Un’intervista con Marcello Venturi

a cura di Roberto Botta

La nostra conversazione può iniziare prendendo le mossa dal recente ritorno di interesse per l’eccidio di Cefalonia. Un interesse, invero, assai strumentale: giornali e reti televisive hanno ricominciato a parlarne perché a settembre uscirà un film hollywodiano, come sempre molto luccicante e costoso, dedicato alla vicenda della divisione Acqui. Come spesso accade in queste occasioni si cerca di costruire il successo del film scrivendo che l’eccidio di Cefalonia è una strage dimenticata, riscoperta, dopo più di cinquant’anni, proprio grazie al nuovo film e al romanzo che lo ha ispirato.
In realtà di Cefalonia, nonostante le molte rimozioni che anche tu hai più volte segnalato, in questi anni si è parlato e scritto con rigore storico e documentario: il primo tentativo di ricostruire dettagliatamente l’eccidio lo dobbiamo proprio a te e al tuo romanzo (per ora lo definisco così, più avanti ragioneremo meglio su tutto quello che c’è in quel libro) Bandiera bianca a Cefalonia pubblicato in prima edizione qualche decennio fa.
E dunque: come nasce il tuo interesse per Cefalonia, perché hai sentito il bisogno di scrivere quel libro…
Io lessi all’epoca, sulla rivista di Calamandrei “Il Ponte”, un articolo del capitano Amos Pampaloni, che era un reduce della divisione Acqui. Io venivo, come scrittore, da quel gruppo di neorealisti che si era formato intorno al “Politecnico” di Vittoriani: eravamo giovani scrittori, e aspiravano a indagare la società, i problemi reali della vita piuttosto che, diciamo così, a far della letteratura “poetica” come era caratteristico dell’Italia dell’anteguerra. Di più: il nostro fu un movimento che nacque proprio in contrapposizione alla letteratura dominante nell’anteguerra, una letteratura più formalista che di contenuti. Con questa formazione io esordii come scrittore raccontando le esperienze che avevo vissuto sulla mia pelle, e quindi esperienze di guerra e di resistenza. Con i miei primi racconti avevo vinto un premio indetto dall’edizione genovese de “L’Unità” per i migliori racconti partigiani, lo vinsi ex aequo con Italo Calvino.
Naturalmente quando lessi questo breve articolo di Amos Pampaloni su Cefalonia era, credo, il 1960 (nota), e la cosa mi colpì, perché improvvisamente venni a sapere che in questa isola erano stati
massacrati, a freddo, una volta fatti prigionieri, 9.000 soldati ed ufficiali della divisione Acqui. E fu letteralmente una sorpresa, perché nessuno ne sapeva niente, non se ne era mai parlato. Allora io lavoravo alla casa editrice Feltrinelli, andai dall’editore e gli dissi: “Guarda, qui c’è questo argomento talmente drammatico che varrebbe la pena farci un libro…”. E lui di rimando: “Fallo tu”. Andai subito a Firenze a parlare con Amos Pampaloni, il quale mi dette tutte le informazioni di cui disponeva e mi fornì anche dei documenti, in particolare il resoconto del processo che la Corte marziale di Roma aveva fatto agli scampati. Un processo agli scampati della divisione Acqui perché avevano disubbidito agli ordini del generale Vecchiarelli, generale di corpo d’armata! Capisci che paradosso: il generale Gandin, che comandava la divisione Acqui, si era trovato tra l’incudine e il martello, perché mentre l’8 settembre Badoglio aveva dato l’ordine all’esercito di difendersi dagli attacchi, il generale dell’armata che era in Grecia dette a Gandin l’ordine contrario: consegnate le armi ai tedeschi. Quindi gli scampati della divisione furono processati per disobbedienza all’ordine del generale Vecchierelli! Furono tutti assolti e la divisione ebbe la medaglia d’oro, però le cose andarono così…
