La Cittadella di Alessandria raccontata da Guareschi

Giovannino Guareschi (1908-1968)

Arrestato per aver insultato Mussolini, nel 1943 venne arruolato nell’esercito come ufficiale di artiglieria. L’8 settembre si trovava in caserma ad Alessandria: rifiutò come molti altri di disconoscere l’autorità del Re e fu quindi arrestato e – prima di essere inviato nei campi di prigionia di Czestochowa e Benjaminovo in Polonia e poi in Germania a Wietzendorf e Sandbostel, dove restò per per due anni – venne internato con gli altri soldati della guarnigione alessandrina in Cittadella.


“Una Cittadella?”, tu mi chiederai. “E cos’è mai?”
Figurati che un architetto di tempi trascorsi abbia disegnato con estrema cura la pianta di un’opera fortificata da adibire ad alloggio dei soldati e al ricovero dei mezzi bellici. L’architetto si è studiato di far sì che la dislocazione dei servizi sia quanto mai logica e funzionale, ma, disgraziatamente, terminato il suo lavoro, il valentuomo dele assentarsi, e Flik, il casne prediletto, azzanna il grande foglio del progetto e lo riduce in minuti pezzetti.
La cameriera, per rimediare al disastro, raccoglie i brandelli di carta e li incolla insieme come capita capita.
L’architetto arriva, vede lo scempio e dapprima si dispera, poi saggiamente scuote le spalle esclamando: “Tanto è lo stesso!”. E trasmette il progetto così com’è all’autorità militare che lo approva entusiasticamente e lo passa alle maestranze, le quali – su quelle basi – costruiscono l’edifizio.
Questa è una Cittadella. E questo ti spiega – per esempio – perché, girando per una Cittadella o caserma che dir si voglia, ora ti imbatti in una stanza a forma di piramide triangolare con la porta di accesso al vertice della piramide stessa; ora in una latrina con la sedietta allogata sul soffitto; ora in un balcone che si apre su un corridoio; ora in un portone di tre metri che si spalanca sul vuoto all’altezza del terzo piano, ora nello scolo di un acquaio che si scarica dentro la cappa di un camino. (…)
Queste, figlio mio, sono le Cittadelle sul tipo di quelle di A., e per fortuna, dopo pochi giorni ci tolsero di là e ci portarono in un Lager, così la nostra condizione migliorò notevolmente.
Dio ti scampi dalle Cittadelle, postero mio! Le Cittadelle sono – oltre al resto – di una esigenza straordinaria. Non esiste in esse un pezzettino d’intonaco bianco che non abbia da comunicarti, a caratteri di scatola, ordini perentori: “Osare!”; “Credere, obbedire, combattere”; “Marciare, non marcire!”; “Chi si ferma è perduto”; “Rinnovarsi o morire!” … Sul muro di un caratteristico locale a piccoli scomparti, trovai scritto a caratteri cubitali: “Correre!£. E ciò, pure considerando la fretta imposta dallo stato di emergenza, costituiva una pretesa esagerata.
Nella Cittadella di A. notai parecchie cose interessanti, e tra l’altro vidi per la prima volta in vita mia un cavallo tedesco. (…)

Da Diario clandestino, Rizzoli, Milano 1949