Engel condannato dal tribunale di Amburgo. Il commento alla sentenza del procuratore militare Pierpaolo Rivello

11 Luglio 2002

La sentenza di condanna del tribunale di Amburgo a carico di Engel, riconosciuto colpevole della strage del Turchino del maggio 1944, ha suscitato polemiche per l’esiguità della pena (sette anni, che l’ex- capo delle SS di Genova è destinato a non scontare vista la sua avanzata età) rispetto all’efferatezza e alla gravità dei crimini da questi commessi. Abbiamo chiesto al procuratore militare Pier Paolo Rivello, che ha sostenuto la pubblica accusa nel processo celebratosi due anni fa a Torino contro Engel ed è autore di un interessantissimo libro su questa vicenda, “Quale giustizia per le vittime dei crimini nazisti? L’eccidio della Benedicta e la strage del Turchino fra storia e diritto” (Giappichelli, Torino) di commentare la sentenza del tribunale tedesco.

“Non posso nascondere che, nell’interrogarmi sul significato da attribuire alla condanna a sette anni di reclusione, irrogata ad Engel dall’Autorità giudiziaria tedesca, il mio sentimento iniziale, subito dopo l’annuncio della notizia da parte delle varie testate giornalistiche, fu nel segno di un certo sconcerto (analoga reazione, come confermatomi in un colloquio telefonico, ebbe del resto anche l’amico Raimondo Ricci, testimone diretto delle vicende antecedenti alla strage del Turchino). Appariva infatti indubitabile la palese sproporzione tra l’enormità del crimine commesso e la pena concretamente inflitta in Germania.

Una successiva rimeditazione mi ha indotto comunque a valutare positivamente il fatto che sia stata riconosciuta la solidità dell’impianto accusatorio (basato in larga parte sugli stessi elementi conoscitivi da me introdotti nel corso del processo celebrato nel nostro Paese) . Mentre sarebbe risultato sconcertante ed incomprensibile per l’opinione pubblica, soprattutto in un’epoca in cui sempre più avvertita appare l’esigenza di pervenire alla creazione di un comune “spazio giudiziario europeo”, un radicale contrasto valutativo tra gli organi giudiziari italiani e quelli tedeschi, la nuova condanna a carico di Engel rappresenta invece il segnale, fermo ed inequivocabile, di un mutato atteggiamento, senza più compiacenti coperture, nei confronti delle responsabilità connesse alle stragi naziste.

Dunque, almeno sotto questo aspetto, la pronuncia tedesca può indurre a considerazioni assai più benevoli. Essa peraltro è giunta inattesa anche per molti commentatori locali, i quali ritenevano che la “partita” si sarebbe necessariamente giocata tra le due soluzioni estreme dell’assoluzione o della condanna all’ergastolo.

Infine un ultimo rilievo “tecnico”: non soltanto è stata ribadita la responsabilità di Engel quale mandante della strage, ma è stata parimenti ravvisata la sussistenza, in occasione della strage, di quelle particolari connotazioni di efferatezza che nel processo italiano avevano indotto a far ritenere concretata l’aggravante di cui all’art. 61 n. 4 c.p. (e cioè “l’aver agito con crudeltà verso le persone”).”

Pier Paolo Rivello