In base ai documenti e alla testimonianza che mi aveva rilasciato il capitano Pampaloni io cominciai a scrivere questo libro, ma in una prima fase non mi posi il problema di andare sul posto a vedere come erano andate le cose. Quando però arrivai a settanta cartelle dattiloscritte mi fermai, non riuscivo più ad andare avanti. E allora andai a Cefalonia: arrivo in questa isola nel mese di settembre e mi fece un’impressione enorme, perché era brutto tempo, vedo questa isola e mi dà l’impressione di un cimitero galleggiante. Il giorno dopo c’è un sole splendido, questi fiori e questi uliveti, il cuore mi si riapre e mi domando: ma come è possibile che i tedeschi abbiano potuto fare una strage di questo genere in un ambiente che sembra un inno alla bellezza e alla vita? C’era poi questo problema: scrivendo non volevo gabellarmi per un reduce della divisione Acqui, dovevo trovare una chiave per raccontare questo fatto a vent’anni di distanza. Io mi misi a rifare tutti i percorsi battuti dai soldati della divisione Acqui, così ho visto tutti i muretti a secco dove erano stati fucilati una volta che si erano arresi. E allora mi dissi: non voglio solo raccontare la storia della divisione Acqui e di come fu massacrata, voglio raccontare anche Cefalonia come è oggi e come la vivo, e la sensazione di cosa potrebbe provare il figlio di un caduto che venisse a vedere il posto dove il padre ha combattuto ed è stato ammazzato. Quindi mi sono creato questa chiave di interpretazione: mi sono messo nei panni del figlio di un caduto e questo mi ha permesso di restituire l’immagine e le sensazioni della Cefalonia che io ho sperimentato direttamente, e questo fa parte del mio modo di scrivere, perché mi propongo sempre di descrivere cose realmente vissute. Poi ho raccontato la strage.
Quando uscì il mio libro provocò nei lettori lo stesso stupore che aveva provocato a me la lettura dell’articolo di Amos Pampaloni: i giornali mandarono i loro inviati a Cefalonia e fu una scoperta. Il mio libro fu dunque l’accadimento che fece conoscere l’eccidio di Cefalonia in Italia e all’estero, perché fu tradotto in quattordici paesi, dall’Unione sovietica agli Stati Uniti, all’Inghilterra… Ma perché non era stato conosciuto questo episodio? In realtà alcuni reduci scampati alla strage avevano scritto qualcosa, ed anche due cappellani militati, il padre Ghilardini di Genova e il padre Formato di Roma, avevano pubblicato due libri in cui raccontavano quell’avvenimento. Ma questi libri non erano mai usciti fuori dalla cerchia dei familiari dei caduti o degli scampati della divisione, non erano mai arrivati in libreria, a contatto con il pubblico più vasto, e per questo il mio libro rappresentò una novità. Ora io a distanza di anni mi chiedo: ma perché questo destino, il silenzio, è stato riservato alla divisione Acqui? Perché per vent’anni, sino alla pubblicazione del mio libro, nessuno aveva detto niente? Eppure l’avvenimento era clamoroso, tanto è vero che dopo la pubblicazione del mio libro Wiesenthal promosse un’azione in tribunale in Germania, che poi naturalmente fallì perché assolsero tutti… Perché dunque il silenzio? Prima di tutto perché c’erano delle grandi responsabilità, in questa tragedia, anche del comando italiano. Tu capisci, un governo che dà l’ordine di difendersi e poi fugge come un ladro di galline, che valore può avere un suo ordine? E poi l’altra ragione mi pare da ricercare nel fatto che quello fu un movimento spontaneo di soldati e di ufficiali che si ribellarono alla guerra indipendentemente da ragioni ideologiche. Questa ribellione dell’esercito non era sponsorizzata da nessun partito, mentre la resistenza che venne dopo ebbe alle spalle o un partito comunista o un partito democristiano o un partito d’azione; lì non c’era nessuno, è stato un movimento spontaneo di soldati stanchi di fare il militare, di contadini in divisa stufi di portarla e che volevano tornare a casa, e che avevano capito che se avessero consegnato le armi sarebbero finiti in Germania prigionieri. Oggi ci si potrebbero chiedere: ma se avessero consegnato le armi? Forse sarebbero stati portati in Germania e non ne sarebbero morti novemila? Però non si può fare il processo al passato in questo modo. In quel momento di fronte ai tedeschi che ponevano l’alternativa secca: o combattete contro di noi o ci consegnate le armi, la risposta era molto semplice.
