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Documenti inediti sulla confisca e sequestro dei beni ebraici a Casale Monferrato
 
 
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Lo sterminio ebraico e le altre vittime del nazismo

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Il catalogo dei testi sulla Shoah della Biblioteca dell'Isral


SCHEDE

TESTIMONIANZE E DOCUMENTI

LA SHOAH DOPO LA SHOAH

LA PERSECUZIONE NELLA NOSTRA PROVINCIA

 

 

 

Nuove risultanze

Dopo mesi di ricerca, sono stati rinvenuti interessanti documenti sulla confisca e il sequestro dei beni, mobili ed immobili, appartenuti alle famiglie ebree e alla comunità israelitica di Casale Monferrato e Moncalvo.
I beni vennero requisiti nel '44 in esecuzione delle leggi razziali e dei provvedimenti fascisti ad opera della RSI e del Comando Militare Tedesco di Casale Monferrato.
Coltivando un saggio storico-giuridico sulla comunità israelitica casalese, mi sono imbattuto in significativi documenti, poco noti, presso l'archivio storico della Compagnia San Paolo di Torino.
Sotto la guida della dott. Ilaria Bibollet, direttrice dell'Archivio storico, ho attentamente visionato e tratto informazioni dal fascicolo appartenente al fondo GES-Gestione ebraici sequestrati, Comunità israelitica di Casale e sezione di Moncalvo. Si tratta del fascicolo ASSP, Ges\283 Al.
La documentazione è lì giacente perché l'EGELI (Ente gestione e liquidazione immobiliare), creato nel '39 per gestire ed amministrare i beni sequestrati e confiscati dal Regime e dai tedeschi occupanti, affidò al Credito Fondiario dell'Istituto San Paolo di Torino la gestione di quelli sequestrati agli ebrei di Casale e Moncalvo.
All'interno dell'Istituto San Paolo venne creato un servizio tecnico preposto alla gestione beni ebraici.
Nell'Archivio storico è custodita una fitta corrispondenza intervenuta fra la succursale della Banca a Casale e gli uffici torinesi, fra l'ufficio tecnico e la comunità israelitica di Casale e Moncalvo; vi si trovano elenchi, precise e puntuali descrizione dei beni confiscati, note e piantine degli immobili componenti il ghetto ebraico, descrizione dei cimiteri di Casale e di Moncalvo, inventari dei conti correnti e depositi bancari, titoli finanziari ed azionari; gli elenchi dei mobili e suppellettili in dotazione alla Comunità israelitica.
Siamo in presenza di un patrimonio documentale di grande rilievo, poco esplorato dagli studiosi, ma utilissimo per ricostruire la rilevanza e l'organizzazione della Comunità di Casale e di Moncalvo.
Nei fascicoli troviamo, ad esempio, il dettagliato verbale con vari allegati delle operazioni di sequestro dei beni tutti della comunità israelitica di Casale e Moncalvo, datato 24 marzo 1944.
Il sequestro avvenne in attuazione del decreto di sequestro n. 2808 Div. I° del 7 febbraio 1944 emesso dal Capo della Provincia di Alessandria, decreto che aveva pure dichiarato sciolta la comunità israelitica di Casale e Moncalvo.
Nel verbale vengono descritti e inventariati tutti i beni immobili, con allegata planimetria; il tempio israelitico a Casale e le costruzioni annesse sono ben circostanziate, vano per vano e con tutte le peculiarità costruttive; i possedimenti a Moncalvo, con indicazione del cimitero e del bosco ceduo, di una baracca di buona costruzione adibita dal custode, di un grande salone sulla piazza di Moncalvo adibito a tempio, ma di proprietà di Foa Moise.
Vi è un capitolo sui beni mobili, dagli arredi alla strumentazione di culto. Si fa cenno ad un furto subito dalla comunità nella seconda settimana del dicembre 1943, con sparizione di varia argenteria, arredi per il culto, materassi ecc.
Nel verbale si descrive tutto l’arredo esistente nel tempio israelitico e spazi connessi, dai candelabri ai banchi di legno, dai portalumi ai paramenti, dai tendaggi ai libri, dai letti di infermeria ai grembiulini per bambini, dalle cornici in oro ai quadri dipinti.
