Didattica- Ancora sui manuali di storia

L'insegnamento della storia
di Agostino Pietrasanta
pubblicato su "Quaderno di storia contemporanea" n.28, 2000.


Ancora sui manuali di storia di Luciana Ziruolo

Verità di ragione o verità di regione. In margine a un cattivo uso della storia di Giuseppe Ricuperati

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


PREMESSA

La questione dei testi scolastici e della loro congruità si è ulteriormente complicata dopo la proposta della Regione Lazio di creare una Commissione specifica per un controllo sistematico, in particolare dei testi di storia. Eviterei in questa sede il problema, peraltro non irrilevante, delle competenze formali, per osservazioni più sostanziali, sotto tre punti di vista.

  • Primo: la proposta pone sicuramente complessi problemi di legittimità costituzionale.
  • Secondo: il livello, troppe volte discutibile per non dire scadente dei libri di testo, interpella prima di tutto la comunità scientifica ed i rapporti fra ricerca e didattica, se non inesistenti almeno problematici.
  • Terzo e conseguente: l'organizzazione dell'attività didattica deve fondarsi concretamente e ordinariamente, non per situazioni fortunate ed eccezionali, sull'iniziativa del docente, senza esclusione dei più diversi attori del sistema formativo, compresi gli studenti; preservando però le specificità professionali.
    Sotto questo punto di vista le norme dell'autonomia potrebbero aiutare.

CONSIDERAZIONI DI LEGITTMITA'


Veniamo alla prima questione, con riferimento ai problemi di legittimità costituzionale. Nessuna interpretazione della libertà d'insegnamento, tra quelle proposte dalla dottrina costituzionale, per quanto restrittiva, ha posto in dubbio la facoltà del docente di scegliere gli strumenti e le procedure didattiche ritenuti più idonei; tra questi strumenti i libri di testo. La legge ordinaria può solo concorrere alla realizzazione di tale libertà e l'intervento amministrativo è finalizzato ad organizzarne la fruizione, soprattutto attraverso l'istituto dell'adozione in Collegio dei docenti; forse proprio le procedure dell'adozione e la scelta consapevole del docente preparato sono lo strumento più diretto per avviare a soluzione il problema. Ogni intervento di controllo, invece, che intenda impedire e vietare l'adozione di un testo specifico e particolare non può ovviamente conciliarsi con la realizzazione di tale libertà. Il problema però è più complesso ed investe la natura non solo formale di tale libertà. Proprio le interpretazioni più restrittive di essa la condizionano alla libertà della cultura e la pongono su livelli complementari a tale ben più importante snodo dell'impianto complessivo della Carta costituzionale. Il fatto è che la stessa natura democratica dello Stato repubblicano si fonda sul confronto e sul pluralismo delle opinioni; l'unico controllo può riguardare la tolleranza rispettosa delle parti a confronto ed in dialettica tra di loro: non entra e non può entrare nel merito, senza produrre conseguenze inquietanti sul piano della libertà della cultura prima che della libertà d'insegnamento.

Tra l'altro, il processo di formazione, attraverso le acquisizioni di abilità e di capacità critiche, è anche finalizzato alla concreta realizzazione della democrazia; fa di ogni cittadino un soggetto capace di giudizio, di scelta e di controllo fisiologico delle istituzioni. L'intervento della Regione Lazio (ma in effetti di una parte politica) sovverte il processo perché introduce elementi di condizionamento, proprio dove è indispensabile il massimo di autonomia: la formazione del cittadino a giudicare la tenuta democratica delle istituzioni. Credo che anche queste indicazioni sul piano della legittimità costituzionale del controllo sui testi scolastici vadano valutate con attenzione.

SULLA QUALITA' DEL TESTO SCOLASTICO


Certo, e veniamo alla seconda questione, il livello del libro di testo non è irrilevante, in considerazione delle finalità poste alla scuola dall'impianto della Carta costituzionale. Va intanto affermato che Storace non ha per niente contribuito ad introdurre un problema che era ben noto agli addetti ai lavori; il fatto che un'opinione pubblica, in genere del tutto demotivata a questa come ad altre questioni, possa presumere di aver scoperto un problema non assume purtroppo particolare rilievo. E ciò non per disprezzo dell'opinione dei cittadini, perché sarebbe contraddittorio con quanto abbiamo affermato accennando ai problemi di legittimità costituzionale, ma per il semplice motivo che si tratta di un fuoco di paglia; possiamo essere sicuri che presto il polverone lascerà insoluto il problema e l'opinione pubblica sarà sopraffatta da altre provocazioni, forse ben più eccitanti anche in senso elettoralistico.

