La
decisione della Regione Lazio di creare una Commissione per
il controllo dei libri di testo e in particolare di quelli di
storia, con un accanimento specifico per quanto riguarda gli
eventi del Novecento, appare una decisione gravissima perché
viola in modo aperto il dettato costituzionale (dalla garanzia
della libertà dell'insegnamento, allo spirito stesso
della Costituzione nata come patto fondativo di una società
che prendeva consapevolmente le distanze dal Fascismo). Il fatto
più grave è però che di fronte ad un atto
di palese violenza come quella perpetrata da un gruppo di estremisti
di destra (il danneggiamento di libri reputati non graditi attraverso
un gesto insieme fisico e simbolico come il marchiamento, pena
d'antichi e nuovi regimi) la risposta della Regione è
stata quella di dare implicitamente ragione a tale bravata,
che ha il sapore di una squallida goliardia, prendendola come
un'esasperata denuncia di qualcosa che nella sostanza era legittimo
e quindi da regolare.
A
questo punto i problemi non investono soltanto l'episodio in
sé e la sgradevole ed incolta decisione della Regione,
ma si collocano in un contesto più generale e pericoloso
in cui lo sfaldamento dello stato di diritto, confuso con uno
stato ormai accusato di essere centralistico ed autoritario,
viene combattuto da isole di potere alternativo, che impongono
di fatto, per ora su margini, ma in prospettiva su ben altro,
in nome di una cultura delle autonomie, che essendo assolutamente
fluida e confusa, non offre alcuna garanzia costituzionale al
cittadino, scelte di fatto fuori dai limiti di un patto sociale
uguale per tutti. La paradossale alleanza (che ormai non è
solo elettorale) fra una destra della secessione, unadestra
dell'accentramento e una destra del consumo consente un accordo
provvisorio i cui risultati offrono questi primi esiti eversivi.
A parte le nostalgie da Minculpop che la decisione rivela, c'è
qualcosa di più nuovo e sinistro ed è la trasformazione
della funzione identitaria nazionale della storia (oggi fortemente
messa in discussione dai più seri storici che guardano
all'Europa e in prospettiva al modo di costruire una coscienza
culturale planetaria attraverso nuovi modelli di World history)
da verità di stato a verità di regione. Qui regione
non è intesa come una cultura locale che dialoga razionalmente
con identità più vaste, da quella nazionale a
quella europea, a quella universale, ma strumento di potere
per scompaginare, in una sorta di isolamento micro-etnico, le
altre identità, che per esempio la Costituzione italiana
aveva previsto in prospettiva. Se questo è un aspetto
del problema, l'altro, abbastanza grave, è la rottura
implicita di quella delega da parte dello stato e della società
civile ad una corporazione professionale, quella degli storici,
del controllo problematico della memoria, che non significa
affatto la costruzione di una verità a senso unico, ma
l'offerta controllata da regole internazionali di interpretazioni
che tengono conto in modo disincantato e critico dei problemi
che il presente ed il futuro pongono al passato. Tale delegittimazione
strisciante (praticata da politici e da giornalisti) ha raggiunto
effetti di strumentalizzazione al limite del paradosso, creando
un solo reale risultato nuovo, una sfiducia nella possibilità
della conoscenza razionale, un ritorno ai miti di fondazione.
Uno storico americano, Brendan Dooley, in un libro recente dedicato
alla storia sociale dello scetticismo, ha mostrato come la crisi
della storia a fine Seicento partisse proprio dalla massa di
informazioni manipolate che da una parte i media di allora,
dall'altra gli storici di parte mettevano indiscriminatamente
in circolo, soprattutto nel campo degli avvenimenti contemporanei,
fino a consumare il senso della verità. La risposta fu
la storiografia dell'Illuminismo e la costruzione di una vigorosa
sfera pubblica in grado emarginare gli hired historians, che
trasformavano facilmente una sconfitta in una vittoria. ~ quanto
ci si può augurare per il nostro futuro.
