WASP


New York 1999 (Foto: Andreas Feininger)

Sin dalle origini dello stato nazionale, i bianchi americani hanno sofferto di una profonda incertezza interiore relativa a chi veramente fossero. Uno dei sistemi cui ricorsero per semplificare la risposta fu quello di far riferimento alla presenza dei neri e di usarli come un tratto distintivo, il simbolo di un limite, una metafora per l'altro, l'outsider. Molti bianchi potevano guardare alla posizione sociale dei neri e rendersi conto che il colore della pelle costituiva un criterio facile e sicuro per determinare in che misura un individuo fosse o non fosse americano. Forse per questo il primo epiteto che molti immigrati europei impararono appena scesi a terra fu "negro" – la cosa li faceva sentire immediatamente americani. Ma è una magia ingannevole. Al di là delle differenze razziali e del diverso status sociale, qualcosa di incontestabilmente americano nei neri non soltanto sollevava dubbi sul sistema di valori dell'uomo bianco ma faceva anche sorgere l'inquietante sospetto che, qualunque cosa fosse il vero americano, era anche in qualche modo nero.
R. Ellison, What America Would Be Like Without Blacks, cit. da C. West, La razza conta

Le lealtà primordiali, per coloro per i quali esse sono primordiali, sembrano sorgere da un'affinità essenziale (che è naturalmente allo stesso tempo una disaffinità essenziale rispetto ad altri: indios, kafir, wasp, goyim e gaijin).
C. Geertz, Mondo globale, mondi locali. Cultura e politica alla fine del ventesimo secolo

Com'è noto, l'acronimo WASP significa "White American Anglo-Saxon Protestant" (Bianco Americano Anglosassone Protestante) e designa oggi il gruppo etnico, sociale e culturale che costituisce gran parte dell'élite politica, sociale ed economica degli Stati Uniti d'America: i cittadini di pelle chiara, di discendenza anglosassone e di religione protestante. Il termine viene spesso impiegato in senso critico da chi sostiene che, ad onta del mito del "crogiolo di razze" (il celebre melting pot), le leve del potere politico ed economico della società statunitense siano saldamente in mano a una minoranza bianca socialmente circoscritta, culturalmente omogenea e composta prevalentemente di maschi. Per convincersene, argomentano i sostenitori di questa visione, è sufficiente scorrere l'elenco dei presidenti degli Stati Uniti (tutti "Wasp", ad eccezione del cattolico irlandese J. F. Kennedy), dei giudici della Corte suprema (il massimo organo del potere giudiziario), dei rappresentati al Senato, degli amministratori delegati delle maggiori società e aziende: non vi si troveranno molti neri o ispanici, che sono invece molto ben rappresentati nella popolazione carceraria e nelle liste dei disoccupati, né molte donne, che in compenso affollano le fasce più basse nelle statistiche della distribuzione del reddito o dell'accesso a cure mediche e istruzione.
Com'è noto, le lotte contro la discriminazione (razziale, etnica, sessuale) hanno segnato gran parte della storia degli Stati Uniti, dai movimenti per l'abolizione della schiavitù nel XIX secolo a quelli per i diritti civili o per il "potere nero" degli anni Cinquanta-Sessanta, dai movimenti per la "liberazione della donna" a quelli per il riconoscimento dei diritti delle minoranze etniche e dei gay negli anni Settanta. Queste lotte hanno contribuito, in modo tormentato e talvolta drammatico, a elaborare la concezione specificamente americana della cittadinanza, che ha rifiutato il principio giuridico della segregazione razziale (condannato dalla Corte Suprema solo nel 1954) per adottare, in un primo tempo, il principio dell'effettiva eguaglianza dei diritti, e in seguito i principi dell'"azione affermativa" dei diritti (affirmative action) e addirittura della "discriminazione inversa" (reverse discrimination) allo scopo di annullare o limitare le conseguenze della discriminazione razziale e sessuale nell'accesso agli studi o alle professioni: con una celebre sentenza molto controversa (The Regents of the University of California v. Alan Bakke), nel 1977 la Corte Suprema stabilì che in base alla costituzione degli Stati Uniti le università americane dovessero esplicitamente includere la razza degli studenti fra i criteri da considerare per l'ammissione, al fine di conseguire l'obiettivo della diversità etnica (Dworkin 1985: 305). Negli anni Ottanta, poi, il peso politico e demografico di alcuni gruppi etnici e culturali americani ha imposto all'attenzione dei media la richiesta di un riconoscimento della dignità culturale e sociale delle minoranze: gli americani di origine asiatica, latina, africana chiedevano che le loro rispettive tradizioni e culture fossero trattate alla stessa stregua della cultura dominante, identificata con quella bianca, anglosassone, di ascendenza europea (da Platone a Bertrand Russel, da Sofocle a Shakespeare e Beckett).
Il fatto che tali richieste abbiano prodotto fenomeni controversi e discutibili come il "multiculturalismo" o il "politicamente corretto" non rende meno importante e urgente il compito di comprendere in che modo conciliare autorappresentazioni culturali disparate, divergenti, talvolta antagoniste, con l'appartenenza allo stesso sistema giuridico e politico. Negli Stati Uniti il problema appare particolarmente acuto, vista la composizione multietnica della popolazione e la crescente conflittualità sociale. Michael Walzer ha sostenuto che tutti gli statunitensi sono "americani col trattino", ovvero appartengono a uno dei tanti gruppi etnici che, come le tessere di un mosaico, compongono l'identità americana, che appunto sarebbe caratterizzata dalla mancanza di identità etnica, o meglio, da un peculiare "anonimato etnico": il censimento indetto ogni dieci anni per aggiornare i collegi elettorali degli Stati Uniti consente che i cittadini si identifichino con un doppio nome (afro-americani, italo-americani, latino-americani, nippo-americani), ma "americano" non è uno dei gruppi etnici riconosciuti dal governo degli Stati Uniti d'America. La nazionalità americana ha carattere non esclusivo: ammette una pluralità di appartenenze etniche diverse (si noti tra l'altro che la lingua inglese non ha un aggettivo per definire in modo esclusivo gli abitanti degli Stati Uniti: "americani" sono anche messicani e canadesi) (Walzer 1992).
Il problema del rapporto fra etnia e cittadinanza (fra ethnos e demos) è particolarmente acuto negli Stati Uniti, ma sta diventando urgente anche altrove, specie in Europa, dove la soluzione dell'anonimato etnico sembra difficilmente praticabile e dove le richieste di riconoscimento vanno crescendo in numero e intensità.

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

DWORKIN, R., A Matter of Principle, Cambridge, Harvard University Press 1985.
GEERTZ, C., Mondo globale, mondi locali. Cultura e politica alla fine del ventesimo secolo (1996), Bologna, Il Mulino 1999.
WALZER, M., Che cosa significa essere americani (1992), Padova, Marsilio 2001.
WEST, C., La razza conta (1993), Milano, Feltrinelli 1995.


Amarillo, Texas 1998


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