Ricordo di Amaele Abbiati

6 Gennaio 2016

E’ scomparso uno degli ultimi “ragazzi di Piazza Mentana”: Amaele Abbiati, classe 1925, sindaco di Alessandria dal 1964 al 1968 nella prima giunta di centrosinistra, deputato per il partito socialista dal 1968 al 1972.
Giovane studente fece parte del GAP alessandrino con Ennio Massobrio, Germano Debernardi, Sergio Bastianelli, Aldo Cellerino, Bruno Biorci e fu poi partigiano garibaldino combattente prima nelle valli cuneesi, poi nell’Acquese.
Lo ricordiamo con qualche citazione dal libro di Walter Colli, I ragazzi di Piazza Mentana, dove si ricorda come nacque il Gap di Alessandria e dove Amaele ricorda la morte dell’amico Ennio Massobrio nel gennaio del 1944.

Amaele

– Eravamo in quattro, in Valle Stura: io, Germano, Ennio e Mauro. Io avevo una mitragliatrice cecoslovacca. Ci capitò addosso un drappello di tedeschi e di fascisti. Sparai qualche raffica e poi ci sganciammo com’era regola. Sotterrammo l’arma nella neve per tornare a prenderla in un altro momento e ci buttammo giù, Germano e io, lungo una riva; Ennio e Mauro invece, con un largo giro, avevano risalito la china, per passare in Val Grana.
Sulla strada per Cuneo avevano fermato un camioncino carico di ghiaia. Il conducente li conosceva e li aveva fatti salire. Tutto procedeva per il meglio quando all’improvviso davanti al camion erano apparsi due gner. Ennio, da quel temerario che era e per quanto li detestava, gli si era scagliato contro puntando la rivoltella. Sapeva di averla scaricata la sera prima sparando contro una candela per spegnerla; ma sperava di disorientarli e di costringerli a deporre le armi. Invece quelli spararono.
Due o tre giorni dopo ci raggiunse nel nostro rifugio la notizia che due partigiani erano stati uccisi lungo la strada per Cuneo. Ci venne lo spaventoso dubbio che si trattasse di Ennio e di Mauro. E purtroppo era così. Ma soltanto Mauro, colpito in fronte, era morto subito; Ennio, con un polmone perforato, era stato buttato sulla ghiaia del camioncino, a testa in giù, ed era stato portato in ospedale. Dove invece di curarlo lo lasciarono dissanguare: era un bandito, per quei medici non meritava altro. Anche chi lo aveva ferito a morte era alessandrino, del Cristo. Dopo la Liberazione fu processato e assolto: operazione di guerra, sentenziarono i giudici. Quello scrisse anche una lettera ai genitori di Ennio; non so se e che cosa gli abbiano risposto.