L'accusa
mossa ai libri di testo incriminati è solo la punta di
un iceberg di questo processo di delegittimazione, in cui la
verità, inevitabilmente provvisoria e soprattutto dialogica,
non è costruita da fonti ed interpretazioni, da modelli
critici e da dolorose responsabilità etiche, da un progetto
che richiede tempi lunghi ed isolamento per essere compiuto
(i grandi libri di storia sono nati tutti così), ma sostituita
da impersonali pacchetti mediatici, senza autore e quindi senza
identità, moltiplicabili indefinitamente e con un ,unica
sostanziale caratteristica, di essere gradevoli, poco impegnativi.
Ma l'apparente mancanza di ideologia è invece profondamente
ideologica, perché non educa, perché toglie il
gusto della ricerca, perché riconsegna al mito quella
sfida, che dovrebbe essere razionale, della costruzione del
futuro. Il discorso di una storia "condivisa" ha radici
recenti in tutto l'arco politico: occorre prenderne atto e misurarne
gli effetti perversi. Non mancano responsabilità degli
storici. La prima è forse quella di non aver avvertito
i rischi impliciti nella presentizzazione dei modelli scolastici.
Su questo occorre coraggiosamente riaprire un dibattito e non
limitarsi ad un generico richiamo ad una "pedagogia civile"
per cui la conoscenza dei tempi più vicini è didatticamente
più fruibile per il nuovo cittadino. Questo ha portato
inevitabilmente una "politicizzazione" della storia
nel suo complesso di cui varrebbe la pena di valutare anche
le conseguenze negative, proprio in un momento in cui la disciplina
si apre a tempi lunghi, storie di alterità, confronti
di civiltà. La seconda è quella di avere ceduto
ai tempi brevi e convulsi dei media senza accorgersi che forse
alteravano i tempi più lenti e meditati del loro mestiere.
La terza è la patetica volontà di trasferire il
gioco degli scoops al passato, per aprirsi a nuovi mestieri
in concorrenza con i giornalisti ed i politici. Dietro tutto
questo c'è una disciplina che sta vivendo una crisi di
notevoli dimensioni a livello mondiale e che sta interrogandosi
sul suo significato, sul suo ruolo pubblico e intorno ai suoi
rapporti non solo con le altre discipline e scienze, ma anche
con la responsabilità etica, individuale e collettiva.
P- un mestiere che Roger Chartier definisce come "au bord
de lafalaise ", fra certezze ed inquietudini. La grande
stagione dell'egemonia dei manuali legati al marxismo come chiave
interpretatìva del mondo è in realtà finita
da qualche decennio. Anche qui c'erano prodotti di altissima
qualità e divulgazioni scadenti. Ma egemonia non significa
verità di stato, di gruppo o peggio di regione. Accanto
a questi c'erano testi ottimi, buoni, mediocri e pessimi, ispirati
ad una visione cattolica del mondo. Il docente compiva delle
scelte e si faceva mediatore critico. Oggi la storiografia è
certo più aperta, più articolata e anche più
divisa, cosa che rende meno facile la mediazione didattica.
Ma non esiste una strada diversa dal libero confronto, come
non esiste una verità di regione che sostituisca una
verità di stato. La storia è interpretazione ed
anche il manuale, che dovrebbe essere un progetto razionale
che media per il pubblico concetti del comune senso storiografico
al livello più alto è corretto quanto più
è critico e problematico. Ma non può non essere
interpretazione (e interpretazione di interpretazioni). A meno
che non si voglia il libro di regione, un catechismo, una fabbrica
di miti, un'ìdeologìa del consumo da usare in
una fretta asettica e priva di residui problematici, per un'istruzione
senza educazione e senza religione civile.
Il
rischio è che l'esempío si diffonda ad altre regioni,
perché non c'è mai limite al cattivo gusto e alla
mediocre tragedia di un tempo che ha perso il senso della verità
critica e della responsabilità morale ed insegue ciò
che si vende come immagine e come prodotto. Ma questo non è
più compito degli storici, cui non si può chiedere
né una storia ufficiale, né una storia neutrale
e "condivisa", ma un'interpretazione secondo coscienza,
che è progetto ed etica della verità. In ogni
altro caso si esce di fatto dalla comunità internazionale
degli storici, come è capitato durante regimi totalitari.