Vorrei anche precisare questo: si è parlato di un senso della patria da parte di questi soldati e anche della volontà di tenere alto il nome della divisione rifiutandosi di arrendersi ai tedeschi. Io sono convinto che questa è una forzatura della realtà. Io ho parlato con molti di questi reduci, ed era tutta gente che aveva voglia di tornare a casa, erano proprio stufi di fare la guerra
Quindi secondo te lo stato d’animo fondamentale era questo, un atteggiamento che potremmo definire prepolitico…
Sì. sì… Anzi, direi apolitico. Tra l’altro l’isola è un territorio eminentemente agricolo, sembra, tanto per fare un esempio, di essere in Sicilia, la stessa natura mediterranea, e mi sono reso conto di una cosa, che ho voluto cercare di rendere anche attraverso il libro: che il nostro esercito era un esercito di contadini, gente che veniva dalla terra, non usa alle armi, e che l’esercito tedesco invece rappresenta una civiltà meccanica, più tagliata per fare la guerra. Poi bisogna tenere conto della diversa situazione dei due eserciti a Cefalonia: i tedeschi hanno vinto la battaglia anche grazie all’appoggio dell’aviazione, mentre i nostri non avevano né un aereo né una barca a vela che gli facesse da sponda… Loro hanno scatenato gli Stukas… Poi mentre c’erano le trattative tra il generale Gandin e il tenente colonnello che comandava la guarnigione tedesca dell’isola, i tedeschi, che in quel momento sull’isola avevano solo 800 soldati, iniziarono a mandare rinforzi: non solo soldati, ma anche carri armati e armi; poi sbarcarono gli alpini austriaci dalla parte posteriore dell’isola, e di qui avanzarono e furono loro a condurre la strage.
Tu hai già accennato alla struttura del tuo libro è sostanzialmente diviso in due parti: nella prima possiamo leggere la descrizione di quella che potremmo definire la quotidianità dei soldati italiani sull’isola e poi c’è il racconto della decisione di non consegnare le armi e della strage. Vorrei farti una domanda sulla prima parte del libro, dove, per l’epoca, mi pare ci sia una novità piuttosto rilevante, e cioè una rappresentazione antieroica e antiretorica dell’esercito italiano che combatte su questo fronte. Per usare un paragone cinematografico, bisogna arrivare a Mediterraneo di Salvatores per trovare una descrizione così disincantata. Come hai avuto questa intuizione, scaturisce anch’essa dalla tua esperienza personale?
Guarda, mi è venuta proprio dalla mia visita a Cefalonia. Perché io ho parlato anche con molti abitanti, donne, e uomini, giovani e anziani, che avevano conosciuto i soldati della divisione Acqui. Tanto per fare un esempio: ho parlato con una maestra che aveva conosciuto proprio Amos Pampaloni e aveva intrecciato con lui anche un rapporto sentimentale, o comunque sia, un rapporto profondo. Insomma, i soldati italiani a Cefalonia non erano visti come truppe d’occupazione ma soldati di compagnia, starei per dire. Molti soldati di origine meridionale aiutavano addirittura i contadini a lavorare i campi. Tra l’altro bisogna considerare che l’isola non era stata conquistata, i nostri erano sbarcati tranquillamente senza incontrare resistenza perché Cefalonia era un territorio fuori dai grandi scenari di guerra. Gli italiani arrivarono quindi in modo non cruento, e con la popolazione ebbero rapporti talmente belli che alcuni soldati hanno poi sposato delle ragazze di Cefalonia, e a Cefalonia ci sono ancora dei ragazzi di origine italiana che sono nati proprio da relazioni tra soldati italiani e ragazze di Cefalonia. E ti dirò che un rapporto con queste caratteristiche io l’ho ritrovato non solo a Cefalonia, ma in tutta la Grecia, mentre verso i tedeschi c’è quello stesso odio che troviamo nelle nostre vallate occupate tra il 1943 e il 1945.
E veniamo alla seconda parte del libro, dedicata alla ricostruzione molto meticolosa e precisa della strage. Mi pare si tratti di un esempio assai stimolante di intreccio tra storiografia e letteratura, nel senso che tu hai scelto la chiave del romanzo per leggere l’episodio di Cefalonia, ma hai costruito il tuo racconto utilizzando in maniera accurata e precisa fonti che sono tipiche della storiografia. Vorrei che tu mi dicessi qualche cosa di più su questo tuo lavoro di ricerca storica sfociato in un romanzo.