Viene particolareggiata la descrizione dell’Arca, dei mobili appartenenti al rabbino dott. Lattes Raffaele, di un armonium fattura Francesco Bruni-Parigi, della biblioteca con più di 1000 libri, di una grande stufa in maiolica Franklin, dei paramenti e documenti religiosi, di arredi di cucina e strumenti di manutenzione e lavoro.
Dalla meticolosa descrizione si ha conferma delle varie attività anche didattiche, educative, assistenziali che la Comunità svolgeva.
Curiosità: al centro del cortile, verso vicolo Broemio vi era una baracca con coperture in Eternit. Sempre a verbale, si annotano i numeri di numerosi libretti al portatore.
Il decreto di sequestro ha esteso gli effetti anche alle somme disponibili e all’attività svolta dalle opere di beneficenza amministrate dalla comunità israelitica: la Comunità Israelitica (già Università Israelitica), Opera di beneficenza Israelitica, Opera Pia Istituzione Franchetti, Opera Pia Clava, Confraternita Hesrad-Holim, Società Arte e Mestieri, ex Confraternita di Moncalvo.
La presenza di varie attività sociali, di beneficenza e di assistenza educativa e sanitaria, confermano come la Comunità fosse radicata nel territorio; presente nel ghetto, ma anche fuori dal ghetto.
All’atto del sequestro, la Banca Popolare di Novara era il tesoriere della comunità israelitica.
Dopo il sequestro, i locali vennero chiusi e sigillati. Vietato l'accesso e l'uso. Venne concesso il diritto di abitazione solo al capitano Vigo Giuseppe.
Attingendo sempre ai fascicoli dell’Archivio storico Compagnia San Paolo, si apprende e si ritrova il verbale di requisizione da parte del Comando Militare Germanico dei mobili contenuti nello stabile della Comunità israelitica di Casale.
La requisizione avvenne in data 7 ottobre 1944; nel verbale si fa cenno al precedente sequestro avvenuto in data 24 marzo 1944.
Alle operazioni presenziarono: il capitano Dauth dell'Ortslazarett-Feldpost 09624, i rag. Andrea Cappellano e Ardito Giuseppe funzionari dell'Istituto San Paolo di Torino, la guardia municipale Piatti Pietro. Il verbale ha la firma e timbro del capitano tedesco Dauth.
Dopo la Liberazione, il Prefetto Pivano, in data 23 giugno 1945 emise decreto n. 8771 Div. I° di totale revoca del sequestro dei beni della comunità israelitica con obbligo alla restituzione ai legittimi proprietari.
Dopo il decreto di revoca del sequestro, si sviluppò una significativa corrispondenza fra il dott. Capello della Direzione Generale del San Paolo di Torino, la succursale di Casale e la comunità israelitica in persona del Presidente prof. Giuseppe Ottolenghi per giungere all’acquisizione della varia documentazione finanziaria e contabile, all’effettiva rimessione in possesso dei beni requisiti e sequestrati da fascisti e tedeschi.
In una lettera del 3 dicembre 1947, il Direttore Generale della Banca San Paolo di Torino dott. Capello scriveva alla Comunità israelitica rammentando le leggi razziali e persecutorie nei confronti degli ebrei testualmente “in applicazione dei provvedimenti adottati sotto l’impero del sedicente governo della repubblica sociale italiana.”
Per una disanima attenta degli effetti della legislazione antiebraica a Torino, si deve consultare i saggi “L'ebreo in oggetto. L'applicazione della normativa antiebraica a Torino: 1938-1943” edita da Zamorani, Torino 1991; ovvero, “Le case e le cose. La persecuzione degli ebrei torinesi nelle carte dell'EGELI: 1938-1945” edito dalla Compagnia di San Paolo, Quaderni dell'Archivio Storico.
Merita segnalazione, per l'originalità e il dettaglio della ricerca, la tesi di laurea di Paola Monzeglio, discussa con il relatore prof. Gianni Perona alla facoltà di Scienze della formazione, Laurea in Storia Contemporanea, Università di Torino, nel 1998, con il titolo “La comunità ebraica casalese dalle leggi razziali alla persecuzione nazista”.


