Cecenia, nella morsa dell’impero

13 Febbraio 2004

È possibile che da quindici anni a questa parte, cioè dalla caduta del Muro di Berlino, la storia si ripeta sempre uguale? Tornano alla mente la Croazia, la Bosnia, il Kosovo. Ogni volta l’Europa ha atteso. Ha tergiversato. Per decidere infine di intervenire, ma solo dopo migliaia o decine di migliaia di morti. Torna alla mente anche il Ruanda, dove l’Europa dapprima decide d’intervenire, per poi non farlo. Bilancio: 800.000 morti.
C’è anche, in quegli anni bui, l’invasione russa della Cecenia, piccola repubblica caucasica dichiaratasi indipendente nel 1992. La prima guerra di Cecenia causa circa centomila morti, il 10% della popolazione, prima che, avvicinandosi le elezioni, il presidente russo Eltsin decida – sotto la pressione dell’opinione pubblica del suo stesso paese e dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, che prende parte ai negoziati – di affidare al generale Lebed l’incarico di concludere un accordo di pace con la resistenza cecena.
Per tre anni, dal 1996 al 1999, quei Ceceni che, al prezzo di una resistenza tanto eroica quanto costosa in termini di vite umane e di distruzioni materiali, hanno strappato una vittoria che concede loro un’indipendenza di fatto, tentano di ricostruire il loro paese annientato. Ma la Cecenia è di nuovo immersa nell’oblio. Non giunge nessun aiuto: né gli aiuti russi, pur previsti dagli accordi di pace, né quelli, tanto sperati, della comunità internazionale.
Nonostante la vittoria di Aslan Maskhadov, rappresentante delle aspirazioni moderate e laiche del popolo ceceno, alle elezioni del 1997, convalidate dall’OSCE, alcuni estremisti islamici vicini all’ambiguo leader militare Shamil Bassaev, aiutati sottobanco da circoli fondamentalisti mediorientali, nonché da importanti frange dei servizi di sicurezza russi e del Cremlino, finiscono per rendere la situazione incontrollabile.
Quest’operazione condotta con il “pugno di ferro”, che sarebbe dovuta durare solo qualche giorno, poche settimane al massimo, prosegue ormai da quasi quattro anni. Quattro anni, e di nuovo quasi centomila morti, un’ennesima decimazione. Grozny, rasa al suolo, conosce ancora una volta “la pace e l’ordine” russi, nel silenzio complice della comunità internazionale.