Io credo che alla base di tutto ci sia in realtà la mia origine di giornalista, mestiere che io ho fatto per una quindicina d’anni. Io lì ho imparato a fare inchieste e a descrivere la realtà, a fare cronaca. Bandiera bianca a Cefalonia io credo tenti di fare della poesia, nelle pagine in cui si narra del figlio del capitano che ripercorre le strade dell’isola e i luoghi dell’eccidio e fa tutte quelle considerazioni, di un figlio che rivede i posti in cui il padre è stato ammazzato. Poi però propone anche, diciamo, il racconto dei fatti così come erano accaduti realmente. In base ai documenti che mi ha fornito il capitano Pampaloni, che tra l’altro è ancora vivo ed è rimasto un grande amico, ho ricostruito la vicenda. Documenti che erano fondamentali perché le carte di quel processo che avevano dovuto subire i reduci della divisione Acqui descrivono ora per ora gli spostamenti delle truppe italiane, l’arrivo dei rinforzi tedeschi e le fasi dell’eccidio. Per cui io avevo un quadro preciso, che ho voluto riproporre alternandolo naturalmente con le pagine più di invenzione letteraria. Devo dire che l’operazione, proprio grazie a quei documenti, mi è risultata abbastanza semplice: Ho dovuto invece penare un po’ nella ricerca delle testimonianze: io infatti non ho ascoltato solo il capitano Pampaloni, ma altri reduci, tra i quali ho trovato addirittura chi dava ragione ai tedeschi! La maggioranza naturalmente la pensava diversamente, ma quelli che sono stati risparmiati dai tedeschi, come ad esempio i sudtirolesi, la pensavano così. Furono salvati perchè il tenente Richter, che alla Casetta rossa comandava il plotone di esecuzione, verso mezzogiorno si era stancato di tutto il sangue che gli era scorso davanti e aveva gridato: “Se ci sono degli altoatesini si facciano avanti…”. E così quelli, più tre o quattro fascisti, si salvarono. Insomma in quelle mie interviste io ho trovato anche alcuni che davano ragione ai tedeschi..
Devo poi dire che il tema della guerra io lo avevo già affrontato nei miei primi racconti, e quindi avevo una certa abitudine a raccontare questi fatti. Vorrei aggiungere che a me questa strage aveva fatto una grande impressione. Quello secondo me è stato anche uno scontro tra due civiltà, e con il mio libro ho voluto dire anche questo: che il più buono, chi è dalla parte della ragione, finisce spesso con l’essere sopraffatto, ma che poi c’è qualche cosa che riscatta tutto, e che io ho voluto simboleggiare con quella specie di sinfonia che chiude il libro.
Vorrei aggiungere che mi ha colpito anche un altro fatto: gli 800 tedeschi di stanza nell’isola conoscevano e frequentavano gli italiani, eppure si sono scatenati in una carneficina di quella portata. Non lo so cosa è scattato, se il risentimento, o se si sono sentiti traditi dagli italiani, fatto sta che si è scatenata una vendetta che da parte dell’esercito tedesco non aveva precedenti. Perché bisogna ricordare che chi compi la strage in quel caso furono i soldati della Werhmat, non ci furono reparti di SS impegnati nello scontro.
Anche un’altra cosa mi aveva colpito molto. Nel 1956, qualche anno prima del mio viaggio, c’era stato un terremoto che aveva quasi distrutto l’isola e ricordo che c’erano ancora delle casette prefabbricate mandate dalla Svezia per aiutare i senzatetto. E però in quel disastro c’erano ancora visibili tratti della pavimentazione di tipo veneziano, a mosaico. E a me era sembrato un segno, come se la natura avesse voluto cancellare le testimonianze della strage e allo stesso tempo preservare altre e più antiche memorie.
Con il materiale che avevo a disposizione avrei potuto anche scrivere una specie di reportage, è vero, ma la mia tendenza è stata sempre quella di scrivere romanzi, io mi sono formato sulla letteratura russa dell’Ottocento e poi sugli scrittori inglesi e americani. Questa “voglia” di romanzo mi è nata dentro che avrò avuto quindici o sedici anni, quando leggevo i libri che trovavo nella biblioteca di mio padre; era un capostazione, ma era anche un intellettuale e aveva una biblioteca stupenda. Il mio gusto del raccontare in maniera narrativa piuttosto che cronachistica si è formato lì. Poi la vita mi ha fatto incrociare il giornalismo, e devo dire che quell’esperienza mi ha insegnato a guardare bene i fatti badando all’essenziale. Aveva ragione Hemingway che a proposito del giornalismo diceva: “E’ una cosa ottima, basta uscirne al momento giusto”.
