Popolo


Traffico a Dublino, Irlanda, 06/12/2006 (Foto: Eamon Farrel)

Non è popolo ogni moltitudine di uomini riunitasi in modo qualsiasi, bensì una società organizzata che ha per fondamento l'osservanza della giustizia e la comunanza di interessi.
Cicerone, De republica, I, 25

Col nome di popolo (populus) si intende la moltitudine degli uomini raccolta in un paese, in quanto essa costituisce un tutto. Quella moltitudine o anche quella parte di essa, che per la comune discendenza si riconosce come unificata in una unità civile, si dice nazione (gens); la parte che si sottrae alle sue leggi (cioè la moltitudine indisciplinata del popolo) si dice plebe (vulgus), il cui assembramento illegale è un tumulto (agere per turbas): condotta che rende la plebe indegna della qualità di cittadino.
Kant, Antropologia pragmatica, § 104

La legge [...] è specialmente lo scibboleth, dal quale si riconoscono i fratelli e amici del cosiddetto popolo.
G.W.F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto, § 258 A

"Popolo" è un concetto ambiguo, che attraversa tutta la storia del pensiero politico assumendo significati anche molto diversi a seconda degli autori e dei contesti. L'ambiguità si deve in gran parte al fatto che nei testi che dichiarano la sovranità del popolo non è detto in modo altrettanto chiaro che cosa esso sia, chi ne faccia parte, a che titolo e perché: si pensi al populus romanus o alla distinzione fra "popolo grasso" e "popolo minuto" della società medievale, o al peuple che fu protagonista della rivoluzione francese. Inoltre il concetto è ambiguo perché sembra oscurare la differenza fra "popolo", cioè l'insieme dei detentori di diritti politici (i diritti di cittadinanza attiva: iura activae civitatis), e "popolazione", cioè gli abitanti e residenti abituali di un territorio, detentori dei soli diritti civili (iura civitatis). "Popolo", infine, evoca l'idea di una totalità organica e omogenea, un tutto che pensa e agisce in modo compatto e unitario: per questo ricorre anche nelle formule utilizzate da monarchi e dittatori. Invece

La democrazia moderna riposa sulla sovranità non del popolo ma dei cittadini. Il popolo è un'astrazione che è stata spesso usata per coprire una realtà molto diversa. È stato detto che dopo il nazismo la parola Volk è diventata impronunciabile. E chi non ricorda che l'organo ufficiale del regime fascista si chiamava 'Il Popolo d'Italia'? Non vorrei essere frainteso, ma anche la parola 'peuple' dopo l'abuso che se ne fece durante la Rivoluzione francese è diventata sospetta: il popolo di Parigi abbatte la Bastiglia, compie le stragi di settembre, giudica e giustizia il re. Ma che cosa ha a che fare questo popolo coi cittadini di una democrazia contemporanea? (Bobbio 1898b: 129)

Quindi, la democrazia moderna si fonda sulla sovranità dei cittadini. E' chiaro allora che il soggetto delle decisioni, in una democrazia, non è un corpo collettivo, tanto meno una totalità organica, poiché gli elettori tramite il voto esprimono la loro volontà individuale; e quando si dice "la volontà popolare" si intende il risultato di una complessa mediazione politica che parte dalla somma aritmetica dei voti individuali. Com'è noto, l'evento decisivo della rivoluzione francese, più che la presa della Bastiglia, fu il rifiuto dei deputati del Terzo stato di votare "per ordine", secondo le modalità tradizionali di consultazione dei ceti del regno (clero, nobiltà, popolo o terzo stato), e la loro pretesa di votare invece "per testa": fu questa pretesa a marcare il confine fra la politica di ancien régime, incarnata nella rappresentanza per gruppi degli Stati Generali, e la politica moderna, determinata dalla volontà dei singoli cittadini in base al principio "una testa, un voto" che sarebbe stato adottato dall'Assemblea Nazionale Costituente.
Tuttavia le democrazie moderne sembrano non saper fare a meno del popolo, a cominciare dalla Repubblica italiana, nella cui costituzione si legge: "La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione" (art.1, comma 2).
Può allora essere utile distinguere fra tre accezioni di popolo: i) popolo in senso etnico, ovvero l'insieme dei dati etno-antropologici e culturali di una collettività, a cui ci si riferisce nelle espressioni "gli italiani", "i francesi", ecc.; ii) popolo in senso giuridico, ovvero l'astrazione con cui si identifica la fonte della sovranità, come nell'espressione "in nome del popolo italiano"; iii) popolo in senso civico, ovvero il soggetto ideale della partecipazione alla vita di una comunità politica in cui i cittadini si identificano e si riconoscono, come nell'espressione "il popolo fiorentino è il miglior difensore delle proprie libertà" (Rusconi 1999).
In questo senso, allora, si potrebbe dire che lo stato moderno è diventato stato nazionale attraverso la costruzione simbolica del popolo, ovvero quando il popolo, da semplice dato etno-antropologico, è stato trasformato in soggetto di sovranità giuridica capace di mobilitazione politica. In altre parole, tramite un processo lungo e accidentato, in parte casuale in parte guidato dai governi (la cosiddetta "nazionalizzazione delle masse"), la popolazione di un dato territorio è stata trasformata in "nazione", e la nuova coscienza nazionale ha fornito il senso di appartenenza e condivisione su cui è stato possibile costruire la comunità civica solidale:

