VIRUS: IL CONTAGIO DELLA CULTURA E DELLA DEMOCRAZIA. Brevi riflessioni “in isolamento” sul ruolo sociale della cultura pubblica

20 Aprile 2020

Pubblichiamo questo contributo del presidente dell’Isral, Mariano Santaniello, che può aiutarci a riflettere in questo periodo difficile.

“VIRUS: IL CONTAGIO DELLA CULTURA E DELLA DEMOCRAZIA.

Brevi riflessioni “in isolamento” sul ruolo sociale della cultura pubblica

 

Mariano G. Santaniello

Questi giorni di forzata cattività credo inducano molti di noi alla riflessione e all’introspezione. La diffusione tragicamente rapida e letale del coronavirus Covid-19 ha creato un senso di sospensione della normalità che coinvolge e stupisce tutti noi, costringendoci a confrontarsi con aspetti della vita verso i quali saremmo, solitamente, più distratti e meno attenti.

Stiamo sperimentando, per la prima volta da molti decenni, sensazioni e sentimenti che avevamo archiviato nei cassetti della nostra memoria collettiva, riconducibili, forse, solo alle esperienze di generazioni precedenti. Ci siamo ritrovati a fare i conti con alcune emozioni proprie dell’animo umano che avevamo progressivamente rimosso o quanto meno nascosto e che invece fanno parte integralmente della nostra natura.

Mi riferisco, ad esempio, alla riscoperta del sentimento della paura: paura del contagio, paura della malattia, paura della morte. Penso al senso d’insicurezza e d’indeterminatezza, allo spaesamento di fronte all’ignoto rappresentato, questa volta, da un invisibile virus, un nemico al punto di riuscire a mettere in discussione la nostra esistenza. Considero il senso di spaesamento e incredulità che hanno accompagnato le misure contenitive del contagio con l’introduzione dell’isolamento, del distanziamento sociale, dell’interruzione di ogni attività sociale ed economica, di una reale ed effettiva limitazione delle nostre libertà individuali per la prima volta dopo molti decenni tanto da averne, generazionalmente, perso la memoria – anche se quanto meno per noi occidentali, ciò accade rimando seduti su un comodo divano e dotati di una serie di comfort e supporti tecnologici che ci hanno aiutato a meglio convivere con il lockdown -.

Tutto questo ha rinvigorito alcuni sentimenti beceri e farlocchi, ma sempre presenti nel corpo sociale, come la ricerca del colpevole, del capro espiatorio, dell’untore da dare in pasto ad un’opinione pubblica, fragile e vulnerabile, per giustificare eventuali possibili responsabilità, ma soprattutto per liberare le coscienze dalle proprie incombenze. Su questo aspetto è bene ricordare che il terreno era già stato ampiamente fertilizzato da campagne di odio gestite, nel corso degli ultimi anni, da una classe politica dirigente insensibile e irresponsabile, a partire dall’attuale presidente degli USA, Trump[1] passando per i campioni, nazionali ed internazionali[2], del sovranismo più rozzo e volgare. La ricerca del responsabile del contagio nello straniero, portatore di malattie e morbilità, è un’attività a cui l’uomo si è dedicato con cura nel passato e che non ha mai risolto alcunché, anche perché priva di ogni evidenza scientifica, anzi ha creato tumulti e sommosse, tragiche e violente, da cui un’umanità e una società moderna dovrebbero accuratamente prendere le distanze.

Ma questa situazione di forzata e morbida reclusione ci ha contestualmente aiutato a riesumare dal nostro intimo – o quanto meno ci sforziamo di voler pensare così –   quelle risorse positive, quei valori fondamentali, che costituiscono la cifra del nostro essere umani ovvero la solidarietà, lo spirito di sacrificio, la dedizione, il coraggio e l’altruismo queste ultime riversandole e riconoscendole a coloro che, in prima linea, stanno conducendo la lotta alla pandemia.

In realtà, ad analizzare bene i fatti e gli avvenimenti, il mondo nel suo complesso avrebbe dovuto, però, essere più pronto e preparato ad evitare questa situazione ed avere con sé tutta una serie di apparati e strumenti di protezione con cui riuscire a contrare e governare questa situazione di extra ordinarietà.