Tu prima accennavi al carattere apolitico dei soldati di Cefalonia. Però nelle parole del capitano c’è senza dubbio consapevolezza… Mi viene in mente ad esempio un passaggio del libro che a me ha molto colpito e che ritengo fondamentale, in cui il protagonista, il capitano Aldo Puglisi, ci propone una precisa e contemporaneamente durissima sintesi delle ragioni che hanno consentito al fascismo di conquistare gli italiani. Lui dice: sì, la responsabilità principale sarà del Duce, sarà dei gerarchi, ma la colpa è anche nostra, di noi classe media, e in ultimo anche di questi ragazzi che si sono lasciati mettere addosso la divisa. Ecco, è un’interpretazione cruda del fascismo, disincantata e non disposta ad assolvere facilmente nessuno…
Io credo parta diversamente da come l’hai detta tu. Io volevo dire questo: siamo gente nata in divisa, la mia generazione, e anche quella appena precedente, è nata in divisa. Fummo messi in divisa come figli della lupa, fummo messi in divisa come balilla, poi come avanguardisti e come giovani fascisti. Poi alla fine come soldati in Spagna, in Africa, in Russia e in tutti gli altri fronti sui quali si è combattuto. Il nostro destino è stato di dover portare una divisa fin dalla nascita, e l’abbiamo sopportato, ma non solo l’abbiamo sopportato, l’abbiamo anche sostenuto, perché c’è stato un periodo di grande consenso, ad esempio quando con la guerra di Abissinia nacque questo buffo Impero “sui colli fatali di Roma”. Non è mica vero che gli italiani andavano nelle piazze ad ascoltare i discorsi di Mussolini solo e semplicemente perché erano costretti … Io ho rivisto dei documentari, i film Luce che vedevo già allora, da ragazzo, e ricordo un filmato con una Bologna che fa paura! Un discorso di Mussolini in Piazza Maggiore con la folla strabocchevole che prosegue sino al viale della stazione… C’è stato un periodo in cui il fascismo è stato entusiasticamente accettato. Io ho avuto la fortuna, o la sfortuna, non lo so, di nascere in una famiglia in cui mio babbo era repubblicano mazziniano sin dalla gioventù, mio nonno era stato buttato fuori dalla ferrovia perché non aveva preso la tessera, avevo uno zio che era stato ripetutamente bastonato e purgato dalle squadre fasciste lucchesi al comando di Sforza, che allora era federale di Lucca. Ero antifascista non perché avessi capito cosa succedeva realmente ma in ragione dell’ambiente familiare, dell’aria che respiravo in casa… Sentivo mia mamma che chiamava il duce “Il testone maledetto”, cose così. E poi mi dava fastidio il fatto che il duce avesse sempre ragione, e il fatto di dovere andare tutti i sabati all’adunata a fare le finte manovre e cose di questo genere.
Il nostro destino, per vent’anni, fu quello, e sono vent’anni di storia che non si possono cancellare: ci sono stati, eccome. E del resto, che cosa si poteva fare? Paradossalmente la nostra salvezza è stata la guerra, tanto è vero che appena è scoppiata la guerra quelli come me, di sentimenti antifascisti, ed eravamo parecchi nella mia classe, si faceva il tifo come per le squadre di calcio, e si “tifava” per l’Inghilterra e si sperava che vincesse la guerra.
Per completare questa riflessione sull’importanza che all’epoca ebbe Bandiera bianca a Cefalonia credo sia giusto ricordare che il tuo libro è stato usato anche come prova testimoniale in un processo contro i responsabili dell’eccidio…
Sì, ci fu un processo, perché appena uscì il libro Simone Wiesenthal mi scrisse che intendeva portare alla sbarra i responsabili tedeschi del massacro e mi chiese copia dei documenti che avevo raccolto. Gli mandai il materiale, e qualche mese dopo mi scrisse il pubblico ministero di Dortmund comunicandomi che aveva avuto l’incarico di istruire il processo e mi chiedeva a sua volta tutto il materiale. Passa ancora del tempo e ricevo una lettera di un pubblico ministero di Monaco di Baviera che mi scrive: “Egregio Venturi, hanno passato a me il processo perché sono territorialmente competente. Mi mandi tutto il materiale in suo possesso”. E io per la terza volta rifeci le fotocopie e inviai tutto a questo procuratore. Dopo un po’ di tempo mi riscrive il procuratore di Dortmund dicendomi: “La pratica è ritornata a me. Per cortesia, può rimandarmi tutto il materiale?”. Sembra un racconto fantastico ma è la realtà! Insomma, rifaccio le fotocopie e le invio. E finalmente inizia il processo.