Il contesto

Tutto ciò fu possibile a Casale, perché la polizia locale ed i militi del RSI assicurarono, in realtà, alle truppe tedesche occupanti ogni appoggio operativo alle varie campagne antisemite.
“ Il Monferrato” del 17 settembre del 1938 diede la notizia dell’esonero di alcuni insegnanti ebrei dall’incarico: il professor Raffaele Jaffe dovette lasciare la presidenza del Magistrale Lanza e la professoressa Levidalli lasciare il posto di docente all’Istituto Tecnico Leardi.
Nell’anno scolastico ’38-’39 a Casale, ben quindici alunni vennero allontanati dalla scuola pubblica.
A livello nazionale, espliciti criteri per definire chi fosse ebreo o dovesse ritenersi tale vennero introdotti dalla Dichiarazione sulla razza, ovvero, Carta della razza, approvata dal Gran Consiglio del fascismo del 6 ottobre 1938; completa il quadro, poi, il r.d.l. 17 novembre 1938 n. 1728, “Provvedimenti per la difesa della razza italiana”. Quasi tutti i provvedimenti furono assunti con la forma dei regi decreti legge, tecnica legislativa prevista per normare situazioni di urgenza. La campagna razziale antiebraica ebbe complici attivi alcuni giornali locali.
“ La Gazzetta di Casale” fece eco alle leggi e disposizioni repressive; giunse a pubblicare un elenco di 27 ditte da boicottare perché di proprietà israelitica. Il giornale invitò i veri fascisti a non comperare i dolci nella pasticceria di Elia Carmi, a non acquistare tessuti e gioielli nei negozi di Foa e sotto i portici di via Roma.
Presso i locali della comunità ebraica, era stata attivata la scuola per gli alunni fino ai quindici anni. Era diretta da Gioconda Carmi, sostenuta dai pochi ebrei rimasti a Casale e da collaborazioni di amici.
Presso la scuola di Casale trovarono ospitalità una quindicina di alunni ed orfani provenienti dalla comunità di Torino, obbligati al trasferimento per i bombardamenti subiti. Del gruppo faceva parte Emanuele Pacifici, figlio dell’allora rabbino capo di Genova e padre di Riccardo Pacifici, attuale presidente della comunità di Roma.
All’alba del 29 settembre ’43, la signora Giuseppina Gusmano Pretti, fidatissima collaboratrice della scuola di Casale, raccolse l’informazione di un’imminente cattura da parte delle SS di tutti i bambini ebrei. Avvertì la direttrice Gioconda Carmi e si offrì di ospitare tutti i bambini a casa sua, in salita S. Anna. A piccoli gruppi, a distanza di alcune ore, i bambini furono accompagnati a casa Gusmano. Alcuni amici, con grande riserbo, donarono subito materassi e coperte, sedie e tavoli.
La Gusmano ospitò per alcuni giorni, nella propria grande sala da pranzo, una ventina di persone; diede cibo e sostegno morale. I vicini di casa, prima allarmati, furono poi coinvolti nella rischiosa operazione. Il marito Felice e la figlia Dirce collaborarono attivamente. Le SS non seppero mai del nascondiglio. I bambini tornarono a Torino nel giro di dieci giorni.
Il gesto coraggioso della signora Gusmano venne ricordato dalla comunità ebraica di Torino nel 1961, con una significativa riconoscenza. Nel 2005, sempre a Torino, venne editato da Comune, Associazione figli della Shoah ed Istituto Storico Resistenza di Torino un opuscolo dal titolo “Quando s’inizia? Insegnare Auschwitz nelle scuole elementari”. In esso si rievocano i fatti coraggiosi della Gusmano Pretti. La signora Gusmano morì nel 1997.
In data 11 ottobre 2000, la signora Giuseppina Gusmano Pretti ed il marito Felice Pretti furono riconosciuti come Giusti tra le Nazioni dallo Yad Vashem, con dossier 2641.
La vicenda è narrata da Emanuele Pacifici nel libro autobiografico Non ti voltare, edito da Giuntina, Firenze 1993.
La polizia locale ed i militi del RSI assicurarono, in realtà, alle truppe tedesche ogni appoggio operativo alle varie campagne antisemite. Ad inizio '44, il commissario di PS Maiocco, con la collaborazione del segretario politico fascista Bacco e del console Imerico, con l’inganno, raccolse l’elenco completo dei pochi ebrei ancora residenti, anziani, ammalati; venne promessa la loro esclusione dalla deportazione.
L’elenco venne, invece, dato alle SS per i futuri arresti.
A Casale, da febbraio a maggio '44, furono arrestati 18 ebrei, inviati poi nel campo di Fossoli di Carpi, poi alle Nuove di Torino, infine in Germania. Solo un ebreo catturato tornò in Italia: Emilio Foa.
Gli ebrei arrestati e inviati ai campi di sterminio nazisti furono: Faustina Artom, anni 73; Vittorina Artom, anni 75; Isaia Carmi, anni 58, già consigliere comunale; Carlo Cohen Venezian, anni 59; Riccardo Fiz, anni 74; Roberto Fiz, anni 70; Matilde Foa, anni 54; Raffaele Jaffe, anni 66; Augusta Jarach, anni 67; Federico Simone Levi, anni 66; Vittorio Levi, anni 41; Erminia Luria Morello, anni 58; Corrado Mortara, anni 32; Lino Muggia, anni 66, Giuseppe Raccah, anni 69; Bianca Salmoni, anni 60; Cesare Davide Segre, anni 57; Sanson Segre, anni 85; Giulia Rosa Segre, anni 56; Moise Sonnino, anni 79; Eugenia Allegra Treves, anni 73; Sharja Gruzdas, anni 40.
Drammatica la vicenda del dott. Riccardo Fiz: venne prelevato ed arrestato dal letto dell’Ospedale, dove giaceva vecchio ed infermo. Arturo De Angeli (esponente e segretario della comunità ebraica nel primo dopoguerra) riuscì a scappare con la sorella ed i genitori, trovando rifugio fra le colline.
