Partecipazione


Città del Messico: delegati riposano durante la pausa di un congresso di partito (Foto: Moises Castillo, 2006)

Meglio lo Stato è costituito, e più nell'animo dei cittadini gli affari pubblici prevalgono su quelli privati. Ci sono anche molto meno affari privati, perché, dato che la somma della felicità comune contribuisce in proporzione maggiore alla felicità di ogni individuo, a costui ne resta meno da cercare nelle cure particolari. In uno Stato ben governato tutti vanno di corsa alle assemblee; sotto un cattivo governo nessuno vuol fare un passo per recarvisi: perché nessuno si interessa a ciò che vi si fa, o perché si prevede che la volontà generale non vi prevarrà, o perché infine le cure domestiche assorbono completamente. Le buone leggi ne fanno fare di migliori, le cattive ne producono di peggiori. Non appena qualcuno dica degli affari di Stato: che me ne importa?, si può essere sicuri che lo Stato è perduto.
J.-J. Rousseau, Contratto sociale, III, 15

Il socialismo impegnerebbe troppe serate.
O. Wilde

La partecipazione alla vita politica, attraverso il voto, la mobilitazione, la militanza in partiti, movimenti e associazioni, è l'attività che definisce la cittadinanza in senso attivo, "repubblicano", e la sua peculiare nozione di libertà, distinguendole dalle corrispondenti nozioni del pensiero politico liberale: per i pensatori liberali la cittadinanza è uno status, un diritto o un insieme di diritti goduti in modo passivo e perlopiù privato, e la libertà è la protezione dell'individuo dall'invadente potere dello stato; al contrario, per i repubblicani la cittadinanza è una responsabilità, un impegno assunto con orgoglio, e la libertà consiste nel diritto-dovere di governare se stessi o quanto meno di partecipare ai processi per mezzo dei quali l'esistenza di ciascuno viene governata.
Naturalmente nell'epoca della democrazia di massa e della globalizzazione la partecipazione ha assunto caratteri e modalità molto diversi da quelli della tradizione classico-repubblicana di Cicerone, Machiavelli, Rousseau. Anzitutto le democrazie contemporanee non sono democrazie dirette, ovvero i cittadini partecipano alla politica attraverso l'elezione dei propri rappresentanti e le varie forme di organizzazione politica ad essa collegate (partiti, movimenti, petizioni, e così via): vale la pena di notare che l'istituto della rappresentanza non è giustificato dalla difficoltà tecnica (oggi facilmente superabile) di raccogliere il voto diretto di tutti i cittadini su questioni politiche, economiche, giuridiche, quanto dalla convinzione della fondamentale incompetenza dei cittadini a decidere su tali materie. Non si tratta solo della volontà delle élite politiche ed economiche di conservare intatte le proprie prerogative decisionali e i privilegi connessi: il fatto è che le questioni pubbliche sono divenute sempre più complesse e le decisioni che le riguardano richiedono informazioni e conoscenze molto più ampie e al tempo stesso più specifiche di quelle di cui può disporre il comune cittadino (Dahl 1998: 197); non va poi dimenticato che la società di massa esalta gli aspetti di manipolazione e demagogia caratteristici della democrazia, rendendo molto rischioso un "governo del popolo" inteso in senso stretto (Sartori 1993: 27).
In secondo luogo, le democrazie contemporanee sono democrazie pluraliste, in senso politico, sociale ed etico: la cittadinanza non è l'identità o la "passione divorante" dei cittadini delle società altamente differenziate, divisi come sono da interessi economici, concezione del mondo, posizione sociale, appartenenza familiare o etnica; non sorprende che pochi siano inclini, o disponibili, a un impegno politico a tempo pieno (Walzer 1989), tanto più che la partecipazione non è sempre garanzia di efficienza decisionale né di libertà (Dahrendorf 1979). Nella nostra epoca sembra essere prevalsa un'ideologia favorevole alla "privatizzazione" dell'impegno individuale, che certo non impedisce la partecipazione, ma la rende un fatto anomalo o per lo meno episodico: pare di poter dire che esistono oscillazioni, o "cicli", nella partecipazione politica dei cittadini (gli anni Cinquanta più quieti, gli anni Sessanta più turbolenti, poi il "riflusso", e così via), in cui la "normalità" consiste nel ritorno al privato dopo l'immersione nella vita pubblica, che viene così lasciata ai suoi professionisti (Hirschmann 1982: 131, 133). Parafrasando Oscar Wilde si potrebbe dire che la cittadinanza a tempo pieno, come la società socialista, "impegnerebbe troppe serate" (Walzer 1970).
In terzo luogo infine, la partecipazione attiva, militante, non sembra essere essenziale alla legittimità della democrazia: per i moderni la democrazia non è governo del popolo in senso stretto e letterale, ovvero, affinché un governo si possa dire democratico e legittimo non è necessario che il popolo partecipi all'esercizio del potere, mentre è necessario che il potere del governo derivi effettivamente dal consenso dei cittadini e che sia al loro servizio (Sartori 1993: 30, 31).
Queste considerazioni storiche e teoriche possono essere utilmente integrate dai risultati della ricerca empirica. Analizzando una delle ultime grandi indagini comparative sui fenomeni della partecipazione politica spontanea (in Austria, Giappone, India, Jugoslavia, Nigeria, Paesi Bassi, Stati Uniti: Verba, Nie e Kim 1987), Gianfranco Pasquino ha sostenuto che il vero pericolo insito nel declino della partecipazione politica non è tanto la delegittimazione dei partiti, quanto quello "di consentire agli individui che hanno maggiori risorse socio-economiche di esercitare maggiore influenza sui processi decisionali, sulla scelta dei decisori e sulle loro politiche", o anche "di lasciare nelle mani di potenti lobbies processi decisionali non più influenzati dalla partecipazione di grandi masse di cittadini" (Pasquino 1987: 11, 12). La ricerca di Verba, Nie e Kim mostra fra l'altro che:
a) le diseguaglianze socio-economiche (reddito, istruzione) si traducono in diseguaglianze nella partecipazione, quindi anche dell'influenza politica, nei paesi (come gli Stati Uniti) in cui sono scarse le forme organizzate di rappresentanza degli interessi dei gruppi sociali più deboli; laddove invece tali organizzazioni esistono e funzionano, le diseguaglianze di reddito, istruzione, motivazione non impediscono la partecipazione al processo democratico.
b) Fa eccezione a questa regola il caso delle donne, i cui livelli di partecipazione restano inferiori a quelli degli uomini anche a parità di condizioni di reddito e istruzione; ciò si spiegherebbe con un'autoesclusione delle donne stesse, che rinunciano alla politica poiché percepiscono che le discriminazioni di cui sono oggetto offrono loro minori opportunità di accesso e di riuscita.
c) L'aumento della partecipazione contribuisce a ridurre le diseguaglianze politiche ma porta con sé un aumento della conflittualità, che infrange l'armonia politica, ma può dare voce al dissenso.
d) L'avvento della società tecnologica di massa mostra da un lato un declino della partecipazione (al voto e alle cariche pubbliche), che Verba, Nie e Kim collegano alla perdita del senso di appartenenza e responsabilità civica che sarebbe caratteristico delle comunità di piccole dimensioni; dall'altro lato si assiste però a una crescita della mobilitazione (scioperi, marce, dimostrazioni) dei cittadini delle aree industrializzate, urbanizzate, alfabetizzate, maggiormente esposte all'azione dei mass-media, di coloro cioè che si sentono protagonisti nelle rispettive società (Verba, Nie e Kim 1987).