Nasce il GAP

Era cominciata durante i “45 giorni”, tra il 25 luglio e l’8 settembre. Alessandria si era riscoperta quella del 1821, quando aveva dato il via ai moti rivoluzionari piemontesi, e quella del 1833 centro della congiura mazziniana, anche quella che aveva accolto festosamente Garibaldi per poi rinchiuderlo, due mesi dopo, nelle segrete della Cittadella: contraddittoria ma viva, battagliera. Il traccheggiare di Badoglio non le andava proprio giù: perché la guerra doveva continuare? perché non doveva essere pace tutta e subito?
Era ciò che chiedevano i volantini ciclostilati sparsi in città da pacifisti, soprattutto nei giardini pubblici fra la stazione e piazza Garibaldi. In quei giardini Amaele ed Ennio passeggiavano ogni pomeriggio di quell’estate torrida ed esaltante; se qualche ragazza li avesse notati non gli sarebbe affatto dispiaciuto. Ennio voleva bene alla sua Sandra, ma si sa come vanno queste cose: lei era in collegio a Genova, e lui era così giovane! E bello. E Amaele era biondo. Avevano delle chances.
Quando due giovani di poco più vecchi di loro li fermarono Amaele temette che si ripetesse la storia con il cadetto Cerretto che ad Acqui, durante una trasferta per un incontro di pallacanestro, gli aveva manifestato un po’ troppo da vicino le sue intenzioni. Ma questa volta era molto diverso. I due distribuivano volantini ciclostilati: abbasso Badoglio, vogliamo la pace, l’Italia vuole veramente essere libera…“Siete giovani, non vorreste unirvi a noi?” proposero.
Un approccio molto rischioso, quello dei due sconosciuti; ma forse qualcosa in quei due ragazzi sfaccendati li aveva indotti a scoprirsi. E non invano. A Carlo Gilardenghi (rappresentante del Fronte della Gioventù di Curiel nel CLN, poi commissario nella 108a Brigata Garibaldi della divisione Pinan Cichero) e a Luciano Lenti (che sarebbe diventato sindaco di Valenza), compagni di liceo di Pacen, Ennio e Amaele domandarono semplicemente: che cosa dobbiamo fare?
Non era una cosa difficile: ritirare i volantini e lasciarli nelle cassette delle lettere o per terra nei portoni, sui marciapiedi, sotto i portici di piazza Garibaldi, al mercato di via San Lorenzo. Li ciclostilava Dante Mandirola nella casa in via Migliara dove abitava con la vecchia madre. Era professore di musica al liceo-ginnasio di piazza Genova, era comunista: quando i film erano muti ne sottolineava le scene più drammatiche con commenti al pianoforte finchè non gli venne voglia di suonare ‘l’Internazionale’. Allora perdette il posto nei cinema e, qualche anno dopo, se ne assicurò uno in via Parma, nel carcere mandamentale (il caster di piazza Goito era per i delitti gravi, c’era anche Tito Zaniboni, l’attentatore a Mussolini: era diventato bibliotecario e qualche volta lo potevi addirittura vedere, seduto a cavalcioni di una della sedie costruite dai suoi compagni fuori, accanto al grande portone della casa di pena, lasciato aperto apposta per lui).
La storia dei volantini andò avanti fino all’8 settembre. Dopo si trattò di ben altro.
A Ennio e ad Amaele si erano aggiunti Germano, Bruno Biorci, Sergio Bastianelli: abbastanza per un Gruppo di azione partigiana, un GAP. Invece di volantini si dovevano lanciare bombe. Il contatto politico era sempre Carlo Gilardenghi, ma pianificatore militare adesso era l’avvocato Piacentini. Di volta in volta indicava gli obiettivi, oggi li definiremmo sensibili. Allora erano “i porci”. O “i bastardi”. Le caserme della GNR, i risorti gruppi rionali, i comandi della polizia, dell’UPI, dei cagabindè.
Un rapido attacco in bicicletta, si lanciava la bomba e via sui pedali.

Avventura o ideale?

Adesso Germano e Amaele si schermiscono, dicono di non aver agito per precise ragioni ideologiche, ma soltanto per spirito di avventura. Se lo dicono bisogna credergli. Per Ennio invece era la logica conseguenza delle sue convinzioni. Voleva che i suoi atti avessero un perché. E non aveva paura di nulla. Una volta aveva assistito a una retata. I crucchi, aiutati nel loro tristo compito dai repubblichini, inseguivano un giovane e a un brigatista nero gridavano: ‘Manetta, prendilo’. Da allora ogni volta che si imbatteva in qualche Mai Morto (quelli con la doppia M di Mussolini sul bavero delle giubbe) gridava prendilo Manetta. E quelli lo guardavano senza capire.
Lanciare le bombe non era facile; quando Amaele ne lanciò una contro la caserma della gnër si sbilanciò e cadde dalla bicicletta. Per sua fortuna riuscì a rimettersi in sella e fuggire prima che i militi uscissero in caccia. Anche Aldo ebbe fortuna; lui non era nel GAP, ma Ennio gli aveva detto:
– Perché non vieni con me questo pomeriggio? Andiamo al cinema e quando usciamo facciamo due fuochi artificiali.