In ricordo di Umberto Eco

19 Febbraio 2016

Quando muore un Grande, si resta come paralizzati e ci si sente orfani, soprattutto se questo Qualcuno ci è stato Maestro e abbiamo sentito come una guida culturale a tutto campo.
Ma per noi dell’Isral c’è di più, a farci sentire la perdita odierna così forte, a pochi mesi da quella di un amico (fondatore) e collaboratore come Delmo Maestri. Un qualcosa che magicamente lega Umberto Eco alla lezione di vita del nostro fondatore Carlo Gilardenghi, scomparso nel 2003 e a cui abbiamo intitolato il nostro Istituto.
Quando alla fine del 2004 inviai a Eco copia del libro postumo di Gilardenghi, Cantón di rus e dintorni, aveva risposto dopo due giorni con una lettera affettuosa ed entusiasta, in cui ringraziava per il “bel regalo” e rammentava che lui, adolescente cattolico, aveva incontrato “Carlino”, famigerato “comunista” (nei “terribili anni Cinquanta”!) e aveva discettato con lui non di politica, ma di etica!
Un episodio che Eco racconta in quello straordinario carteggio con il cardinal Martini, edito con il titolo In cosa crede chi non crede? (Liberal, Sentieri, 1996). Me ne aveva allegato fotocopia, aggiungendo “spero valga come ulteriore testimonianza alla simpatia e umanità del Nostro (che da allora non ho mai più rivisto)”
Ecco il brano in cui Eco rievoca, senza fare il nome dell’interlocutore, quel memorabile incontro:

Ero ancora un giovane cattolico sedicenne, e mi accadde d’impegnarmi in un duello verbale con un conoscente più anziano noto come “comunista”, nel senso che aveva questo termine nei terribili anni Cinquanta. E siccome mi stuzzicava, gli avevo posto la domanda decisiva: come poteva, lui non credente, dare un senso a quella cosa altrimenti insensata che sarebbe stata la propria morte? E lui mi ha risposto: «Chiedendo prima di morire il funerale civile. Così io non ci sono più, ma ho lasciato agli altri un esempio». Credo che anche Lei possa ammirare la fede profonda nella continuità della vita, il senso assoluto del dovere, che animava quella risposta. Ed è il senso che ha spinto molti non credenti a morire sotto tortura pur di non tradire gli amici, altri a farsi appestare per guarire gli appestati. È anche talora l’unica cosa che spinge un filosofo a filosofare, uno scrittore a scrivere: lasciare un messaggio nella bottiglia, perché in qualche modo quello in cui si credeva, o che ci pareva bello, possa essere creduto o appaia bello a coloro che verranno.

Io trovo semplicemente stupende le riflessioni che Eco accumula in quell’eccezionale carteggio con il cardinal Martini, ma una frase in particolare, verso la fine di un ragionamento affascinante e lucidissimo, ci sembra che possa fare da epigrafe poetica (di grande e vera poesia) della dipartita di questo nostro Grande amico e maestro:

E chissà che la morte, anziché implosione, sia esplosione e stampo, da qualche parte, tra i vortici dell’universo, del software (che altri chiamano anima) che noi abbiamo elaborato vivendo, fatto anche di ricordi e rimorsi personali, e dunque sofferenza insanabile, o senso di pace per il dovere compiuto, e amore.

(Franco Castelli)

Difficile commentare la morte del più illustre degli alessandrini, oggi che tutti ci sentiamo più soli. Umberto Eco ha solcato il mondo rimanendo fedele alla sua città e alla terra che lo aveva generato. E Alessandria gli ha sempre ricambiato tale fedeltà, facendo venir meno per lui il nostro riserbo e la nostra congenita attitudine alla smitizzazione. Ogni suo ritorno in città costituiva per i tanti amici ed estimatori un’occasione di festa, sia che tornasse al “suo” liceo Plana, sia che partecipasse all’annuale “Gelindo” dai Frati, quella rappresentazione natalizia seria e ironica nella quale, e non solo per i ricordi di gioventù, egli si immergeva riconoscente. Umberto ci lascia qualche mese dopo la morte di uno dei suoi più cari amici, Delmo Maestri. Li voglio qui accomunare. Un ricordo personale, tra i tanti che vengono alla mente, si impone. Nel giorno dei suoi ottant’anni (ero ministro da poco più di un mese) gli telefonai. Ci dicemmo molte cose, ma una mi è rimasta scolpita: dopo esserci a vicenda aggiornati sulle cose in corso, mi congedò con un “Suma ticc lisandrèn, eh!”. Ecco, questo è stato e rimane Umberto Eco: cercatore della verità, piccola e grande, attraverso i segni del linguaggio, ritrovava nel dialetto il momento in cui l’identità individuale si faceva relazione con gli altri. Una lezione per tutti noi.

Così il prof. Renato Balduzzi, membro del Consiglio superiore della magistratura, ricorda il prof. Umberto Eco.
Ufficio stampa del prof. Renato Balduzzi