Manifestante contro la guerra in Iraq, Washington, U.S.A. 2006 (Fonte: Washington Post)

Come molti altri fenomeni del nostro tempo, anche quello della partecipazione mostra una caratteristica ambivalenza: per un verso, è un lascito della visione moderna della politica come progetto collettivo di una società giusta e felice; tale visione, modellata sulle strutture e le dimensioni dello stato-nazione, concepiva i cittadini come artefici del proprio futuro (tramite i propri rappresentanti). Per un altro verso il fenomeno della partecipazione ha cambiato caratteri e finalità, in risposta alle trasformazioni della società contemporanea: quando le élite politiche diventano caste chiuse che rappresentano solo se stesse, quando i destini delle persone non sono più decisi dai parlamenti o i governi nazionali ma dalle "dinamiche 'leggere' e cosmopolitiche dei mercati finanziari", la delega di rappresentanza perde gran parte del suo significato, insieme con il concetto di "sovranità del popolo" (Revelli 2001: 129; cfr. Habermas 1999). Per molti cittadini la cittadinanza attiva si trasforma nelle pratiche dell'associazionismo sociale e culturale, del volontariato solidale: diventa così la partecipazione a comunità più ristrette di quella nazionale, ma liberamente scelte, sottratte alle logiche del mercato e dello stato, capaci di intervenire efficacemente, ancorché limitatamente, nelle questioni di rilevanza collettiva (Revelli 2001: 163-64).

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

DAHL, R., Sulla democrazia (1998), Roma-Bari, Laterza 2000.
HABERMAS, J., La costellazione post-nazionale. Mercato globale, nazioni e democrazia, Milano, Feltrinelli 1999.
HIRSCHMANN, E., Shifting Involvements. Private Interests and Public Action, Princeton, Princeton University Press 1982.
PASQUINO, G., "Introduzione" all'edizione italiana di S. Verba, N. H. Nie e J. Kim, Partecipazione e eguaglianza politica, op. cit..
REVELLI, M., Oltre il Novecento. La politica, le ideologie e le insidie del lavoro, Torino, Einaudi 2001.
VERBA S., NIE N. H., KIM J., Partecipazione e eguaglianza politica. Un confronto fra sette nazioni (1978), Bologna, Il Mulino 1987.
WALZER, M., "Citizenship", in T. Ball, J. Farr, R. L. Hanson (a cura di), Political Innovation and Conceptual Change, Cambridge, Cambridge University Press 1989, pp. 211-219.
WALZER, M., Obligations. Essays on Disobedience, War, and Citizenship, Cambridge, Harvard University Press 1970.



Amman, Giordania: manifestazione pro-Saddam Hussein, 06/01/2007 (Foto: Salah Malkawi)


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