Sì, perché informandosi, leggendo e approfondendo si scopre che scenari come quello che stiamo vivendo, non solo erano contemplati da parte degli analisti e dagli studiosi dei principali paesi nella definizione di possibili scenari emergenziali, ma erano addirittura previsti. A partire dal 1997 il pianeta è stato attraversato da almeno quattro pandemie gravi: la SARS, l’influenza aviaria, la Mers mediorientale ed Ebola in Africa (quest’ultimo in due differenti ondate in momenti successivi); il Covid-19 è il quinto agente virale patogeno aggressivo. Gli stessi studiosi e analisti su una cosa sono sicuri: ne arriverà un sesto; nessuno è in grado di conoscerne il grado di letalità, ma certamente ci avremo a che fare.

Quindi, nonostante questi allarmi e queste previsioni, il mondo, nel suo complesso, si è dimostrato impreparato e spesso sprovvisto di quei “dispositivi di sicurezza”[3] sociale tali da far fronte, al meglio, ad una situazione che era stata ampiamente annunciata. Non voglio qui dilungarmi sulle ragioni che hanno condotto a questo, ho già avuto modo di scriverne altrove[4], ma credo sia il caso di tentare di analizzarne alcuni aspetti.

Il Covid-19 si sta dimostrando, come tutte le altre epidemie che hanno ciclicamente attraversato la Storia, in grado di mettere in evidenza quelle che sono alcune debolezze delle società contemporanee.

Richiamando alcune considerazioni di Frank Snowden[5], professore emerito di “Storia della medicina” a Yale, da lui esposte in alcune sue interviste rilasciate durante una sua recente visita in Italia, le vulnerabilità emerse con maggiore evidenza sono l’estrema vastità della popolazione (circa 8 miliardi di persone), l’abnorme diffusione dell’urbanizzazione sul pianeta e un sistema di collegamenti e mezzi di trasporto estremamente ampio e  rapido; tutto questo ha, con ogni evidenza, aiutato e contribuito alla diffusione pandemica del virus e del contagio in tempi velocissimi e in aree geografiche del mondo poste agli antipodi, mettendo in ginocchio così, in poche settimane, l’attivazione di quei possibili “dispositivi di sicurezza”  generali e diffusi per altro non propriamente organizzati e strutturati.

A questo proposito è bene ricordare come, nonostante i presupposti e i segnali che si è ricordato prima e sebbene l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) avesse evidenziato il rischio di possibili fenomeni epidemiologici contagiosi per il futuro, una notevole parte degli Stati hanno sistematicamente smantellato in gran parte il loro apparato organizzativo di preparazione e reattività alle emergenze sanitarie e tagliato poderosamente su ciò che era salute pubblica; insomma si è proceduto ciecamente e stoltamente ad una progressiva demolizione di quel tessuto e quell’insieme di protocolli e infrastrutture di natura immateriale e materiale che costituivano il sistema di difesa della salute pubblica.

Nel mondo il virus ha colpito – e sta colpendo – con maggiore infettività e letalità proprio nelle aree con maggior densità abitativa che presentano evidenti contraddizioni e gravi diseguaglianze interne e che, colpevolmente, non erano preparate e strutturate, a diversi livelli, per affrontare questo tipo di emergenze, si pensi a tal proposito ai casi statunitensi, cinesi, italiani, spagnoli, inglesi e francesi. Tralasciamo qui i casi più drammaticamente eclatanti di realtà più periferiche e marginali, ma tragicamente più esposte al contagio e alla sua letalità come i casi di India, Iran, Brasile e l’intero continente africano, dove se la pandemia dovesse sviluppare i suoi effetti letali in tutta la sua potenza, sarebbero prevedibili numeri da ecatombe.

Ecco, il tema delle diseguaglianze si ripropone anche in questo caso, perché se è vero che il tasso di “democrazia” di un bacillo è trasversale ovvero non conosce confini geografici o di classe sociale, è altrettanto vero che l’accessibilità alle cure non è di tutti e per tutti. La demolizione del sistema di welfare e, più precisamente, di attenzione al bene comune della salute pubblica che aveva accompagnato le società occidentali e le democrazie è andato progressivamente depauperandosi, scontrandosi con quelli che erano i feticci del capitalismo opulento, rapace e aggressivo.