Nel frattempo una giornalista, Ariane Giachi, scrisse un articolo attaccando il libro e sostenendo che la strage l’avevo inventata io perché sono uno scrittore antifascista e sono ostile alla Germania e ho sempre scritto contro i tedeschi. Benissimo. Comincia il processo, che io seguo dall’Italia, e dopo poche udienze questi ufficiali nazisti vengono tutti assolti, nessuno è colpevole e c’è una sentenza che dice: non si possono condannare perché il tenente Richter, che è il nome che io uso nel libro, è un personaggio inesistente inventato dallo scrittore italiano Marcello Venturi. E su questa base assolvono tutti. Penso che proprio mentre si teneva il processo ho scoperto che c’era uno degli imputati che, in Austria, celebrava insieme ai suoi ufficiali l’anniversario della fondazione del reparto dell’esercito che aveva condotto la strage, e quindi era vivo e vegeto… In realtà non li hanno condannati perché non erano soldati delle SS ma dell’esercito, e in Germania l’esercito non si poteva toccare.
Tieni poi conto che proprio ultimamente, credo tu abbia letto, Taviani ha raccontato che poiché in quel periodo la Germania era disponibile a rientrare nell’Alleanza atlantica, per non urtare la suscettibilità dei tedeschi, era meglio lasciar perdere. Però io dubito di questa versione, e credo che su Cefalonia ci sia stata qualche altra rimozione. Insomma, tutti gli anni si celebravano Marzabotto, le Fosse Ardeatine, Boves, S. Anna di Stazzema, tutte stragi fatte dai tedeschi, e Cefalonia niente. Perché? Io ancora oggi non so dare una risposta.
Il tema della guerra e della resistenza attraversa molta della tua produzione letteraria, mi vengono in mente i tuoi racconti partigiani riproposti anche in anni recenti in Cinque minuti di tempo. Ecco, perché scrivere di resistenza e di vita partigiana, e quale tratto interpretativo fondamentale di quella esperienza volevi consegnare ai tuoi lettori?
Intanto volevo rendere il dovuto omaggio ai caduti che avevano pagato con la vita la lotta contro i fascisti e contro i tedeschi. E poi devo dire che volevo esprimere il rancore verso i fascisti e verso i nazisti, perché a noi ci avevano messo paura davvero… Si viveva nel terrore di essere presi e messi al muro o peggio, attaccati, come facevano, ai ganci da macellaio. C’era il rancore verso quelli della nostra generazione che erano andati nelle Brigate nere, anche se poi io ho scritto un libro, Dalla parte sbagliata, su un brigatista nero che era un ragazzo d’oro, e ancora oggi mi domando come è potuto finire dall’altra parte. Io ero totalmente imbevuto di questo rancore, in qualche modo dovevo scaricarmi: io la guerra l’ho continuata per conto mio per anni. Mi ricordo di mie corrispondenze con Calvino, con il quale dopo il nostro premio “ex aequo” si era instaurato una specie di epistolario, in cui lui mi diceva: ora noi dobbiamo smettere di scrivere di partigiani, perché cosa si può dire di nuovo sulla resistenza? Bisogna inventare qualche cosa di nuovo. E lui infatti andò in questa direzione, perché praticamente smise di scrivere di guerra e resistenza e si dedicò a lavori come Il barone rampante o Il visconte dimezzato. Io invece, anche quando ho poi lasciato da parte il tema della resistenza, sono sempre rimasto fedele all’impegno civile dello scrivere, non ho mai voluto scrivere di cose astratte, completamente inventate da me, ho sempre scritto di cose che avevo sperimentato direttamente e sempre partendo dal presupposto che c’è una condizione umana che andrebbe cambiata in meglio. E sono convinto sia proprio questa la caratteristica che distingue il neorealismo dal verismo: il verismo descrive la realtà così come è ma senza impegno di nessun genere, lo scrittore neorealista invece descrive la situazione così come è per modificarla. Insomma l’assunto è quello di Vittoriani: si scrive non per dare consolazione a chi legge ma per stimolarlo al cambiamento.