In questa sede però interessa la domanda sul problema come tale. Tutti sappiamo che ci sono libri di testo mediocri, spesso o almeno qualche volta, scadenti. Non mancano neppure, soprattutto sui testi di storia delle forzature ideologiche; però di tutte le parti. Alle forzature cosiddette di sinistra, puntualmente rilevate possono seguire, e qualcuno ha sottolineato anche queste, le forzature di altre parti. Lasciamo stare la confusione che spesso si introduce nell'assimilare alla storiografia marxista altre e ben diverse linee interpretative, come ad esempio la storiografia annalistica o qualunque trattazione dell'evento o del tema resistenziale; a nessuno verrà in mente di trascinarsi in un' analitica contabilità degli stereotipi e delle forzature ideologiche dei testi scolastici e non solo di storia; anche nel caso dovessero risultare di tutta evidenza. Non risolverebbe proprio nulla.

Si riscontrano di fatto due fenomeni, tra di loro connessi che rendono particolarmente difficoltose eventuali proposte risolutive. In effetto il libro di testo viene costruito da redazioni editoriali che condizionano la mano dell'autore. L'autore conferiva ovviamente un taglio interpretativo che aveva alla base una ispirazione storiografica riconosciuta dalla comunità scientifica; magari contestata, dialetticamente discussa, ma molto spesso scìentificamente fondata. La redazione pensa solo al mercato, non tiene conto dei risultati della storiografia; ciò che conta non è la ricerca ma l'appetibilità. Se questo è un primo fenomeno da considerare, in parallelo e concausa, al primo strettamente collegato, si rileva il secondo fenomeno: la frattura operante tra risultati della ricerca e luoghi della didattica. Il fatto è che al docente troppo spesso non arrivano adeguate informazioni sui risultati della ricerca scientifica in campo disciplinare. L'aggiornamento, correttamente ritenuto, dal Decreto delegato 419/74, elemento costitutivo della funzione docente, è stato visto come optional; soprattutto non ha svolto un ruolo di adeguamento delle conoscenze al livello raggiunto dall'indagine scientifica. Troppo spesso è stato influenzato dalle mode, dall'invadenza del livello amministrativo e burocratico dei funzionari che si sono ritagliati una presenza talora persino surrettizia; nella migliore delle ipotesi ha affrontato il livello metodologico, certamente importante, ma certamente non sufficiente, se non addirittura secondario e complementare. Il docente non ha ricevuto, di conseguenza, se non per iniziative individuali pregevolissime, indicazioni adeguate per giudicare della congruità del testo adottato; peraltro la stessa redazione, priva, come abbiamo visto, del livello interpretativo e disinteressata al risultato della ricerca, ha interpretato solo le esigenze del mercato, della facile banalizzazione dei problemi: il bel libro nella veste tipografica, risultato delle ricopiature e delle rimasticature di concetti assolutamente obsoleti. Non si può neppure nascondere, dietro tutto questo, il vero progetto; l'indottrinamento dell'immagine, della banalizzazione, dell'effimero, del televisivo: altro che blocchi ideologici. Si tratta di riduzione della persona umana ad oggetto da manipolare.

LE RICADUTE SULLA DIDATTICA


Passo, più brevemente, e per concludere, al terzo punto, anche perché un'organizzazione dell'attività didattica, fisiologicamente e concretamente gestita dagli organi collegiali dei docenti potrebbe avviare a soluzione almeno alcuni nodi del problema, a patto che sia avviato un serio processo che serva a riallacciare i rapporti fra risultati della ricerca e didattica, perché qui sta il problema prioritario, in cui si pone il capitolo certamente importante ma non esclusivo del testo scolastico. Nell'ambito delle norme sull'autonomia vanno trovati gli spazi per lasciare ai docenti una reale programmazione dei contenuti e dei blocchi tematici, sempre di carattere pluridisciplinare, da affrontare nel l'insegnamento, sia pure in un quadro di indicazioni di programma, ma soprattutto vanno lasciati gli spazi ed i tempi per aggiornare le conoscenze col contributo positivo dell'Università come luogo proprio della ricerca scientifica. Adeguare l'orario scolastico alle esigenze di una funzionale programmazione dell'insegnamento vuol dire anche, per i docenti, individuare dei momenti per la loro preparazione professionale, che rischia l'obsoleto se perde il contatto con i risultati scientifici della disciplina. Un insegnante aggiornato in questo senso, saprà anche scegliere ed adottare un testo con cognizione di causa o potrà anche scegliere di usare strumenti diversi dal testo. Se, al contrario, le norme sull'autonomia, vengono usate per adeguare l'orario scolastico alla settimana corta, per motivi ludici, si soddisfano forse le esigenze del mercato turistico, cosa rispettabilissima, ma non quelle della qualità dell'insegnamento. Non mi risulta che al livello burocratico amministrativo, la realizzazione del dettato sull'autonomia abbia sul serio preso in esame la sua funzionalità alla didattica e non mi risulta che la maggioranza dei Collegi dei docenti abbia pensato alla questione. Anche sotto questo punto di vista servirebbe un impegno di chi lavora sia al livello della ricerca, sia al livello della didattica, magari in collaborazione.

 

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