Esistono ampie fette di popolazione mondiale che non possono neppure pensare di mettere in atto le più semplici prescrizioni comportamentali previste dai protocolli igienici e sanitari codificati come, ad esempio, lavarsi spesso le mani o evitare prossimità interpersonali o avere accesso alle cure sanitarie per il semplice fatto che è loro negato il diritto di avere la disponibilità non tanto l’acqua potabile, ma l’acqua proprio, così come è loro negato di poter avere la possibilità d’uso di una casa dignitosa dove vivere e non sovraffollata o quando non aver proprio neppure un tetto sulla testa oppure dove le cure sanitarie sono un miraggio perché non si è in grado di poterle pagare o perché in quelle realtà sociali semplicemente non esistono.

È quindi il caso di dire che no, il virus non è “democratico”, anzi evidenzia le contraddizioni sociali e le diseguaglianze.

Altro spunto di riflessione che questa epidemia di Covid-19 ha proposto è la stretta correlazione che gli studiosi hanno riscontrato tra la nascita di nuovi e sconosciuti agenti patogeni e virali con la condizione ambientale del pianeta. È ormai assodato che l’antropizzazione del territorio e il progressivo depauperamento delle risorse naturali e forestali della Terra, con il conseguente potenziale contatto tra agenti patogeni di animali selvatici, animali domestici e l’uomo stesso, favorisca il cosiddetto “salto di specie” (spillover) di nuovi agenti virali scatenando potenziali epidemie.

Analogamente è ormai accertato che il riscaldamento globale e più genericamente il contesto ambientale attuale sono stati fattori che hanno aiutato i virus a modificarsi, evolversi divenendo più forti e resistenti. È assai probabile che gli effetti di letalità di epidemie da agenti patogeni respiratori siano amplificati dalle condizioni ambientali di inquinamento dell’aria da CO2 e da polveri sottili dove la popolazione è già sofferente di per sé[6], i principali focolai della pandemia da Covid-19 su scala mondiale sono lì a dimostrarlo.

Lo scenario non è propriamente rassicurante e induce a riflettere su quali risposte la comunità internazionale è in grado di dare.

Emerge in maniera evidente l’esigenza di un nuovo paradigma di governamentalità come sovente è accaduto nel corso della Storia in presenza di uno shock, di un punto di svolta epocale.

Direi che appare palese la necessità di pensare ad un rafforzato ruolo all’OMS, attribuendogli leadership e concreti poteri in materia di governo delle emergenze sanitarie e virali. Risulta altresì necessario considerare  che il pianeta, a cominciare dai paesi più ricchi e sviluppati, in futuro investano imponenti risorse nei comparti della sanità e della salute pubblica, nella produzione di apparecchiature medicali e di prodotti farmaceutici, nella ricerca scientifica in campo ambientale e sanitario e che gli esiti di tali investimenti possano essere condivisi anche con i paesi meno sviluppati, affinché sia possibile innescare processi virtuosi di crescita e di consapevolezza, trasformando così gli investimenti di risorse in asset di sviluppo economico in grado di produrre, oltre che valore aggiunto, anche sostenibilità sociale. Diviene perciò sempre più doveroso avere un approccio responsabile e sostenibile verso quelli che si individuano come filoni di sviluppo collettivo e globale, attraverso investimenti sostanziosi sia in termini finanziari, che sotto il profilo scientifico e tecnologico, in quello che oggi è comunemente noto come green new deal, rispettoso quindi delle ricadute proprie, della sostenibilità ambientale e a bassa impronta antropica.

Sarà necessario rielaborare e ripensare profondamente la costruzione delle nostre città, dove gli spazi del pubblico e del privato, la forma urbana, le reti infrastrutturali divengono sempre più attente alla costruzione di modelli in grado di ospitare, contenere, relazionare gli abitanti nello svolgimento delle loro più disparate attività, riducendo le differenze di condizione sociale con una bilanciata offerta di dotazioni e servizi, considerando la necessità di rivedere e rileggere la relazione tra il costruito e il naturale, immaginando una sorta di rinnovata prossemica sociale che, è presumibile, risulterà profondamente modificata ed alterata dopo questa inattesa esperienza collettiva[7].

