Privato e pubblico


La cura degli interessi privati procede per noi di pari passo con l'attività politica, ed anche se ognuno è preso da preoccupazioni diverse, riusciamo tuttavia ad avere una buona conoscenza degli affari pubblici. Il fatto è che noi siamo i soli a considerare coloro che non se ne curano non persone tranquille, ma buoni a nulla. E siamo gli stessi a partecipare alle decisioni comuni ovvero a riflettere a fondo sugli affari di Stato, poiché non pensiamo che il dibattito arrechi danno all'azione. Il pericolo risiede piuttosto nel non chiarirsi le idee discutendone, prima di affrontare le azioni che si impongono.
Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso, II, 40


Con il termine "pubblico" si indica solitamente l'ambito dell'azione politica a vari livelli, ovvero le attività che riguardano la vita, l'interesse, il bene di tutti i cittadini considerati collettivamente, come votare un candidato al parlamento, far parte di una giuria popolare, candidarsi per il consiglio comunale, servire nella protezione civile e così via. Con il termine "privato" si intende solitamente un ambito di relazioni ristrette in cui l'individuo persegue il proprio ideale di vita buona, per sé ed eventualmente per i propri consanguinei, congiunti e amici.
Questa formulazione esprime il senso comune delle società occidentali moderne, ma certamente non esaurisce lo spessore storico e la complessità teorica della distinzione. Per molti pensatori dell'età classica greca, ad esempio, il perseguimento dei propri fini non era affatto un'attività privata, anzi era possibile solo nella polis, lo spazio pubblico in cui uomini liberi da preoccupazioni economiche realizzavano il "vivere bene" (eu zen) discutendo e deliberando insieme. Dallo spazio pubblico erano esclusi i non-cittadini , gli schiavi, le donne, confinati ai luoghi e alle attività del "privato" (oikos), ossia quelle legate al soddisfacimento dei bisogni del corpo (sussistenza, igiene, cura, sessualità) e perciò meno nobili e onorevoli nonché meno presentabili, appunto. In un senso non tanto dissimile, i teorici delle libere repubbliche italiane del XV e XVI secolo ritenevano che la virtù autentica fosse quella esercitata nello spazio pubblico, ovvero nel governo degli affari di stato, e che il supremo interesse della repubblica potesse esigere il sacrificio non solo degli interessi privati, ma anche della vita dei singoli, se necessario: Machiavelli non era il solo a ritenere che fossero le milizie cittadine la miglior difesa delle mura, molto più sicure dei mercenari. Nella prima età moderna, "felicità" significava piuttosto una condizione collettiva che individuale, la "pubblica felicità" o bonheur public: quando nel 1776 Thomas Jefferson, nella Dichiarazione d'Indipendenza degli Stati Uniti, inserì tra i diritti naturali inalienabili il diritto al perseguimento della felicità, intendeva "la felicità pubblica, ossia un'evoluzione dell'economia e della società soddisfacente per tutti i suoi membri" (Hirschman 1982: 132).
La svolta verso il senso comune moderno avvenne ad opera dei teorici illuministi della società civile, e successivamente dei liberali del XIX secolo, che difesero la concezione tipicamente moderna di "un tipo di vita autenticamente attiva, nella quale si impegna una parte crescente delle classi più elevate, che non è affatto interessata al bene pubblico ma mira senz'altro alla produzione e all'accumulazione di ricchezza privata" (Hirschman 1982), e diffusero l'idea secondo cui le passioni comunemente ritenute pericolose per la società, come l'ambizione, la sete di gloria, ricchezza e potere fossero non solo legittime, ma addirittura vantaggiose per il benessere collettivo: secondo la celebre teoria della "mano invisibile" di Adam Smith la ricchezza pubblica nasce dal perseguimento egoistico del proprio interesse privato.
Come ha sostenuto Eric Hirschman riprendendo una riflessione di Hannah Arendt, l'ideale repubblicano della "vita activa" in senso politico fu affiancato, tra Sette e Ottocento, dall'ideale liberale di una vita activa in senso economico, che fa consistere la felicità nel perseguimento di una vita migliore per sé e per la propria famiglia, ove "migliore" significa soprattutto maggiore benessere materiale (Hirschman 1982: 11): è la vita di quello che Marx chiamava il "borghese", l'uomo inserito nel sistema economico basato sulla proprietà privata, distinto dal "cittadino", l'uomo come membro di una collettività politica. Con l'affermazione dell'ideologia liberale, parallela alla diffusione dell' industrializzazione, la dicotomia pubblico-privato si arricchì delle nuove dimensioni caratteristiche della "società civile", che sono anzitutto culturali ed economiche: per i liberali l'attività economica non è meno attiva né meno pubblica della vita politica poiché, come diceva John Stuart Mill, in essa si esercita la "libertà civile e sociale" di commerciare, produrre, discutere, scrivere, credere, dissentire.
Sono forse più chiare a questo punto le diverse vicende storico-concettuali di questo tema. Con l'avvento della modernità si sono compiute importanti trasformazioni: anzitutto lo spazio pubblico si è sdoppiato, poiché accanto allo spazio pubblico politico (della concezione repubblicana) si è delineato uno spazio pubblico economico, ovvero quella "società civile" che, nella teoria politica liberale, si contrappone allo stato come la libera iniziativa individuale si contrappone alla rigida amministrazione burocratica (naturalmente anche la natura dello stato è cambiata, da possesso privato e "patrimoniale" del principe ad apparato per la gestione impersonale del potere). In secondo luogo la sfera pubblica economica si è dilatata a tal punto da diventare il contenuto e il fine della politica (Arendt 1951): non solo gli affari sono diventati una questione politica, ma l'agire politico si è ridotto alla difesa del benessere materiale di individui o gruppi e viene misurato in base alla crescita economica, o ai livelli di consumo, che riesce ad assicurare. In terzo luogo, lo spazio privato, che per gli antichi greci era il luogo celato e subordinato delle necessità materiali, si arricchisce fino a acquisire dignità di dimensione autonoma degna di essere protetta e salvaguardata in quanto capace di soddisfare il fine dell'esistenza, o meglio, in quanto il fine dell'esistenza non si cerca nell'ultramondano o nel pubblico ma nel proprio. Si definisce così lo spazio di proprietà esclusiva dell'individuo, sottratto all'ingerenza dello stato: morale, gusti, preferenze, intelletto, sessualità, opinioni, fedi, ma anche famiglia (moglie, prole e servitù: tutti subordinati al maschio proprietario).
Nel XX secolo il quadro si complica ulteriormente, quando la politica si trasforma da dominio sul territorio in dominio sui corpi della popolazione (ciò che Michel Foucault ha definito "biopolitica") annullando la distinzione fra pubblico e privato: si tratta di una concezione che attraversa tutti i regimi e le ideologie, dai governi che perseguono politiche di regolazione demografica e delle pratiche sessuali sino ai casi estremi dei regimi totalitari che nei campi di reclusione e di sterminio realizzano una politica di controllo totale sui corpi degli internati. Similmente, anche i movimenti di liberazione della seconda metà del secolo (delle donne, dei neri, dei gay) mettono in discussione la distinzione pubblico/privato proponendosi di agire (in modo politico) sui corpi (privati): si pensi al celebre slogan "il personale è politico", riferito alla necessità di rivoluzionare anzitutto i rapporti all'interno della famiglia o della coppia, dalle tradizionali divisioni dei ruoli (marito-padre-lavoratore-capofamiglia) ai modi dell'affettività e alle scelte lessicali: l'orario di lavoro, la cura dei figli, i lavori domestici, i comportamenti sessuali, gli usi linguistici diventavano tutti fatti politici, dunque suscettibili di scrutinio pubblico.
Non è stato tuttavia solo il femminismo a rivoluzionare lo spazio domestico: nelle democrazie contemporanee, sono stati gli elettrodomestici come lavatrice e lavastoviglie; soprattutto, è stata la politica basata sulla televisione, che ha finito per abolire la netta

