Nazione, cenni di storia del concetto


Il dittatore Kim Jong Il con l'Esercito Popolare della Corea del Nord

Jürgen Habermas ha individuato nello sviluppo della moderna idea di nazione due vicende storico-semantiche distinte, poi confluite in un'unica nozione. Avremmo allora, da un lato, una nazione in senso etnico e geografico (la natio latina e medioevale), dall'altro una nazione in senso più propriamente politico. Vediamo anzitutto la prima.

Nel latino classico, 'natio' e 'gens' sono concetti alternativi a quello di 'civitas'. Le nazioni sono anzitutto delle comunità di origine etnica: esse sono integrate geograficamente per insediamento e vicinanza, culturalmente per identità di lingua, costumi e tradizioni, ma non lo sono ancora politicamente, ossia nel quadro di una forma organizzativa di tipo statuale. Questa radice si conserva, nel Medioevo e nella Prima età moderna, dovunque 'natio' venga equiparata a 'lingua'. Così nelle università medioevali, per esempio, gli studenti venivano suddivisi in 'nationes' secondo i loro paesi di provenienza. Con il crescere della mobilità geografica, il concetto servì soprattutto alla suddivisione interna di ordini cavallereschi, università, conventi, concili, insediamenti commerciali, ecc. In questo processo, l'origine nazionale era attribuita dagli altri e fin dall'inizio mirava a circoscrivere negativamente ciò che era 'straniero' rispetto a ciò che era 'proprio'. (Habermas 1996:123-124)

Per quanto riguarda il secondo significato,

Dalla federazione feudale dell'Impero tedesco si erano sviluppati stati cetuali basati su patti precisi: il re o l'imperatore – sempre bisognoso di aiuto militare - concedeva alla nobiltà, al clero e alle città dei privilegi, vale a dire la facoltà di una parziale condivisione del potere politico. Queste corporazioni dominanti si riunivano in 'parlamenti' o in 'assemblee cetuali' e rappresentavano in tal mondo, agli occhi della corte, il 'paese' o, appunto, la 'nazione'. In quanto nazione la nobiltà godeva di un'esistenza politica ancora vietata al popolo come totalità dei sudditi. [...]
Solo a partire dalla fine del Settecento la 'nazione dei nobili' si trasforma in una 'nazione di popolo'. Questo processo ha per presupposto una coscienza modificata, dapprima ispirata da élite intellettuali con un piccolo seguito nella borghesia urbana e accademicamente istruita, in seguito capace di animare e mobilitare politicamente strati sempre più ampi della popolazione. Questa coscienza nazionale di tipo etnico si condensa in quelle 'comunità immaginarie' (Anderson) che – dopo essere state sottoposte 'a trattamento' per potersi configurare come storie nazionali – diventano i punti di cristallizzazione di una nuova autoidentificazione collettiva.

Dunque, in conclusione:

Derivata da una trasformazione del concetto politico di 'nazione di nobili', la 'nazione di popolo' ereditava dalla concezione precedente e prepolitica di 'nazione' – quella designante l'origine etnica e geografica – una forte tendenza alla creazione di stereotipi. Così la positiva autostilizzazione della propria nazione si trasformò in un efficiente meccanismo per rifiutare tutto ciò che fosse straniero, per screditare le altre nazioni ed espellere le minoranze nazionali, etniche e religiose – in particolare gli ebrei. Fatalmente in Europa il nazionalismo si legò all'antisemitismo. (Habermas 1996: 124-125)

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

ANDERSON, B., Le comunità immaginate. Origine e diffusione dei nazionalismi (1983) Roma, Manifestolibri 2000.
HABERMAS, J., L'inclusione dell'altro. Studi di teoria politica (1996), Milano, Feltrinelli 1998.


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