Appare anche evidente dagli insegnamenti che derivano dall’osservazione di alcune specifiche esperienze vissute in questa stagione temporale, a cominciare da quella italiana, come il tema della salute pubblica non possa restare che in capo allo Stato centrale e come non possa essere oggetto di negoziazione decentrata. Sanità pubblica quindi, così come l’istruzione, la tutela dell’ambiente e del paesaggio e la politica estera e di difesa nazionale. Sono questi capisaldi alcuni di quei “dispositivi di sicurezza” che forniscono quelle garanzie sociali oggi così fortemente richiesti e pretesi dalla popolazione, in lato sensu, e che garantiscono i processi democratici di governo. D’altronde citando Michel Foucault: “…la libertà non è altro che il correlato della messa in opera dei dispositivi di sicurezza…” [8].

Dall’esame di quanto stiamo vivendo credo si possa dire che le risposte che dovremo attenderci o quanto meno auspicarci siano, quindi, quelle di una reale volontà politica per una nuova governance, generale e della globalizzazione. Così com’è quella attuale non ha dato i risultati attesi, ha funzionato male.

Ha creato disparità e diseguaglianze tra le popolazioni, sta mettendo in una crisi che rischia di divenire irreversibile il pianeta, sfruttando in maniera sconsiderata le risorse naturali, inquinando indiscriminatamente l’ambiente, scatenando guerre e carestie in aree già povere, innescando fenomeni migratori di proporzioni bibliche. Necessita, realmente e concretamente, mettere in campo azioni che contrastino i mutamenti climatici in corso, con atti che riducano il livello di riscaldamento globale e la desertificazione di ampie parti della Terra, bisogna introdurre politiche reali e applicabili per la realizzazione di capillari campagne di contrasto alla povertà e di controllo demografico.

Per poter fare ciò necessita reperire e investire risorse, moltissime risorse, finanziarie e umane e, temo, questa non sarà un’opzione, sarà un obbligo. Ci troviamo di fronte ad un vero e proprio appuntamento con la Storia, ad un cambio di paradigma economico e sociale. L’impianto teorico, ideale ed economico di riferimento dovrà subire una profonda e radicale rilettura e revisione delle sue politiche. È necessaria una nuova governamentalità.

La stagione del neoliberismo, con i suoi assunti ideologici e pratici, ha mostrato la corda e alla prova dei fatti non è stata in grado di reggere la partita proprio perché scontava, nella considerazione del mercato quale unico strumento regolatore e di equilibrio, il proprio vulnus. Eric Klinberg, sociologo della New York University, recentemente ha scritto che “…il coronavirus segna la fine della nostra storia d’amore con la società di mercato e l’iper-individualismo…” e a voler citare Albert Einstein: “…uno dei segni della stupidità è la tendenza a continuare a fare la stessa cosa, sperando in un risultato migliore…”.

Sono però le parole di una riflessione pastorale di Papa Francesco dei giorni scorsi, in una piazza S. Pietro simbolicamente deserta e sotto una pioggia battente, che affermando che: “…avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato…”, mettono tutti di fronte alle proprie responsabilità, credenti e non credenti.[9]

Appare chiara quindi la necessità di individuare e sottoscrivere un nuovo contratto sociale che ponga al centro della sua attenzione l’ambiente, nella sua accezione più ampia e multidisciplinare, e l’uomo, quale portatore di diritti universali.

Non sarebbe questo un fatto inedito. Dopo uno shock epocale, in passato l’umanità ha risposto con modificazioni radicali delle proprie regole sociali.  È successo anche in passato: dopo la Morte Nera, che attraversò l’Europa a metà del XIV° secolo, questa ha risposto con la fine dei modelli feudali e l’avvento del Mercantilismo e dell’Umanesimo, dopo la grande Peste di metà del XVI° secolo si è giunti alla stagione dell’Illuminismo con tutto il suo portato di idee e si potrebbe andare avanti con altri esempi sia più antichi, che più recenti.

