BENEDICTA 1944. L’EVENTO, LA MEMORIA.

16 Marzo 2003

Il documentario BENEDICTA 1944. L’EVENTO, LA MEMORIA, è stato realizzato integralmente con interviste di protagonisti e interventi di storici.
Tra le altre, testimonianze di don Berto, Santo Campi, Franco Barella, Giuseppe Odino, Raimondo Ricci, e interventi di Mimmo Franzinelli, Oscar Lugi Scalfaro, Gianni Perona, Giampaolo Pansa, Pier Paolo Rivello, Franco Castelli, Gabriele Lunati, Giancarlo Subbrero.
Il documnetario si avvale di una colonna sonora composta da “I Ratti della Sabina” che, per l’occasione, hanno anche riorchestrato la celebre canzone partigiana “Dalle belle città“, composta dai partigiani della Benedicta poche settimane prima del rastrellamento.
All’interno del sito è possibile ascoltare e scaricare, in mp3 la canzone eseguita dai “Ratti” (sul loro sito www.rattidellasabina.it, ci sono anche le altre due canzoni che completano la colonnasonora del documentario, “L’incendio” e “Una ragione per vivere”.)
Su sito è possibile anche leggere un testo di Franco Castelli che ricostruisce la genesi del canto nato alla Benedicta.

Di seguito alcuni brani delle testimonianze, inserite nel docimentario, che ricostruiscono le fasi più drammatiche del rastrellamento:

Testimonianza di Pierina Ferrari:

Quella sera lì doveva esserci il lancio quando c’è stato il rastrellamento e invece […] son venuti ma non l’han fatto perché hanno visto che non c’erano i fuochi.
E allora l’indomani c’era il rastrellamento e io son fuggita dal rastrellamento, eh? Ero al Tugello, ho fatto tutto il Retano e son arrivato ai laghi della Lavagnina e poi son scesa giù ai Mazzarelli… […] C’era un appuntato dei carabinieri, mi ha preso e mi ha dato in mano ai tedeschi e lì… M’hanno torturato in tutti i modi perché volevano sapere il Comitato di Genova, tutti quelli di Ovada… […] ma io non ho parlato, e giù botte… Poi son rinvenuta che ero in mezzo al sangue. E poi a Pasqua alle 2 del mattino mi hanno portato alle Nuove a Torino, e mi portavano in braccio perché io non potevo camminare …

Testimonianza di Callisto Arecco:

Io ero seduto sopra questa grotta e vedo uno… […] mi sembra mio fratello… Quando l’ho visto… Puoi immaginare… avevamo già un morto, l’altro fratello che era morto in mare nel ’42… […] Dico: fermati qua… Lui dice: no, perché ho un appuntamento a Bosio. […] Lui ha voluto andare e si vede che aveva l’appuntamento con la morte. […] Lui è ritornato a casa per dire a mio padre e a mia madre che ero vivo. […] Uno che faceva la spia dei tedeschi, ma chi lo sapeva? […] l’ha visto e l’ha denunciato ai tedeschi e poi i tedeschi e i fascisti son venuti […] e han circondato la casa: destino ha voluto che era in casa… E’ saltato giù dalla finestra, ma […] c’erano i tedeschi e l’han preso e l’han portato a Genova, […]casa dello studente e Marassi.
Poi mio padre è andato a Genova […] Non lo volevano lasciare entrare, poi c’era un tedesco […] e allora l’ha fatto entrare… […] Ma non lo conosceva più, mi ha detto… […] Non c’aveva più le unghie, c’avevano levato le unghie… […] Dice. se dovesse venire a casa non lo so, non lo so cosa diventerà… […] E poi il giorno 19 di maggio lui e 59 li han portati sul turchino e l’han fucilato sul Turchino…

Testimonianza di Giuseppe Odino:


Ci hanno chiamato, al mattino, cinque alla volta. Io ero nel quinto gruppo, dal ventunesimo al venticinquesimo. […] Dopo la curva sulla destra ho cominciato a vedere cinque morti, di Serravalle, che era poi il mio gruppo che conoscevo meglio. […] Anche lì, si ha delle sensazioni, perché… […] Io vedevo un certo Chiappella, di Serravalle, tutto sporco di sangue evidentemente, e la mia impressione, a prima vista, mi sembrava impossibile… L’hanno impiastrato di rosso per farci parlare noi… […] C’hanno schierato là […] e lì c’era il plotone d’esecuzione… tempo neanche d’essere in fila e c’han tirato… e… Io sostenevo un partigiano […] praticamente l’ho tenuto su così, e m’ha salvato questa parte qui […]. E son caduto giù, e questo me lo son portato dietro, involontariamente… […] Questo momento veramente tra i più brutti di tutti quelli che ho passato, perché sentivo le pallottole fischiare… […] Mentre vado giù c’è Leo, che è vicecomandante della brigata, che han tentato di fare un colpo, ha sparato… […] Ho sentito gli ufficiali italiani che comandavano il plotone d’esecuzione … Ci ritiriamo alla Benedicta che siamo attaccati. Io quando ho sentito così ho cominciato a tirare fuori la testa… […]C’è un ruscello sulla sinistra e me ne sono andato […] ho camminato più che potevo camminare…