All’elenco, vanno aggiunti molti altri casalesi ebrei che vennero arrestati in altre località italiane, perché già avevano abbandonato la comunità casalese. Anche a Casale, a seguito delle circolari prefettizie e degli ordini impartiti dagli organi di polizia, gli ebrei videro sempre più limitate le libertà personali, con sequestro delle radio, con controlli domiciliari notturni, con improvvise convocazioni alla sede del fascio, con minacce e schiaffi lungo le vie della città, con precettazioni nei campi di lavoro. Vi sono molteplici testimonianze che confermano come presso la Samber (fabbrica di sacchetti per il cemento) della famiglia Berutti vennero obbligate a lavorare alcune donne ebree, in circostanze e con modalità penalizzanti. Gli uomini, invece, vennero quasi tutti obbligati a lavorare presso la Cartiera Burgo, verso Frassineto Po, in opere di piantumazione e disboscamento. Durante i bombardamenti che colpirono Casale nell’agosto ’44, venne colpita una via attigua al ghetto. I repubblichini impedirono i soccorsi; si perse tempo, vi furono vittime; chiaro l’ostracismo verso gli ebrei.
Con il decreto legge n. 2 del 4 gennaio 1944 venne definito il nuovo regime dei beni dei sudditi nemici e degli ebrei. I beni avrebbero dovuto essere acquisiti alla gestione dell’EGELI (Ente di gestione e di liquidazione immobiliare).
Gli israeliti non potevano più essere proprietari o gestori d'aziende, di terreni, di fabbricati; non potevano possedere titoli, valori e crediti. Vennero previste pene per coloro che, debitori di ebrei o detentori di cose di proprietà degli ebrei, non avessero formalizzato esplicita denuncia o avessero nascosto i beni per evitare la loro confisca.
L’EGELI affidò l’incarico alla Banca San Paolo di Torino, alla Banca Commerciale, alla Cassa di Risparmio di Torino, al Credito Italiano, alla Cassa di Risparmio di Alessandria. Con specifiche circolari, il Ministero e la Prefettura coordinarono l’attività, coinvolgendo anche primarie assicurazioni.
A Casale, la filiale di Assicurazioni Generali, con agente generale il console fascista Luciano Imerico, incassò quote di premio di polizze maturate o maturande di ebrei, presenti ancora a Casale e non deportati.
Imerico acquisì ed utilizzò il negozio di tessuti di Ettore Muggia, fuggito da Casale a fine '43.
La criticità della presenza degli ebrei a Casale, le gravi violenze subite e loro progressiva marginalizzazione dalla vita sociale, motivarono una costante solidarietà del mondo cattolico. Molti ebrei vennero informati in tempo utile per la fuga, furono aiutati per le necessità economiche, assistenziali; furono ospitati in canoniche, in cascine.
Il Vescovo Giuseppe Angrisani sostenne e promosse, con la dovuta cautela per evitare il sospetto delle truppe tedesche distribuite sul territorio, l’ospitalità alle famiglie ebree.
I parroci Don Michelone a Moransengo, Don Gilardi a Marcorengo e Don Gilardino a Brozzolo furono accusati di favoreggiamento nei confronti dei partigiani. Per parecchi mesi vissero tra le colline, nei nascondigli dei partigiani.
Don Michelone aiutò molto gli ebrei fuggiti dalle città; li nascose e li sostenne per mesi. Don Martino Michelone nacque a Morano Po il 6 giugno 1907 da papà Martino e mamma Adele Bazzano. Venne ordinato sacerdote da Monsignor Pella il 28 giugno 1931. Fu parroco a Morasengo dal 1936 al 1979, quando decedette il 6 novembre 1979. Don Martino Michelone, parroco a Moransengo nel '43-'45, nascose nella propria canonica la famiglia degli ebrei Segre di Casale Monferrato.
La famiglia di Segre Riccardo, composta dalla moglie Angela, il figlio Luciano e la zia Elvira, gestiva a Casale, in via Roma, un negozio di tessuti.
I tedeschi diedero la caccia, i fascisti sequestrarono beni e negozio. Don Michelone conobbe i Segre acquistando tessuti. Offerse subito ospitalità, coinvolgendo in modo riservato la popolazione.
Per mesi sottrasse la famiglia Segre alla cattura ed alla deportazione. Luciano (nato a Casale nel 1933) fungeva anche da chierichetto a Don Michelone. Per iniziativa di Gad Lerner, dopo anni di istruttoria, Don Michelone è stato insignito del titolo di “Giusto fra le Nazioni”.
La vicenda che ha visto coinvolto don Martino Michelone e la famiglia di Luciano Segre, si colloca all'interno di altri eventi che hanno positivamente caratterizzato la storia resistenziale del nostro Monferrato.
Anche l'avv. Giuseppe Brusasca, nato a Cantavenna Monferrato, cattolico popolare e convinto antifascista, vicepresidente del CNL Alta Italia a Milano, con la collaborazione coraggiosa della signora Giovannina Mazzone (fondatrice di varie opere assistenziali e caritatevoli a Casale e nel Monferrato) aiutò famiglie ebree a fuggire e le sostenne; fu titolato anch'egli “Giusto fra le Nazioni”. La Mazzone contribuì a nascondere famiglie ebree nell'istituto di via Trevigi, a ridosso del ghetto, come pure nella casa di via Negri.
Tutto fu possibile perché vi era una popolazione attenta e sensibile verso gli ebrei, perché il vescovo Giuseppe Angrisani seppe tessere fra i vari parroci un'efficace rete di collaborazione, nonostante la massiccia presenza dei tedeschi nel Monferrato.