Sarà un passaggio complesso e nuovo, soprattutto perché le condizioni al contorno sono molto articolate e globali, ma mi pare evidente come la straordinarietà del momento storico e della situazione congiunturale possano giocare a favore. Sarà opportuno intravvedere nuove forme di cooperazione e di relazioni internazionali, partendo da un oggettivo mutamento dello scenario geopolitico internazionale, con l’avvento e l’affermazione di nuovi protagonisti interessati alla costruzione di nuovi equilibri e di nuove sfere d’influenza, pensiamo ai paesi emergenti e alle nuove potenze economiche come possibili players.

Primi segnali di riflessione innovativa sono già in campo.

Il dibattito pubblico sulla necessità di una revisione del sistema sociale ed economico si è sviluppato nel corso degli ultimi anni in maniera assai vivace e rutilante nei vari panel scientifici e tematici. Figure e studiosi di primo piano come Stiglitz, Krugman, Reich, Crouch, Mazzuccato e molti altri stanno contribuendo ad una rilettura del modello di riferimento in cui siamo stati tutti calati per decenni proponendo schemi e tracce possibili e differenti. In maniera analoga anche altri studiosi e ricercatori riflettono su altri modelli, altri paradigmi suggerendo esempi diversi con proposte talvolta anche provocatorie e radicali come ad esempio Slavoj Žižek, Thomas Piketty, Daniel Rodrik, Naomi Klein o Amartya Sen.

Quale occasione migliore, per esempio, per riuscire ad introdurre un’effettiva modifica della struttura politica dell’Unione Europea, attribuendogli così il ruolo di vero attore nel teatro internazionale. Già oggi, nella sua sostanza, non è più quello che era, avendo di fatto abolito temporaneamente il trattato di Schengen sulla mobilità interna e il Patto di Stabilità tra gli Stati ovvero introducendo timide aperture verso meccanismi strutturali della condivisione del debito che gli Stati saranno costretti ad accumulare per far fronte all’emergenza e alla necessità di introdurre nuove politiche di sostegno e solidarietà interne.  Quale occasione migliore, per questo organismo politico-burocratico, di riformarsi profondamente diventando realmente più prossimo alle istanze di protezione dei popoli e alle loro necessità con sharing policies che molto favorirebbero l’integrazione europea tra i vari Stati? Sinceramente auspico che le risposte vadano in questa direzione altrimenti temo che ci si diriga verso la dissoluzione definitiva dell’UE e questa evenienza, guardata con la lente della Storia, non è per nulla foriera di buoni presagi.

Un altro tema a cui ho accennato all’inizio di queste mie considerazioni – e su cui confesso di non possedere gli strumenti culturali adeguati per poterne discutere adeguatamente e con cognizione di causa che quindi pongo solo come accenno alla riflessione – è stato l’introduzione di modalità comportamentali prescrittive che, di fatto, hanno limitato e limitano le libertà individuali e collettive di interi Paesi e società. Questo argomento si grava di una rilevanza notevole in quanto contiene ricadute, immediate e tangibili, con quelli che sono da ritenersi i diritti fondamentali dell’uomo, così come sono andati sviluppandosi e definendosi nel corso dei secoli e della sua storia. Sicuramente la cosa assume risvolti evidentemente differenti se ciò accade all’interno di quelle che, convenzionalmente, definiamo le democrazie occidentali di stampo liberale rispetto a ciò che accade in altre realtà sociali quali le autocrazie piuttosto che le dittature totalitarie.  Il dibattito che, giustamente, si è subito sviluppato tra gli addetti ai lavori ed ha subito messo in campo il tema delle garanzie, della temporaneità dell’effetto, dello “stato di necessità” in cui questi provvedimenti sono stati presi; temi complessi, articolati, che investono profondamente non solo il campo del diritto e la cultura giuridica, ma anche la riflessione filosofica, sociologica ed antropologica della speculazione intellettuale. Temi che necessitano di conoscenza, di saperi, di competenze specialistici e che vanno assecondati e coltivati, al fine di trarne i migliori insegnamenti e le più corrette e adeguate modalità applicative.

