Rousseau, Jean-Jacques (1712-1778)


Ciò che costituisce la miseria umana è la contraddizione che esiste tra le nostra condizione e le nostre inclinazioni, tra la natura e le istituzioni sociali, tra l'uomo e il cittadino. Se riuscirete a eliminare questa duplicità, renderete l'uomo tanto felice quanto può esserlo. Datelo tutto intero allo stato, o lasciatelo tutto intero a se stesso; se ne dividerete il cuore, questa lacerazione lo renderà infelice. Quest'essere morale che voi chiamate felicità pubblica, è in se stesso una chimera: se il sentimento del benessere non alberga in ogni persona, è come se fosse inesistente; la famiglia, infatti, non può essere fiorente se i figli non crescono sani e robusti.
Fate sì che gli uomini non siano in contraddizione con se stessi: che essi siano ciò che vogliono sembrare e appaiano ciò che sono. In tal modo avrete radicato la legge sociale nel profondo dei cuori, ed essi, uomini civili per natura e cittadini per inclinazione, saranno onesti, buoni, felici, e la loro felicità formerà anche quella della repubblica; giacché, essendo niente senza di essa, saranno tutto attraverso di essa, ed essa avrà tutto ciò che essi hanno e sarà tutto ciò che essi sono. Alla forza della costrizione avrete aggiunto quella della volontà, al tesoro pubblico avrete unito le fortune dei privati; essa sarà tutto ciò che può essere solo quando comprenderà in sé tutto. [...] Quando ciascuno pretende di essere felice soltanto per se stesso, non vi può essere alcuna felicità per la patria.
J.-J. Rousseau, "La felicità pubblica", in Frammenti politici

Costretto a combattere la natura o le istituzioni sociali, bisogna optare tra fare un uomo e fare un cittadino: giacché non si può fare al tempo stesso l'uno e l'altro [...] L'uomo naturale è tutto per se stesso; è l'unità numerica, l'intero assoluto, che non ha rapporto se non con se stesso o col proprio simile. L'uomo civile non è che una frazione, dipendente dal denominatore, e il cui valore è nel suo rapporto con l'intero, che è il corpo sociale. Le buone istituzioni sociali sono quelle che meglio riescono a snaturare l'uomo, a togliergli la sua esistenza assoluta per dargliene una relativa, e trasferire l'io nell'unità comune; di modo che ciascun individuo non si creda più uno, ma parte dell'unità, e non sia più sensibile che entro il tutto. Un cittadino di Roma non era né Caio né Lucio; era un Romano; egli amava perfino la patria come esclusivamente sua [...]. Colui che, nell'ordine civile, vuole conservare il primato dei sentimenti della natura, non sa quel che vuole. Sempre in contraddizione con se stesso, sempre oscillante tra le sue inclinazioni e i suoi doveri, non sarà mai né uomo né cittadino: non sarà buono né per sé né per gli altri. Sarà uno di quegli uomini dei nostri giorni, un Francese, un Inglese, un borghese, cioè niente [...]. Da questi oggetti necessariamente opposti derivano due forme contrarie d'istituzioni: una pubblica e comune, l'altra particolare e domestica.
J.-J. Rousseau, Emilio

Colui che osa prendere l'iniziativa di fondare una nazione deve sentirsi in grado di cambiare, per così dire, la natura umana; deve essere capace di trasformare ogni individuo, che in sé stesso è un tutto perfetto e isolato, in una parte di un tutto più grande, da cui questo individuo ricavi in qualche modo la vita e l'essere; di alterare la costituzione dell'uomo per rinforzarla; di sostituire un'esistenza parziale e morale all'esistenza fisica e indipendente che abbiamo tutti ricevuto dalla natura. Bisogna insomma che egli tolga all'uomo le forze che gli sono proprie, per dargliene altre che gli siano estranee, e di cui non possa fare uso senza l'aiuto di altri. [...] Così, quando ogni cittadino non è niente e non può niente se non per mezzo di tutti gli altri, e quando la forza acquisita dal tutto è uguale o superiore alla somma delle forze naturali di tutti gli individui, si può dire che la legislazione ha raggiunto il massimo grado di perfezione.
J.-J. Rousseau, Contratto sociale, II, 7

