Riedito il cd di Canti partigiani Chicchirichì

30 Ottobre 2007

Nell’ambito del progetto Memoria delle Alpi, l’Isral-Centro di cultura popolare “G. Ferraro” ha riedito con alcuni aggiornamenti, il cd Chicchirichì. Canti ed echi della Resistenza in provincia di Alessandriaprodotto dall’Associazione Graphonica di Tortona nel 2000, esaurito da tempo e molto richiesto.

A cura di Pietro Porta e Alfio Contarino, il disco presenta 14 brani, che vanno dai classici Siamo i ribelli della montagnaLassù sulle colline del PiemonteInno della Brigata ArzaniI tedeschi ci chiaman banditi, a brani di nuova composizione, su testo di Pietro Porta (Chicchirichì, Paolo Rossi, Garibaldi). Di particolare interesse, una composizione di Paolo Conte dedicata a Cefalonia. Dal denso libretto allegato al disco, riportiamo la prefazione di Franco Castelli, Cantare alla macchia.


Cantare alla macchia

E come potevamo noi cantare – scrive il poeta – con il piede straniero sopra il cuore…“, con quel che segue. Eppure si cantava, alla macchia, in condizioni di vita quasi impossibili, si cantava di fronte alla morte: forse proprio tali condizioni estreme, di pericolo, precarietà, rischio costante, inducevano i ragazzi della Resistenza a cantare per sfida, per vincere la paura, pre affermare la propria presenza fisica e storica, per superare la fragile individualità e sentirsi “collettivo”.
Cantavano ben più di quanto non sia registrato nei canzonieri ufficiali, cantavano di tutto, assai più canzonette leggere e canzonacce spinte che inni patriottici o politici. Cantavano canzoni vecchie e giovani, ma più vecchie perché c’era poco tempo per comporne di nuove: al massimo, sulle arie vecchie, mettevano parole nuove, neanche tanto elaborate, buttate giù alla garibaldina. E in questo, i combattenti della Resistenza non facevano che replicare un procedimento antico, da sempre usato nella storia della cultura popolare, che è quello del “travestimento” e della contaminazione sui motivi trasmessi dalla tradizione. Canzoni non tanto come testi letterari, dunque, ma come oggetti d’uso, per cui allo stesso modo che con i mattoni vecchi si facevano nuove case, con i vecchi motivi si fanno canzoni nuove, utili per la lotta di oggi, con obiettivi concreti e funzioni pragmatiche sia di tipo psicologico (rassicurazione, incitamento, affermazione di valori condivisi), sia di tipo ideologico (propaganda, organizzazione, educazione collettiva).
In un’epoca storica pesantemente segnata da una ventennale dittatura, che esercitava un occhiuto controllo sulle parole e sulle espressioni del quotidiano (basta scorrere le carte di polizia per percepirlo con concreta evidenza), i canti partigiani rappresentano una reazione alla violenza linguistica e alla manipolazione semantica del regime, collocandosi storicamente come spie – ingenue nella loro immediatezza – di una vera e propria lotta per gli spazi espressivi o “guerriglia semiologica” che dir si voglia.
Nello scontro fra retoriche e linguaggi, certo qualcosa permane ancora dell’antico, ma non si può disconoscere – anche se pesantemente censurata dalla moralistica epurazione del canzoniere partigiano operata dall’ufficialità resistenziale – il gusto dell’ironia e dello sberleffo che anima tante parodie, compiute sul testo sia di inni del regime sia di canzonette di consumo (come Rosabella del Molise). Un gusto che appartiene a quella “carnevalizzazione del linguaggio” che mi pare contraddistinguere l’espressività partigiana, e che si manifesta compiutamente nel ricco, fantasioso, coloritissimo repertorio dei nomi di battaglia, dove paiono fondersi ludicità, gioco del mascheramento e giovanile voglia di divertirsi.
Viva la nostra cricca, squadra dell’allegria
e tra i partigiani non c’è malinconia…

Il guerrigliero partigiano è un maquis: il ribelle della montagna, per colpire, deve nascondersi, confidando nella protezione della natura. Il poeta che nella guerra precedente scriveva “Si sta / come d’autunno / sugli alberi / le foglie“, non poteva immaginare che trent’anni dopo, in un’altra guerra, diversa perché non di posizione ma di movimento, guerriglia di volontari che liberamente hanno scelto la macchia, quelle foglie sarebbero diventate simbolo di resistenza, perché sono esse che, pur nella palese sproporzione delle forze in campo, occultano il combattente e gli danno sicurezza. “Foglie tremule, restate su / se ci cadete, ahimè, triste è la gioventù“, canta il malinconico valzer di Ulisse della Brigata Oreste.
Questo testo, accanto al più famoso Dalle belle città, è uno dei pochi esempi di canto partigiano originale nelle parole e nella melodia: significativamente sono nati entrambi sui monti dell’Alessandrino, cioè su quell’Appennino ligure-piemontese che, teatro d’un’intensa lotta armata, pare essere stato la culla delle migliori canzoni della Resistenza, avendo visto formarsi anche il più celebre inno partigiano, Fischia il vento.

Franco Castelli