Un breve profilo biografico di Pier Luigi Romita

3 Maggio 2003

Con Pier Luigi Romita scompare una delle figure più rappresentative del socialismo democratico italiano e piemontese del secondo dopoguerra.
Nato a Torino il 27 luglio 1924, insieme alla sorella Gemma e alla madre Maria , segue, il padre Giuseppe, deputato socialista e strenuo oppositore di Mussolini, arrestatati il 16 novembre 1926, nelle sue traversie di confinato politico prima ad Ustica, poi a Ponza ed infine a Veroli, in provincia di Frosinone. La famiglia Romita si trasferisce nel 1933 a Roma, dove Pier Luigi frequenta le scuole superiori. Nel 1942 aderisce al rifondato Psi clandestino, di cui era stato nominato segretario il padre Giuseppe e partecipa alla Resistenza aggregandosi alle bande partigiane che operavano sulle colline attorno ad Albano Laziale. Dopo la Liberazione e l’avvento della Repubblica prosegue gli studi laureandosi, nel 1947, in Ingegneria e diventando successivamente professore di Idraulica alla facoltà di Agraria dell’Università di Milano.
Nel marzo del 1958, in seguito all’improvvisa scomparsa del padre, è candidato alla Camera dei Deputati, nella lista del Psdi, nel collegio Cuneo-Alessandria-Asti. E’ eletto in Parlamento e sarà sempre riconfermato, in questo collegio, in tutte le successive otto legislature (1963,1968,1972,1976,1979,1983,1987,1992). Verrà,invece, eletto al Parlamento Europeo sia nel 1984 che nel 1989, ma si dimetterà per incompatibilità con l’incarico di ministro.
Sottosegretario ai Lavori Pubblici, all’Interno e all’Istruzione nella seconda metà degli anni sessanta, è nominato per la prima volta ministro della Ricerca Scientifica nel secondo governo Andreotti (giugno 1972 – luglio 1973). Vice Presidente della Camera dopo le elezioni del 1979, ritorna alla Ricerca Scientifica nel governo Forlani (ottobre 1980 – giugno 1981) e nel quinto governo Fanfani (dicembre 1982 – agosto 1983).
Nei due governi Craxi (agosto 1983 – aprile 1987) è Ministro per gli Affari Regionali fino al 31 luglio 1984 e successivamente è chiamato al dicastero del Bilancio.
Ritorna, infine, nel sesto e nel settimo governo Andreotti ( luglio 1989-giugno 1992) come Ministro per le Politiche Comunitarie.
L’intesa attività parlamentare – ebbe sempre una straordinaria attenzione verso il suo collegio elettorale – e ministeriale non gli impedisce, però, di condurre una tenace battaglia politica interna al Psdi come esponente di punta della sinistra socialdemocratica.
Vicino alle posizioni di Giuseppe Saragat, è eletto per la prima volta nel Comitato Centrale e nella Direzione nazionale nel novembre del 1959, riconfermato nel congresso di Roma (novembre 1962) partecipa al processo di unificazione con il Psi (ottobre 1966) e alla successiva scissione della componente socialdemocratica (luglio1969). Nel Congresso di Genova (aprile 1974) presenta, insieme tra gli altri a Mauro Ferri e Michele Di Giesi, un documento, ispirato da Giuseppe Saragat, di dura critica nei confronti della gestione e dell’indirizzo filo centrista impresso al partito da Mario Tanassi.
Dopo la burrascosa assise congressuale di Firenze (marzo 1976) e la sconfitta alle elezioni politiche anticipate (maggio1976) è eletto il 1°ottobre dello stesso anno segretario nazionale del Psdi, succedendo a Giuseppe Saragat, che gli garantirà sempre un leale appoggio.
Durante la stagione dei governi di “solidarietà nazionale” Romita riapre il dialogo con il Psi, dove è diventato segretario l’autonomista Bettino Craxi e cerca, attraverso la proposta politica dell’”area socialista” di riportare i socialdemocratici nel loro naturale alveo della sinistra democratica. Messo in minoranza nel Comitato Centrale del Psdi del 20 ottobre 1978 lascia la guida del partito a Pietro Longo, proseguendo a guidare la corrente di sinistra nei successivi congressi di Roma (gennaio 1980) e Milano (marzo 1982). Partecipa,poi, al congresso unitario di Roma (aprile 1984), mentre è nuovamente in minoranza all’assise del gennaio 1987, con Franco Nicolazzi alla segreteria.
Nel Comitato Centrale del 9 marzo 1988 perde lo scontro con Nicola Cariglia per la successione a Nicolazzi e inizia un percorso di avvicinamento alle posizione del Psi, che sotto la gestione di Craxi è definitivamente approdato alle posizioni del socialismo democratico europeo.
Nel febbraio 1989, Romita insieme ad un significativo gruppo di parlamentari e dirigenti locali, lascia il Psdi e fonda il movimento di Unità e Democrazia Socialista (Uds) che pochi mesi dopo si unifica con il Psi.
Dopo la scomparsa del Partito socialista in seguito alle vicende di Tangentopoli, aderisce nel 1994 ai Socialisti Italiani e nel 1997 partecipa agli Stati Generali della Sinistra Italiana di Firenze ed entra nei Democratici di Sinistra dove ricopre incarichi nella Direzione Regionale del Piemonte.
Legatissimo alle sue origini piemontesi Romita è stato, a più riprese, consigliere comunale a Tortona, Alessandria e Torino.