Parlavamo prima della vena antiretorica caratteristica dei tuoi racconti e dei tuoi romanzi. Ma dopo cinquant’anni dalla guerra e dalla resistenza se tu dovessi mettere in mano a uno studente Bandiera bianca a Cefalonia come gli consiglieresti di leggerlo? Che cosa di quel periodo può essere ancora significativo per un ragazzo di oggi?
Nei miei racconti di solito sono i partigiani a rimetterci la pelle. Io vorrei dirgli di tenere conto di questo fatto: che per arrivare alla libertà di cui oggi godiamo sono morti tanti uomini, in molti hanno pagato con la vita, a cominciare proprio dai soldati di Cefalonia, perché hanno combattuto per la loro libertà e per la nostra. Vorrei chiedere loro di tenere conto di quanto è costato poter arrivare, oggi, a parlare liberamente e a leggere i giornali che vuoi tu e non quelli che vuole qualcuno. Per me questo è fondamentale, ed è una libertà che abbiamo pagato con anni di sofferenze, di fughe, di paure.
Tu sei stato molte volte nelle scuole, in anni recenti e meno recenti. Quale è secondo te il rapporto che i ragazzi del duemila hanno con la guerra e la resistenza e, più in generale, con la memoria del passato?
Ti devo dare una brutta notizia, perché non sanno neppure che eravamo in guerra contro l’Inghilterra e gli Stati Uniti e ne sanno ancor meno a proposito dell’armistizio e della resistenza. Sono stato recentemente in Toscana, e tra gli studenti che abitano nelle zone vicine a paesi che sono stati distrutti dai tedeschi c’è ancora la memoria di quello che è successo, ma appena ti allontani trovi la più completa ignoranza.
Questa perdita di memoria è grave: i ragazzi credo siano un po’ frastornati dalla televisione e non leggono praticamente niente. Io vado nelle scuole a parlare di libri e mi è capitato sovente, parlando di Cefalonia, di sentirmi dire: “Ma perché non ci scrive un libro?”… Ed ero andato lì proprio a parlare di Bandiera bianca a Cefalonia, che avevo appena ripubblicato. Voglio dire, sono abbastanza distratti, e forse non è nemmeno colpa loro, hanno troppe cose a disposizione che li “invogliano” a essere distratti. Il guaio vero è che non solo si disinteressano del nostro passato, ma anche del nostro presente.
Vorrei tornare alle diverse angolazioni dalle quali hai scritto di guerra e resistenza, perché c’è un racconto che mi pare molto interessante: si intitola Vacanza tedesca ed è la storia di un reduce nazista che nel dopoguerra torna in villeggiatura in Italia, e torna proprio nel paese in cui, diciamo così, aveva operato durante la guerra. Ci torna con la moglie, per portarla a vedere i luoghi in cui ha combattuto. Perché hai sentito il bisogno di calarti nella testa di un nazista, nel suo modo di vivere il dopoguerra e il rapporto con la guerra?
Vedi, quando io abitavo a Milano tutti gli anni andavo in vacanza in Versilia, e spesso vedevo questi tedeschi in motocicletta, generalmente avevano delle motociclette con il sidecar…
E infatti lui arriva in Italia proprio con il sidecar…
Esatto. Questi tedeschi arrivavano e venivano a vedere i posti dove avevano combattuto, e portavano proprio le loro mogli a vedere a luoghi in cui avevano fatto la guerra. E allora mi sono chiesto: ma è possibile? Per quale motivo questi sentono il bisogno di venire qua, di farsi belli di fronte alle loro donne mostrando loro i luoghi dove hanno seminato la paura e ammazzato gente? Mi sono calato nei panni di un altro, ed è un racconto considerato dalla critica tra i miei più belli.
Ti dirò che, tutto sommato, riuscire a entrare nella mentalità del tedesco, capire il meccanismo grazie al quale un qualunque uomo tranquillo, quando gli metti la divisa, diventa una persona cattiva e così disponibile a fare la guerra, mi ha sempre affascinato.Mi ha sempre affascinato questa sorta di sdoppiamento. Tanto è vero che anni dopo, a San Salvatore Monferrato, durante una edizione della biennale, ho conosciuto un professore tedesco, di Marburg, che aveva fato tradurre dai suoi studenti alcuni miei racconti di guerra: siamo diventati amici e mi ha invitato in Germania più di una volta a parlare agli studenti. Anche lì devo subito dire ho riscontrato una completa ignoranza di quello che era successo durante la guerra in Italia, ragazzi assolutamente indifferenti a quello che hanno fatto i loro padri e i loro nonni.
