Le storie del Novecento 2000

24 Luglio 2001

Storia e storie. Veridicità e verità. La verità documentaria che è sempre un’interpretazione. La verità letteraria che è sempre un’intuizione. Scrivere storie incardinandole nella Storia vorrà dunque dire sottrarsi alla Storia come “potenza” per coglierne invece i risvolti, le tracce, le più segrete voci. Non la Storia degli storicisti, ma nemmeno la storia dei negativisti. E invece un’altra storia o – meglio – una storia “altra”: quella delle impronte che lasciano i percorsi di ogni vicissitudine semplicemente umana.

Ciò non significa che gli scrittori non possano essere interpreti delle vicende storiche (azzardato dire che Beppe Fenoglio è uno degli storici più attendibili della Resistenza?). Significa soltanto che la loro interpretazione prende strade diverse da quelle storiografiche. Il raccontare diventa dare forma e struttura ad una percezione del mondo che passa attraverso i sentimenti e le emozioni, nei termini fissati una volta da una scrittrice come Lalla Romano: “I romanzi sono storici se non sono romanzi storici”, perché la storia nasce dall’autenticità e lo scrittore “non può essere autentico se non quando parla di se stesso, della sua epoca, anche se per qualcuno è necessaria una rappresentazione a lato”.

In questa giornata dedicata alla donna, penso ad un’altra scrittrice, proprio ora scomparsa. Penso a Luce d’Eramo e penso in particolare al suo ultimo libro, Racconti quasi di guerra (1999), fatto di storie tirate fuori dal cassetto, dove erano rimaste per cinquant’anni.

Gli smarrimenti di una ragazza in (troppa) buona fede di fronte al 25 luglio del ‘43. Un duetto di cuori semplici nei contraccolpi del secondo conflitto mondiale. Un’adolescenza afflitta dalla malinconiosa mania delle grandi domande esistenziali. Una diciannovenne straniera in una fabbrica tedesca. Il diario di una cameriera di un albergo requisito. La storia di una donna di cinquantatré anni che spera nella pensione di invalidità. Un lamento di vite povere a contatto con l’astrattezza di alcune domande scolastiche. Una ragazza presa nelle peripezie di un’involontaria odissea tedesca. La fuga di un’altra ragazza da un campo di lavoro.

In tutti i racconti una precoce e precisa attenzione all’umanità che ha fatto la guerra patendone le conseguenze più indirette. Non i fronti delle battaglie combattute, non i rendiconti delle carni più straziate, ma la “quasi” guerra di esistenze sradicate, di destini marginali, di solitudini smarrite, di ansie di sprofondamento, di schianti, di desolazione (anche le ondate di felicità che sgorgano “senza ragione” dal cuore, se è vero che la guerra è lacerazione e dolore, ma che non per questo l’allegria cessa d’essere “l’essenza del mondo”).

Opportuno richiamo ad un libro che può ben fare da viatico ad un concorso letterario come Le storie del Novecento promosso dall’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea di Alessandria, dalla Provincia di Alessandria e dal Comune di Serravalle Scrivia. Un richiamo che vale assai più di molti discorsi teorici. Che certo può valere a introdurre i sette racconti qui pubblicati.

Nel primo c’è una felice immediatezza di sintesi tra velocità di scrittura e ironica autobiografia di una generazione. Nel secondo la memoria gremita di un oggetto inconsueto. Nel terzo la dura scia di un segreto di coppia. Nel quarto il giallo di un incontro impossibile. Nel quinto la semplice storia di un soldato della seconda guerra. Nel sesto quella di un reduce della prima. Nel settimo una grottesca partita di calcio che sancisce la fine di un’utopia.

Non dirò che sian tutti racconti persuasivi. Qui e là si mostra la corda dell’impianto forzato, dell’idea da far quadrare, della corrispondenza esteriore tra i fatti della storia e il valore simbolico di cui sono investiti, insomma la congiunzione un po’ strumentale dei racconti alla Storia, la difficoltà che queste voci dal “secolo breve” hanno a sintonizzarsi sulle bande d’un ascolto meno didascalico, più libero e (etimologicamente) assoluto.

E tuttavia val la pena di sostenere l’iniziativa con le parole che Antonio Tabucchi ha pronunciato in un’intervista che trovo nel bel libro di Paolo Jedlowski, Storie comuni(Milano, Paravia Bruno Mondadori Editori, 2000): “L’uomo è diventato ‘civile’. Ha inventato se stesso e ha inventato la Storia, ha imparato a vedersi e a capirsi quando ha imparato a raccontarsi, anche in una maniera molto semplice, molto primitiva, con le rappresentazioni artistiche e pittoriche delle grotte. L’uomo è entrato nella civiltà che conosciamo quando ha imparato il racconto”.

Non è in fondo – anche oggi (tanto più oggi) – che questione di farne tesoro.

Giovanni Tesio

Torino, 8 marzo 2001