Lettera a Maria del 26- 12- 1927. Arch. Romita

“Natale 1927 fu, e bene. Per noi detenuti le feste, specie quelle che racchiudono in sé tutta la poesia della famiglia ed il sentimento della vita, sono un male.
I pensieri più cari e dolorosi, le nostalgie più dure e più laceranti -si risvegliano potenti in noi e ci palesano, in tutta la sua crudezza, la dolorosa miserevole nostra situazione. Non per darti un dolore (ti so tanto gentile quanto forte) e nemmeno per attendere una cara tua lettera, sapientemente e delicatamente confortevole, ma perché rimanga fisso nelle carte amo descrivere il mio Natale. Mi sono svegliato al mattino trovando addensati sul guanciale i ricordi, tutti i sentimenti che mi legano a voi. La commozione non poteva essere più dolce, né più vivo il ricordo dell’amore d’un tempo. Un po’ per riflessione, un po’ per volontà, l’altro mio “io” forte e sereno riprese il predominio. Avevo visto nel primo istante tutti i Natali trascorsi nei tempi lieti e belli, quando la mia libertà era il tuo sostegno, la tua vita il mio conforto. Vedevo il tempo nel quale ero utile a tutti e lo paragonavo alla grigia ora attuale in cui nulla dò e da tutti attendo. Mi ripresi e lessi. Ebbi subito una visita, non della moglie cara, né dei bimbi lindi ed allegri che mi portavano per primi i primi auguri, ma di un secondino che mi prese il vino perché non ne abusassi. A tanta ingiuria morale (io che non bevo più di un quarto al giorno) mi ribellai; non mi persuase la ragione che il provvedimento era per tutti, resistei, venne il sottocapo e vinsi. Ecco la sublime battaglia a cui sono ridotto, ecco il bel trofeo di vittoria: mezza bottiglia di vino, che mi dura più giorni! Ebbi l’aria, ebbi il sole, l’unico vero amico e fedele compagno del detenuto. Avendo fatto il solito spuntino al mattino, a mezzogiorno mentre tutto il mondo innalzava i lieti moderati o dorati calici io leggevo. Venne, nota gentile e fedele, aspettato, il tuo carissimo telegramma. E isolo col buio venne il mio pranzo. Il molto lavoro del “botteghino” fu causa dell’insolito spiacevole ritardo. Al lume della candela mangiai solo, del pranzo, poca minestra. Volli invece mangiare un po’ di tutti i cibi da te inviati [ … ] A tarda ora, dopo la solita lettura (ma questa volta fu perfettamente inutile perché se potevo costringere gli occhi a fissare le parole, non potevo costringere il cervello ad assimilarle), andai a letto con la dolce immagine dei bambini e con la tua bella e cara, in un’amorosa densa nebbia di pensieri, di ricordi, d’illusioni, di speranze, di proponimenti. Mi addormentai alle ore 22,30 circa”


Lettera ai figli del 9- 3- 1928. Arch. Romita

«Ai miei pargoli, la vergine pulzella, il mio paperotto Pier Luigi. Vi ho visti testé, ilari, felici, beati. Nemmeno uno zinzino di malinconia adombrava la stamberga di collegio che era allietata dalla vostra espansione. Voi certamente non sentite l’amaro della feccia del calice. Vi ho trovato allegri come quando giocavate in mezzo al sacrato della parrocchia di Mongreno. La ruggine della noia, la ruggine dell’accidia non offusca ancora i vostri visi, il dolce zeffiro spira sempre attorno a voi, nessun coefficiente di malinconia turba la spontaneità dei vostri modi. Siete veramente i bei monili della casa, una fiumana di poesia e una gioia traboccante, godete una felicità senza turbamento, una giornata senza sbigottimenti. La nostra vita è tarlata, sconquassata, maciullata per tante peripezie non volute, per tante vicende non meritate. Il vostro foglio è ancora lindo lindo. Noi siamo in un pelago di difficile, di astrusa uscita, noi viviamo in una atmosfera che è fioca, voi avete tutto libero, tutto gaudioso, tutto festoso il domani» .