È stato Rousseau (seguito a breve distanza da Immanuel Kant) a dare alla cittadinanza la sua fondazione filosofica moderna, riprendendo la concezione classico-repubblicana risalente ad Aristotele, Plutarco, Tacito (e ai loro interpreti: Machiavelli, Harrington, Montesquieu, Mably), e collegandola alla propria teoria del consenso.
Per Rousseau cittadino è l'individuo libero e autonomo, che fa, o partecipa a fare le leggi a cui obbedisce; è questa infatti la sua definizione di libertà, intesa in senso morale: obbedienza a una legge che imponiamo a noi stessi (Contratto sociale, I, 8). La libertà dunque è il risultato di un'autocreazione etica che può avvenire solo nella comunità politica; solo i cittadini che rinunciano ai propri interessi privati e alle proprie affiliazioni parziali (ceto, etnia, partito) e "accorrono all'assemblea" possono essere sia liberi che moralmente giusti. La repubblica potrà vivere soltanto se ogni cittadino troverà la propria felicità nell'attività pubblica anziché in quella privata: allora la ricerca della felicità rafforzerà la virtù, sia individuale sia pubblica, che sola mantiene lo stato ben ordinato.
Com'è noto, questa concezione della cittadinanza ha ben poco da fare con quella delle moderne democrazie rappresentative: Rousseau pensava a uno stato di piccole dimensioni, una comunità politica di relazioni "faccia-a-faccia" in cui tutti si conoscessero e fossero capaci di cancellare se stessi come individui privati per rinascere come cittadini e patrioti, custodi della Legge intesa come espressione della ragione che vuole il bene comune, ovvero della "volontà generale" (Sartori 1993: 163, 169).
Nondimeno essa ebbe una straordinaria influenza sulla politica moderna, soprattutto grazie all'interpretazione che ne diedero i protagonisti della rivoluzione francese, i giacobini, che la declinarono nel senso di una democrazia "onnivora e totalitaria" (Sartori 1993: 166). Secondo una celebre interpretazione, Rousseau avrebbe eretto a principio politico il metodo della critica di stampo illuminista, "che consiste nel proclamare vera realtà ciò che è razionalmente richiesto e davanti al quale il presente si annulla", in altri termini, dopo aver progettato in astratto una finzione politica razionale, Rousseau l'avrebbe scambiata per una realtà politica realizzabile e da realizzare a ogni costo. Con Rousseau l'utopia illuminista della società giusta sfocia nella dittatura della volontà generale: l'innocenza impone la rivoluzione; la guerra civile è annunciata dall'uomo virtuoso (Koselleck 1959: 210).
In ogni caso, a Rousseau spetta comunque il merito di aver tentato di coniugare il concetto repubblicano di cittadinanza con quello di democrazia: la sua soluzione appare inadeguata alla complessità delle nazioni moderne, resta però un monito contro la riduzione della cittadinanza a pura protezione e godimento di benefici. Come ha ricordato Michael Walzer, la sicurezza e la protezione che le autorità forniscono devono essere a loro volta assicurate, talvolta persino contro le autorità stesse: quindi anche la cittadinanza passiva richiede, di quando in quando, partecipazione, attivismo politico, mobilitazione, che non sono semplici mezzi ma anche modi di realizzazione della libertà.

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

ALATRI, P., "Introduzione", in J.-J. Rousseau, Scritti politici, op. cit., pp. 9-72.
DERATHÉ, R., Jean-Jeacques Rousseau et la science politique de son temps, Paris, P.U.F. 1950.
KOSELLECK, R., Critica illuminista e crisi della società borghese (1959), Bologna, Il Mulino 1972.
ROUSSEAU, J.-J., Scritti politici, a cura di P. Alatri, Torino, Utet 1970.
SARTORI, G., Democrazia. Cosa è, Milano, Rizzoli 1994 (1a edizione: 1993).
VIROLI M., Per amore della patria. Patriottismo e nazionalismo nella storia, Roma-Bari, Laterza 1995.
WALZER, M., "Citizenship", in T. Ball, J. Farr e R. L. Hanson (a cura di), Political Innovation and Conceptual Change, Cambridge, Cambridge University Press 1989, pp. 211-219.
WALZER, M., "The Civil Society Argument", in C Mouffe (a cura di), Dimensions of Radical Democracy. Pluralism, Citizenship, Community, New York, Verso 1992, pp. 89-107.


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