separazione tra pubblico e privato, libertà positiva di partecipazione alla società e alla politica e libertà negativa di non interferenza dall'esterno. Oltrepassa così quel limite tra sfera domestica e sfera politica, rappresentato dalla soglia di casa, che neppure il sovrano assoluto di Hobbes aveva osato varcare. Ora anche 'mamme, nonne, zie' possono prendere parte al dibattito politico dal salotto o dalla cucina […]. Diversamente dai capi dei regimi totalitari […], il personaggio politico diventa 'familiare' […] nello spazio chiuso e protettivo degli appartamenti. La sua arma vincente è rappresentata dalla seduzione, più che da argomenti e progetti. La politica, così, si familiarizza e si quotidianizza, perdendo la sua estraneità al mondo privato di ciascuno. Senza molto sforzo, senza bisogno di […] defatiganti riunioni e congressi, senza ulteriori mediazioni, chiunque […] potrà ora far pesare con il voto la propria opinione informata (ormai in parte divenuta sovrana ed esentata dal peso della prova, una volta che la politica stessa, nel suo 'uso esterno', trasforma in narrazione suggestiva il confronto argomentato tra le varie opzioni). La casa costituisce appunto la serra privilegiata in cui si 'forza' la crescita di un consenso politico a prezzi stracciati. (Bodei 1998: 145)

Oltre che nella comunicazione politica in senso stretto, la forza della televisione si è rivelata nella sua capacità di colonizzare il linguaggio, il pensiero e il tempo degli individui, trasformandone radicalmente abitudini e atteggiamenti, più diffusamente di quanto non stia avvenendo con altre tecnologie della comunicazione, Internet compreso. Si considerino i programmi di intrattenimento televisivi basati sulle pubbliche confessioni delle proprie esperienze affettive o sessuali, sull'esibizione di litigi coniugali, sulla ripresa di amplessi, interventi chirurgici e via dicendo. In tutti questi casi pare che la televisione stia formando una sorta di "sfera pubblica televisiva", cioè un pubblico di spettatori (coincidente con un'ampia porzione dell'opinione pubblica e dell'elettorato) per i quali la distinzione fra privato e pubblico, o anche "interiorità" ed "esteriorità", ha poco o nessun senso, e per i quali, di conseguenza, ha perso valore quella sfera intima e personale che per l'ideologia liberale era il bene più prezioso dell'individuo autonomo, lo spazio di libertà che lo stato doveva garantire ai cittadini. I cittadini-spettatori non hanno perso interesse per la propria persona privata, che anzi è il punto di riferimento dei loro consumi, solo, essa non è più privata, in quanto è stata fagocitata dalla "società dello spettacolo" che, appunto, non ha altro scopo che mostrare se stessa, senza riguardo per l'autonomia della persona, finendo per ridurre ogni cosa a pura insensatezza.

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

ARENDT, H., Le origini del totalitarismo (1951), Torino, Einaudi 2004.
BODEI, R., Il noi diviso. Ethos e idee dell'Italia repubblicana, Torino, Einaudi 1998.
BODEI R., Destini personali. L'età della colonizzazione delle coscienze, Milano, Feltrinelli 2002.
HIRSCHMANN, A. O., Le passioni e gli interessi. Argomenti politici in favore del capitalismo prima del suo trionfo (1977), Milano, Feltrinelli 1979.
HIRSCHMANN, A. O., Felicità privata e felicità pubblica (1982), Bologna, il Mulino 1983.



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