i cittadini plasmano una nuova forma di identità collettiva che va al di là delle lealtà ereditate nei confronti di villaggio e famiglia, regione e dinastia. Il simbolismo culturale di un certo 'popolo' – che nella presunta condivisione di discendenza, linguaggio e storia si accerta del suo carattere peculiare, ossia del suo 'Volksgeist' – produce unificazione, per quanto immaginaria essa sia. Esso fa prendere coscienza agli abitanti dello stesso territorio di una loro 'appartenenza comune', fino a quel momento soltanto giuridicamente mediata. Solo la costruzione simbolica di un 'popolo' fa dello stato moderno uno stato nazionale.
La coscienza nazionale procura allo stato territoriale, che si è costituito nelle forme del diritto moderno, il sostrato culturale necessario alla solidarietà civica. Con essa i legami formatisi tra appartenenti a una comunità concreta – dunque i legami fondati sulla conoscenza personale – si trasformano in una nuova e più astratta forma di solidarietà. Pur essendo (e restando) estranei l'uno per l'altro, i cittadini della stessa nazione si sentono ora reciprocamente responsabili fino al punto di essere disposti a fare dei 'sacrifici' (per esempio, prestare servizio militare o sopportare una tassazione a fini redistributivi). (Habermas 1999: 38)

Sino a ieri, l'artificio politico-culturale del popolo-nazione ha garantito la tenuta dello stato democratico: i costi individuali della cooperazione sociale erano tollerati in nome della solidarietà che univa i cittadini della stessa comunità nazionale. Oggi, tuttavia, lo stato-nazione è sottoposto a un duplice attacco: dall'interno, la crisi dello stato sociale e la fine dell'illusione dell'omogeneità etno-antropologica; dall'esterno, l'erosione della sovranità territoriale sia in campo amministrativo sia in campo economico, mettono in evidenza come il concetto astratto di popolo nazionale riassuma in verità una vicenda di contingenze storiche, di lotte territoriali, scontri culturali e decisioni burocratiche (Benhabib 2004).
In Italia non meno che altrove, la globalizzazione rende più visibile l'arbitrarietà degli assetti burocratici ereditati e più trasparenti le tensioni che li circondano: il riferimento al "popolo italiano" non impedisce, ad esempio, che molti altoatesini continuino a sentirsi sudtirolesi, o che molti comaschi e varesini si sentano più svizzeri che italiani, e così via. Se fino a ieri la generosità delle provvidenze statali e una consuetudine di rispetto per le istituzioni avevano conservato l'amalgama, oggi le inefficienze dell'amministrazione, la crescente disaffezione verso ciò che è "pubblico" e la diffusione di particolarismi culturali, economici, corporativi sembrano indicare il venir meno delle ragioni dell'associazione politica. D'altra parte persiste, nei discorsi dei media e del senso comune, la retorica della patria e dell'identità nazionale, soprattutto in funzione anti-straniero, il nuovo capro espiatorio della crisi economica, della criminalità, del degrado sociale e morale dei tempi.
Si approfondisce così la distanza fra l'orientamento ideale delle istituzioni politiche e i loro elettorati: le élite politiche, soprattutto in Europa, teorizzano astrattamente il superamento dei "popoli nazionali" in direzione di un popolo di cittadini e, possibilmente, di cittadini cosmopoliti, mentre il popolo degli europei si rifugia nel nuovo "sciovinismo del benessere" per difendersi dalle conseguenze, spesso gravose, di una globalizzazione mal governata.

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

BENHABIB, S., The Rights of Others. Aliens, Residents and Citizens, Cambridge, Cambridge University Press 2004.
BOBBIO, N., "L'eredità della grande Rivoluzione" (1989), in N. Bobbio, L'età dei diritti, Torino, Einaudi 1990, pp. 121-141.
HABERMAS, J., La costellazione post-nazionale. Mercato globale, nazioni e democrazia, Milano, Feltrinelli 1999.
MOSSE, G., The Nationalization of the Masses. Political Symbolism and Mass Movements in Germany from the Napoleonic Wars through the Third Reich, Ithaca, Cornell University Press 1975.
RUSCONI, G. E., Possiamo fare a meno di una religione civile?, Roma-Bari, Laterza 1999.



Dimostranti cantano slogan anti-israeliani in piazza Palestina a Teheran, Iran, 18/07/06
(Foto: Reza Moattarian)


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