Vorrei tornare ancora sul tema del rapporto tra storia e letteratura, perché sono convinto che una delle grandi questioni con cui oggi dobbiamo confrontarci sia il problema dei linguaggi attraverso cui trasmettere la memoria. Siamo nell’era di internet e della multimedialità e si legge poco. Non sarò forse proprio questa forma del racconto, che naturalmente non significa solo la pagina scritta ma può essere anche un film, una produzione su internet o altro ancora, quella più adatta a riavvicinare al passato e alla memoria le generazioni future e magari a far riscoprire anche il gusto per la lettura?
Credo di sì, a patto che questi strumenti si orientano nel senso che dici tu… Io seguo spesso i documentari che passano sugli schermi della televisione e li trovo interessantissimi, ma non lo so se i giovani li guardano e se li trovano interessanti. Vorrei però aggiungere che all’epoca mia c’era più dialogo, tra le generazioni e tra di noi, di problemi importanti se ne discuteva. I ragazzi di oggi io non so di cosa discutano… E’ un giudizio negativo che io do con tristezza, intendiamoci, non voglio dire che la nostra generazione era migliore, anzi, era peggiore, perché siamo stati sottomessi al fascismo e abbiamo fatto la guerra, però eravamo più interessati ai problemi del vivere civile, ai problemi del mondo. Questa generazione io la vedo più superficiale, più disinteressata.
Bandiera bianca a Cefalonia ha avuto tre edizioni, ne avrà fra pochi mesi una quarta molto prestigiosa. Chi pensi si metterà a leggere,, quarant’anni dopo la prima edizione, il tuo libro?
Io credo che molti, anche se sono passati quarant’anni, scoprono l’eccidio di Cefalonia come novità perché non se ne è parlato poi molto, non è entrato nella memoria collettiva. Poi io credo che nella generazione dei quarantenni ci sia ancora il gusto della scoperta e della riflessione sul nostro passato. Vorrei però dire che questo recente risveglio di interesse per Cefalonia mi ha un po’ rattristato, perché mi sono detto: ma possibile che per tenere vivo un avvenimento come quello debba intervenire un libro, tra l’altro brutto, di uno straniero che mostra di non saperne assolutamente niente?
E’ un destino questo, del silenzio su Cefalonia che mi pare una specie di ulteriore condanna di questi poveri soldati che sono morti. Il fatto che Louis de Bernieres abbia scritto un libro con intenti scopertamente commerciali su una tragedia come questa a me dà molto fastidio. Ci sono troppi morti per poter fare speculazioni sui mandolini e cose del genere.
Proviamo, per finire, a guardare nel futuro. Fra qualche mese uscirà questo kolossal hollywoodiano, ci sarà un battage di rilievo, giornali e televisioni ne parleranno. Al di là dei primi giudizi sul film, che suscita più di una perplessità, secondo te può questo evento contribuire a ricostruire una memoria o, al contrario, può ulteriormente falsificare il ricordo e la storia?
L’ho già detto, per me lo falsifica. Sarà anche curata e ben fatta la parte dedicata ai combattimenti o all’ambientazione, perché gli americani hanno dei mezzi infiniti, però già il titolo, Il mandolino del capitano Corelli, dà un’indicazione della mentalità di chi ha pensato questo film e prima ancora di chi ha scritto il libro. Non lo so, io credo che intanto calcheranno molto su questa storia d’amore e non ci sarà molto di nuovo sotto il sole, una specie di replica da Via col vento in poi, mentre il problema di Cefalonia è un altro, è il problema di gente che è vissuta per vent’anni come schiava e in divisa, che finalmente questa divisa e questa schiavitù se la vuole levare di dosso. Da quello che ho letto e da quel poco che per ora è possibile vedere io credo che né de Bernieres né il regista del film l’abbiano capito. Guarda, proprio questa mattina ho ricevuto dall’Inghilterra una lettera di un giornalista di “The Guardian”, che mi ha intervistato su Cefalonia, il quale mi dice: ma fate qualche cosa! Fermate questo scrittore e questo film!