La specie umana dell’homo sapiens, da quando ha iniziato il proprio cammino su questo pianeta introducendo relazioni e forme sociali di convivenza, ha ciclicamente avuto a che fare con situazioni di crisi analoghe e mediante forme di conoscenza di sapere, di tecnica ovvero di potere, ha sempre trovato quei “dispositivi di sicurezza” che ne garantissero la sopravvivenza, la crescita e lo sviluppo.

Dalle modeste riflessioni si qui svolte appare evidente, perciò, che governare un passaggio storico come quello che si è provato sinteticamente a raccontare, necessita di studio, di approfondimento, di saperi, di competenze.

Ebbene, la rivalutazione e la riscoperta del ruolo della competenza, della specializzazione e della conoscenza è un primo risultato che si è manifestato e imposto immediatamente nel dibattito pubblico a seguito della pandemia; sono subito spariti dai radar della comunicazione istituzionale e sociale, per esempio, i fautori del no vax, avendo perso nell’arco di poche ore quel poco di credibilità che erano riusciti, con gravi colpe esterne a procurarsi. Il riconoscimento del valore del sapere, il superamento della generalizzazione generalista e priva di approfondimento, delle fake news, dell’”uno vale uno” è indiscutibilmente uno dei primi risultati positivi che sono rapidissimamente emersi e si sono imposti.

È evidente, quindi, forte la necessità di conoscenza, di sapere, di competenza, di profondità di analisi, di confronto, di dibattito ed è qui che le istituzioni culturali tutte, pubbliche e non, debbono mettersi in gioco e svolgere il proprio ruolo.

Anche noi come ISRAL – Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria, dimensionalmente piccola, ma vitale istituzione pubblica espressione di enti territoriali consorziati, abbiamo il dovere di contribuire e di partecipare alla costruzione di un débat public che affronti i temi ed i problemi emersi e che ci si porranno di fronte, di volta in volta, con uno sguardo che partendo dal locale si proietti verso la dimensione globale.

Lo studio del nostro tempo, della contemporaneità, che scaturisce da quei valori e principi che sono stati e sono il patrimonio ideale che il nostro Paese ha ereditato dalla guerra di Liberazione e che risultano iscritti nella nostra Carta costituzionale e che risultano, da sempre, l’oggetto sociale a cui il nostro Istituto in particolare, ma le istituzioni culturali pubbliche in generale, hanno contribuito.

È un ruolo che abbiamo già svolto in passato e che continueremo a svolgere anche in futuro con evidente sempre una maggior coscienza del nostro ruolo e della nostra missione, perché l’accrescimento della consapevolezza di una comunità contribuisce alla costruzione di una reale cittadinanza attiva, alla crescita collettiva e alla ricerca della felicità dell’uomo.

 

NOTE

[1] Dall’inizio della pandemia D. Trump attacca sistematicamente la Cina accusandola di aver diffuso il Covid-19, chiamandolo non con il suo nome, ma “il virus cinese” creando in tal modo un clima sociale interno negli USA di forte tensione nei confronti delle minoranze e degli stranieri.

[2] Inutile ricordare le campagne xenofobe che hanno accompagnato durante questo ultimo lustro il fenomeno migratorio, i comportamenti razzisti e violenti nei confronti di minoranze etniche da parte di Stati appartenenti al consesso mondiale

[3] M. Foucault “Sicurezza, territorio, popolazione – corso al College de France, 1977-1978” – Feltrinelli, 2004

[4]https://ilponte.home.blog/2020/03/27/mariano-g-santaniello-liberi-pensieri-in-tempo-di-contagio/

[5]F. Snowden “Epidemics and society: from the Black Death to the present” – The Open Yale Courses Series, 2019

[6] Nello specifico il coronavirus si è propagato, con conseguenze drammatiche in termini di decessi, in Cina nell’Hubei, regione fortemente industrializzata, e in Pianura Padana, area notoriamente inquinata – da G.L. Garetti  “Non andrà tutto bene” – www.medicinademocratica.it

[7] S. Boeri “Anticittà” -Laterza, 2011

[8]  M. Foucault, Ibidem

[9] Incontro di preghiera e di richiesta d’indulgenza tenutosi in S. Pietro in Vaticano del 27 marzo 2020″