Conclusioni

La documentazione rintracciata e la sommatoria dei vari eventi già ricostruiti, permettono di definire un paradigma storico sulle vicende della comunità israelitica di Casale Monferrato:
- la comunità venne gradualmente e inesorabilmente annientata, dal '39 al '44.
- alcuni docenti dovettero rinunciare all'incarico, molti studenti dovettero lasciare la scuola pubblica.
- molti ebrei vennero arrestati, portati a Fossoli e poi in Germania, nei campi di sterminio e non tornarono; altri dovettero scappare, rifugiarsi in Svizzera.
- famiglie ebree trovarono ospitalità in canoniche, in asili e collegi cattolici.
- con manifesti e comunicati, la popolazione venne invitata a non frequentare negozi ed artigiani ebrei, a non intrattenere rapporti commerciali con gli ebrei. Si bloccarono le attività economiche delle famiglie e degli esercizi commerciali ebrei.
- i fascisti della RSI sequestrarono beni immobili e mobili, risparmi e conti correnti, in esecuzione di decreti di epurazione e confisca.
- il Comando Militare Tedesco procedette a requisizione e sequestro di beni nella comunità israelitica di Casale e Moncalvo.
- dopo l’intervento della RSI e del Comando Militare Tedesco, cessarono anche le attività educative-scolastiche private e di beneficenza che la comunità israelitica aveva avviato.

I fascisti casalesi e i tedeschi occupanti non esitarono, non furono affatto tiepidi: attuarono, mese dopo mese, con modalità differenti e gravi, una concreta politica di annientamento della comunità israelitica. Non fu mera obbedienza agli ordini o alle leggi, ma consapevole ostracismo e violenza psicologica e fisica.


Gennaio 2016

Sergio Favretto

 

 

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