Territorio


Tijuana, Messico: barriera di confine con gli Stati Uniti d’America, 1997 (Foto: Sebastiao Salgado)


La questione è: 'In che cosa sono responsabile dell'altro? E, prima di tutto, lo sono veramente?'
[...] 'Sono forse responsabile, io, proprietario di una terra che ho coltivato con il sudore della fronte, del nomade Abele che ha scelto l'erranza e la rinuncia ai beni della terra?'
E. Jabès, Uno straniero con, sotto il braccio, un libro di piccolo formato

Tra le acquisizioni plausibili e relativamente sicure della storiografia politica contemporanea si trova tra l'altro l'idea secondo cui lo stato moderno, o anche: lo "stato europeo moderno", è "una forma di organizzazione del potere storicamente determinata" differenziatasi nel corso dei secoli (grosso modo dal Tre-Quattrocento al Sette-Ottocento) da altre forme di organizzazione politica in virtù di alcuni caratteri specifici, in primo luogo l'accentramento del potere in un'unica, esclusiva istanza di decisione, in secondo luogo l'"impersonalità del comando politico" e infine la "territorialità dell'obbligazione politica".

La storia della nascita dello Stato moderno è la storia di questa tensione: dal sistema policentrico e complesso delle signorie di origine feudale si giunge allo Stato territoriale accentrato e unitario attraverso la cosiddetta razionalizzazione della gestione del potere [...] dettata dall'evolversi delle condizioni storiche materiali. (Schiera 1976)

Quindi possiamo parlare di stato moderno là dove troviamo un'organizzazione politica che detiene "il monopolio della forza legittima" (secondo la celebre formula di Max Weber), che esercita il proprio potere in modo impersonale secondo i principi di una burocrazia razionale al servizio dello stato di diritto (anziché compiacente e devota alla persona del sovrano), e che impone la propria autorità su un intero territorio, cioè su un'"estensione fisica di terreno sufficientemente ampia da consentire il crescente intreccio di interessi e di relazioni fra gruppi vicini e da ricevere quindi riconoscimento e disciplina istituzionale" (Schiera 1976).
L'esercizio dell'autorità su un territorio precisamente delimitato risponde a molteplici esigenze. Anzitutto a quella dell'imposizione del potere politico e giuridico esclusivo dell'autorità sovrana sulle eventuali autorità concorrenti: in questo modo lo stato conquista legittimità rispetto alle organizzazioni rivali, proprio in quanto assolve meglio di esse la funzione politica primaria di garantire la pace (interna, appunto) e di conseguenza la vita e il benessere dei sudditi. Inoltre, la definizione del territorio consente la razionalizzazione dell'amministrazione, sia nel senso dell'efficacia nella riscossione dei tributi sia nel senso dell'efficienza nella prestazione dei servizi. Col tempo però la territorialità del comando si carica di almeno un'altra funzione importante, ovvero quella della riproduzione socioculturale: usi e costumi, stili di vita, organizzazione sociale, cultura, lingua e così via. In altre parole, il controllo dei confini geografici "cerca di assicurare la purezza della nazione nel tempo attraverso il disciplinamento dei suoi contatti e interazioni nello spazio" (Benhabib 2004: 18). La possibilità dell'ingresso nel territorio statuale (ormai anche nazionale) viene subordinata all'ammissione alla comunità politica: lo stato nazionale tenta di conservare la propria unità (se esiste già; di crearla, se non esiste ancora; di rafforzarla, se è debole) tracciando confini, sia interni (che racchiudono i "non-cittadini": ghetti, carceri, manicomi, ecc.) sia esterni (che tengono fuori gli stranieri). Tramite le pratiche dell'appartenenza nazionale e il controllo del relativo territorio le istituzioni statuali cercano di produrre una cittadinanza omogenea a partire dalla realtà complessa, indisciplinata e disorganica di una moltitudine di individui differenti e di associazioni particolari e parziali.
Lo "stato territoriale" costituì un modello che si sviluppò anzitutto in Francia Inghilterra e Spagna, poi divenne la regola in tutte le altre regioni europee, infine nel XX secolo si diffuse in tutti i continenti, sino a diventare la forma di organizzazione politica prevalente sul pianeta (per una prospettiva diversa si veda invece Geertz 1996). Tra la fine del XX secolo e l'inizio del XXI, tuttavia, questo modello si è incrinato, per almeno due ragioni.
In primo luogo, la sovranità statuale è stata gravemente erosa in campo economico, igienico-sanitario, militare e tecnologico dai fenomeni di globalizzazione, i quali, come si sa, riconoscono altre coordinate: non si arrestano ai confini i flussi di capitale anonimo, le oscillazioni delle valute, le speculazioni finanziarie sui mercati globali; né i traffici internazionali di armi e di stupefacenti, o gli effetti dell'inquinamento industriale e le conseguenze dei disastri ambientali. I confini sembrano costituire un ostacolo solo per la mobilità degli immigranti, che in confronto appaiono molto meno minacciosi.
Questa "crisi della territorialità" significa tra l'altro che lo stato si trova inserito in contesti che non può influenzare né tanto meno controllare. I governi sono incapaci di orientare i processi economici, frenare le derive inflazionistiche o occupazionali, regolamentare le transazioni finanziarie, ma anche di difendere la propria fisionomia culturale e le tradizioni nazionali: non solo le aziende "rilocalizzano" i loro stabilimenti altrove, dove il costo del lavoro è più basso, ma la festa di Ognissanti lascia il posto ad Halloween, e le trattorie ai McDonald's (Hannerz 1996); per non parlare dell'"effetto serra" e del buco dell'ozono.