Testimonianza di Franco Barella


Abbiamo fatto una sezione disinfezione… […] Avevano il timore che inquinasse le acque del Gorzente e quindi i laghi del Gorzente che davano l’acqua a Genova. E hanno mandato una sezione disinfezione con dei bidoni di formalina… […]. Siamo arrivati il giorno 7 alla sera, abbiamo dormito nella notte a Capanne di Marcarolo. Una notte tremenda, fra spari razzi e illuminanti: c’era ancora in corso il rastrellamento. […] L’indomani mattina scortati da un sottufficiale veneto […] della Gnr ci hanno portato alle fosse. […] E’ stata una cosa tremenda, […] perché la prima cosa che abbiamo visto è stato su un ramoscello un berretto di finta pelle stracciato, […] evidentemente colpito dai proiettili, e poi una mano che sporgeva fuori dalla fossa rosa dai topi, perché c’erano due dita di terra sulla fossa, non di più…
[…] Abbiamo cominciato a tirar fuori i cadaveri dalle fosse, naturalmente a mani nude perché non c’erano guanti, niente… solo con il fazzoletto davanti perché si cominciava a sentire l’odore e soprattutto il tormento di […] nuvole di mosche […] che si avventavano su questi cadaveri. […] Si cominciava a sentire un grosso fetore, e abbiamo cominciato a tirar fuori i cadaveri più in superficie e a fare […] delle piccole tombe laterali e intanto a cercare nelle tasche se riuscivamo a trovare […] un qualcosa che servisse per l’identificazione.
A un certo punto abbiamo dovuto sospendere perché era impossibile continuare a lavorare, oltretutto avremmo dovuto calarci dentro le fosse a schiacciare i cadaveri che c’erano senza sapere neanche quanti erano.
[…] mi sono accorto di aver dimenticato il sacchetto dei reperti. Son tornato indietro e […] il milite della Gnr è venuto dietro di me. Quando sono arrivato e ho raccolto ‘sta roba mi è apparso davanti un partigiano… Mi ha detto: “Bastardo, stavi rubando ai morti!” Mi ha tirato un colpo di pistola ed è scappato lungo il rio, lo hanno intercettato i tedeschi […] e lo hanno ucciso. […] Sono arrivato ancora da lui: aveva due colpi nella schiena e perdeva sangue dal collo. MI ha guardato appena e poi mi è morto tra le braccia.

Testimonianza di Martina Scarsi

Alle sei del mattino del martedì 11 aprile 1944, era ancora buio, partimmo da casa in bicicletta e in quel modo riuscimmo a salire sino ai laghi della Lavagnina. Lì affidammo le nostre bici al custode del lago.
Subito ci disse: « Ma dove andate ragazze? », rispondiamo: «Andiamo alla Benedicta». Egli disse: « Non è possibile! State attente, là ci sono i fascisti, vi fucileranno, vi uccideranno, vi porteranno via. Non andate! ».
Non abbiamo avuto un attimo di esitazione e gli abbiamo risposto: «Ci andiamo lo stesso. Dobbiamo andarci! ».
Partimmo, e arrivammo finalmente al luogo dell’eccidio. Subito incontrammo una donna con un grembiulino bianco e in mano una bottiglia d’alcool e del cotone. Non lontano un uomo stava seduto su di una pietra e lui stesso, immobile, pareva una pietra. E poi vicino alla donna c’era un bel ragazzo di 12-13 anni con occhi azzurri e capelli ricci e nerissimi. Era in piedi e non diceva nulla. Questo fu il nostro primo incontro. Erano i genitori e il fratello minore di due partigiani. Eravamo soli, poche persone vive in mezzo a tanti morti trucidati dalla barbaria nazista.
Mi avvicinai ad un albero: vidi in terra tanto sangue e poi dei pezzi di cranio. Uno spettacolo spaventoso.
Andammo al grande cascinale « La Benedicta » Trovammo in terra tutto attorno, carte da gioco, spazzolini, dentifrici, ogni cosa e tanta legna bruciata. La « Benedicta » era stata fatti saltare con la dinamite. Recuperammo tutti i pezzi di legna possibile e con essi andammo a coprire il volto di quei ragazzi. Ritornammo poi vicino ai genitori di quel ragazzo.
Il padre non era più in grado di fare qualcosa. Era impietrito. Stava solo, e guardava nel vuoto. Anche il ragazzo continuava a rimanere immobile e ci guardava.
Li aiutai a ripulire il volto irriconoscibile del primo figlio individuato e poi insieme continuammo a cercare l’altro suo figlio. Finalmente lo trovammo. Con tutta la volontà e tutte le mie forze aiutai a pulire bene con l’alcool e cotone il volto dei figli di mamma Grosso e cercammo di ricomporli nel migliore dei modi.
Siamo stati lassù sino verso sera. Ci siamo stati tanto e poi non potemmo fare diversamente che lasciare tutto lì. Tra poco si sarebbe fatto buio.
Lasciammo lì le nostre prime casse improvvisate con pezzi di legna in parte bruciati, recuperati attorno alla Benedicta distrutta dal nemico. Era stata la prima cosa utile che ci era parso di dovere fare.