoli, le formazioni partigiane seppero nascondersi e difendersi con successo. E gradualmente, dalle ceneri della Benedicta, nacque la Divisione “Mingo” che contribuì nella primavera del ’45 alla liberazione di Ovada e della stessa Genova. Don Berto – don Bartolomeo Ferrari – il cappellano della divisione che per molti anni celebrerà sul Tobbio la messa ai caduti della Benedicta, in quei mesi curò la pubblicazione del giornale “Il Ribelle” e poi “Il Patriota”. Un foglio che venne diffuso tra la popolazione e rappresentò un po’ il simbolo del rapporto e del legame nuovo tra i giovani partigiani combattenti e la popolazione. La stessa che presto sarebbe stata chiamata, in un Paese finalmente tornato libero, a scegliere tra Repubblica e monarchia, a far votare per la prima volta le donne per eleggere un’Assemblea Costituente democratica incaricata di redigere e approvare la nuova Carta: La Costituzione della Repubblica Italiana entrata in vigore il 1° gennaio 1948.

Alessandria, 15 giugno 2013

Note
1. Associazione Memoria della Benedicta: “Benedicta 1944 l’evento la memoria”. Storia e Documenti – 1
2. Manganelli-Mantelli: “Antifascisti, partigiani, ebrei. I deportati alessandrini nei campi di sterminio nazisti 1943-1945”, Aned-Franco Angeli, 1991
3. Pier Paolo Rivello: “Quale giustizia per le vittime dei crimini nazisti”, Torino – 2002, p. 126.