In queste condizioni, la territorialità è divenuta una delimitazione anacronistica di funzioni materiali e identità culturali; nondimeno, persino di fronte al crollo dei concetti tradizionali di sovranità, il monopolio sul territorio è esercitato tramite le politiche dell'immigrazione e della cittadinanza. (Benhabib 2004: 4-5)

In secondo luogo, e parallelamente alla crisi della sovranità territoriale, sembra essersi affermata nel mondo una sorta di "regime internazionale dei diritti umani", ovvero una situazione in cui si intrecciano interessi politici, principi etici, norme giuridiche, orientamenti culturali e mass-mediatici, e in virtù della quale i rapporti fra stati, da un lato, e cittadini e residenti dall'altro, sono sottratti all'arbitrio assoluto ed esclusivo delle autorità statuali e soggetti a scrutinio e controllo esterni, con maggiore o minore efficacia a seconda dei casi. Il regime internazionale dei diritti umani si mostra operante soprattutto in tre àmbiti precisi, ovvero
a) nel caso di crimini contro l'umanità, genocidio e crimini di guerra (si pensi al Tribunale internazionale dell'Aia: un'istituzione giuridica sovranazionale si appropria del potere giudiziario, uno dei tre poteri fondamentali che secondo la teoria liberale moderna definiscono la sovranità dello stato);
b) in occasione di interventi umanitari, quando in nome di un obbligo morale generalizzato o presunto universale un organismo internazionale coordina un intervento militare che viola la sovranità territoriale di uno stato-nazione per portare aiuto a una popolazione o a un gruppo minacciato di sterminio, genocidio, pulizia etnica o simili all'interno di quello stato-nazione. L'intervento umanitario contraddice evidentemente la concezione del potere territoriale esclusivo dello stato-nazione, afferma piuttosto l'idea secondo cui la sovranità dello stato sulla vita, la libertà, e la proprietà dei propri cittadini e residenti non è affatto incondizionata né illimitata;
c) nel caso delle migrazioni internazionali, che illustrano bene le contraddizioni insite nei grandi documenti del diritto internazionale: i migranti non sono titolari di diritti in quanto appartenenti a collettività politiche concrete in grado di proteggerli, cioè non in quanto italiani, francesi o tedeschi, ma semplicemente in quanto appartenenti "alla razza umana" (come nella celebre battuta di Albert Einstein al funzionario dell'ufficio immigrazione che gli chiedeva di dichiarare l'appartenenza razziale). Secondo la Dichiarazione universale dei diritti umani dell'O.N.U., ognuno ha il diritto di emigrare (art. 13), di ottenere asilo (art. 14), di avere una cittadinanza (art. 15); d'altra parte, com'è noto, nessun articolo menziona l'obbligo di alcuno stato di concedere ingresso, asilo, cittadinanza a stranieri, apolidi, profughi o migranti (Benhabib 2004).
L'economia, la conoscenza, l'informazione, l'industria culturale, la sfera pubblica, le religioni, persino la criminalità, si sono ormai sganciate dal legame con un unico luogo caratterizzante, si sono da tempo "de-territorializzate": non così l'appartenenza politica, che rimane legata, con il suo corredo di diritti, alla nazionalità di un territorio specifico. In questo modo, però, l'esercizio dei diritti di cittadinanza rischia di trasformarsi nel godimento di privilegi, fondato su circostanze contingenti e preferenze arbitrarie. Le società affluenti sembrano abbastanza ricche da potersi permettere di rivedere i criteri di ammissione degli estranei, e abbastanza mature da riconoscere che si tratta semplicemente di giustizia.

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

BENHABIB, S., The Rights of Others. Aliens, Residents and Citizens, Cambridge, Cambridge University Press 2004.
GEERTZ, C., Mondo globale, mondi locali. Cultura e politica alla fine del ventesimo secolo (1996), Bologna, Il Mulino 1999.
GUOLO, R., L'Islam è compatibile con la democrazia?, Roma-Bari, Laterza 2004.
HANNERZ, U., La diversità culturale (1996), Bologna, Il Mulino 2001 (ed. or. 1996, tr. it. parziale).
OHMAE, K., La fine dello Stato-nazione (1995), Milano, Baldini & Castoldi 1996.
SCHIERA, P., "Stato moderno", in N. Bobbio, N. Matteucci e G. Pasquino, Dizionario di politica, Torino, Utet 1983 (2a ed. riv.), pp. 1150-1156.



Islanda, 2007 (Foto: Jehad Nga)


Copyright e uso corretto

Senza Patria - Indice