I ragazzi dell’Ovest un volume di Pietro Porta

12 Luglio 2006

“… L’io narrante del racconto è Franco, classe 1929, figlio di un caposala della fabbrica tessile Dellepiane, che descrive le avventure personali e del gruppo, ricorrendo puntualmente a citazioni di figure ed eventi della lotta antifascista passata e coeva, e confrontando questi ai giudizi e alle memorie della propria vicenda di ragazzo. Così le motivazioni della rivolta e gli atti della lotta clandestina vengono supportati via via dalle storiche figure di socialisti e comunisti tortonesi quali Giuseppe Chiappuzzo, Mario Silla, Paolo Cartosio, Gavino Lugano, dalle azioni di resistenza al fascismo compiute in città e nelle fabbriche da anonimi personaggi qui per la prima volta portati alla luce, dai modelli epici incarnati dai ragazzi coetanei o di poco più vecchi impegnati nella guerra partigiana in montagna: Virginio Arzani (Chicchirichì), Fedele Tranquilli (Cispino), Mario Balustra (Mas), Cesare Corolli (Bianco), Natale Busi (Siluro), Carlo Rameri (Nearco)…
Franco descrive quindi l’esperienza dei bombardamenti, il contrastato impatto, suo e degli amici, con la scelta di ‘andare in montagna’, e testimonia direttamente l’eccidio dei dieci martiri fucilati per rappresaglia sulla collina del Castello ad opera dei nazifascisti. Racconta infine la liberazione della sua città a partire dai fatti visti e vissuti in prima persona: la cattura dei bersaglieri alla caserma, il presidio al tabacchificio Alfa, l’ultimo assalto dei tedeschi alla città, messi in fuga da un singolo partigiano coraggioso e da un contadino che ne allaga la postazione aprendo le chiuse dei canali irrigui; e infine il ritorno a casa, di fronte a tutta la famiglia riunita, con un’arma portata sulle spalle, a simbolo della conquista, con la libertà, di un affrancamento dalla famiglia stessa e della maturità.
Si tratta di una storia di ragazzi che nella scelta antifascista hanno immesso la istintiva ribellione ad una società e ad un regime odiosamente restrittivo e repressivo, l’adesione ancorché vaga a una lotta per la liberazione universale incarnata da personaggi adombrati e ideologie tanto lontane ed imprecise quanto inesorabile oggetto di attrazione. La scelta di stare dalla parte giusta, quella dei padri operai e dei coetanei partiti per la montagna, è fatta alla fine senza esitare, di fronte alla costante minaccia di un regime in disfatta e anche alle scelte degli altri coetanei di schierarsi con i fascisti, per opportunità o paura…”

(Dalla introduzione di Franco Castelli)


“… Così la guerra per bande diventa essa stessa, da gioco di ragazzi, cosa vera e grande. Cosa da grandi. E il controllo del territorio, dei greti e dei boschi, serve – e come! – in questa nuova avventura. E i compagni di un tempo si riposizionano, ciascuno coi suoi difetti e le sue attitudini, le sue vocazioni e le sue manie, le sue prerogative identitarie, dentro la nuova scena della vita e della storia che corre tumultuosa e sanguinosa negli anni della Resistenza sbucando dalle viscere del Novecento: chi da una parte, chi dall’altra, per ragioni che possono essere casuali, anche se le lezioni dei padri e delle madri, esplicite o tacite, qualche volta orientano e in genere la fedeltà alla banda originaria regge, detta i percorsi e segna in qualche modo i destini. Fin dall’inizio, il racconto di Pietro Porta prende forza e suggestione da questa prefigurazione. Come un’istantanea, che guardata a distanza sembra già contenere la memoria del futuro. (…)
È un tema che già Calvino aveva posto, molti decenni fa, nella prefazione all’edizione del ’64 del Sentiero dei nidi di ragno, che si affaccia in molta delle memorialistica partigiana più recente, affrancata da preoccupazioni apologetiche, la quale non teme di dire: eravamo dei ragazzi, non sempre sapevamo quel che facevamo. Ed è una lezione che anche gli storici hanno cominciato a fare propria. Riportando la Resistenza nei binari di una vicenda per nulla scontata. Una vicenda le cui premesse erano sommerse, e si sprigionarono in maniera in parte imprevedibile. Il cui successo – quello che trasformò un movimento disperso e spaesato, diviso e confuso nelle motivazioni, in un esercito abbastanza coerente, un gioco da ragazzi in una cosa seria – non era per niente garantito. E che non per questo ha oggi, ai nostri occhi, meno valore: al contrario…”

(Dalla prefazione di Antonio Gibel