Nazione


Soldatesse cinesi marciano nel 50° anniversario della Repubblica popolare cinese, 10/10/1999 (Foto: Bobby Yip)

Una nazione è un'anima, un principio spirituale. […] La nazione, come l'individuo, è il punto di arrivo di un lungo passato di sforzi, di sacrifici e di dedizione. […] Un passato eroico, grandi uomini, gloria (mi riferisco a quella vera), ecco il capitale sociale su cui poggia un'idea nazionale. Avere glorie comuni nel passato, una volontà comune nel presente, aver compiuto grandi cose insieme, volerne fare altre ancora, ecco le condizioni essenziali per essere un popolo. Si ama in proporzione ai sacrifici fatti, ai mali sofferti insieme. […]
Nel passato, un'eredità di gloria e di rimpianti da condividere, per l'avvenire uno stesso programma da realizzare; aver sofferto, gioito, sperato insieme, ecco ciò che vale più delle dogane in comune e più delle frontiere […]; ecco ciò che si comprende malgrado le diversità di razza e di lingua. […]

La nazione è dunque una grande solidarietà, costituita dal sentimento dei sacrifici compiuti e di quelli che si è ancora disposti a compiere insieme. Presuppone un passato, ma si riassume nel presente attraverso un fatto tangibile: il consenso, il desiderio chiaramente espresso di continuare a vivere insieme. L'esistenza di una nazione è […] un plebiscito di tutti i giorni, come l'esistenza dell'individuo è una affermazione perpetua di vita.
E. Renan, Che cos'è una nazione?


Nazione è la comunità politica che tramite apposite istituzioni organizza una popolazione insediata su un determinato territorio, tutelandola all'esterno e rappresentandone la proiezione identitaria in senso forte.
S. Lanaro, Patria

[...] le nazioni sono più spesso la conseguenza della creazione di uno Stato che non la causa della sua fondazione. […] Ciò detto, non dobbiamo mai dimenticare che la semplice istituzione di uno Stato non è di per sé sufficiente a creare una nazione.
E. Hobsbawm, Nazioni e nazionalismi dal 1870

Il perdurare dei conflitti tribali dentro gli stati postcoloniali [...] ci insegna come le nazioni possano nascere solo dopo essersi lasciato alle spalle il difficile percorso che dalla comunanza etnica di compagni [Genossen] personalmente conosciuti conduce alla solidarietà giuridica di cittadini reciprocamente estranei.
J. Habermas, L'inclusione dell'altro

"Nazione" è notoriamente uno dei più complessi e controversi concetti del pensiero politico moderno e contemporaneo: negli ultimi decenni, anche per effetto dei conflitti culturali, etnici e religiosi, la nazione ha ricevuto rinnovata attenzione da parte di storici, politologi, economisti e filosofi, è stata volta a volta oggetto di biasimo, esecrazione, celebrazione; ne è stata diagnosticata la crisi o decretata la fine, è stata indicata come responsabile di tensioni internazionali o di rivendicazioni locali, o ancora, è stata invocata come rimedio all'anomia delle società contemporanee.
Tra gli studiosi contemporanei esiste un ampio consenso circa l'idea secondo cui la nazione sarebbe una creazione dell'età moderna, in particolare della cultura della rivoluzione francese, piuttosto che il frutto di remote radici etniche (come ha invece sostenuto Anthony Smith, in Smith 1986): così, la nazione sarebbe una "comunità immaginata", alla quale gli uomini ricorrono per colmare il vuoto lasciato sul piano emotivo dalla disgregazione delle proprie comunità reali (Anderson 1983). Le nazioni, allora, sarebbero state generate dal nazionalismo, a sua volta suscitato dall'organizzazione della moderna società industriale: la necessità di una popolazione mobile, alfabetizzata, culturalmente standardizzata e intercambiabile avrebbe imposto lo sviluppo di una sola fra le tante culture che compongono la comunità politica; in virtù di tale imposizione la cultura di un gruppo particolare sarebbe divenuta, grazie all'istruzione pubblica, la cultura dominante, insieme strumento di affermazione sociale e di "omogeneizzazione" della popolazione (Gellner 1983: 64 passim). Quanto alle "sacre" e "antiche" tradizioni nazionali, esse sarebbero state, e sarebbero tuttora, inventate in risposta al costante cambiamento del mondo moderno, nel "tentativo di attribuire a qualche aspetto almeno della sua vita sociale una struttura immobile e immutabile" (Hobsbawm 1983: 4).

Non dobbiamo lasciarci fuorviare da un paradosso curioso, ma comprensibile: in genere le nazioni moderne, con tutto il loro armamentario, pretendono di essere l'opposto della novità, si dichiarano radicate nell'antichità più remota, stanno al polo opposto delle comunità costruite, cioè umane, sono tanto 'naturali' da non richiedere altra definizione che l'autoaffermazione. Al di là delle continuità storiche o d'altro genere inglobate nei concetti moderni di 'Francia' e 'francesi' – che nessuno si azzarderebbe a negare – questi stessi concetti contengono inevitabilmente in sé una componente costruita o 'inventata'. (Hobsbawm 1983: 16-17)

Ancora, la nazione sarebbe il risultato dell'elaborazione in chiave mistico-religiosa di uno stile politico inaugurato dalla rivoluzione francese (in seguito fatto proprio dalle potenze nazionalistiche e persino dal nazismo), basato su un'intensa identificazione emotiva delle masse con i simboli della propria comunità politica: attraverso una liturgia politica ben orchestrata fatta di celebrazioni, monumenti, parate, rituali, giochi sportivi, la moltitudine anonima ed eterogenea veniva "trasformata" in una nazione di uomini e donne che si sentivano parte integrante della stessa comunità organica (Mosse 1975).
Dall'affermazione del carattere artificioso o fittizio del concetto alla sua proscrizione il passo è stato breve: del resto, le vicende storiche e politiche del XX secolo avevano già fortemente screditato ogni sentimento o ideologia nazionalistici. Ciò tuttavia non ha impedito che nell'epoca della globalizzazione il tema della nazione tornasse ad appassionare politici, studiosi e pubblici di varia estrazione e orientamento. Si tratta di un fenomeno solo apparentemente paradossale, anzi: proprio l'affermazione di un'economia transnazionale ha messo in discussione luoghi comuni internazionalisti e ideali cosmopolitici.
Tra gli altri, Jürgen Habermas ha proposto di interpretare la storia dell'Europa moderna come una sorta di processo di apprendimento collettivo: come dall'esperienza delle guerre di religione del XVI secolo emersero le istituzioni dello stato nazionale laico e tollerante, così dall'orrore degli stermini e dei conflitti del XX secolo sarebbe emersa una cultura politica consapevole del fatto che la legittimità di un ordinamento non poggia su basi etniche o razziali, ma storiche, politiche, sociali. Per Habermas lo "stato sociale", nelle varie forme che assunse in Europa tra gli anni Cinquanta e Sessanta, rese possibile la nascita di un senso di cittadinanza sostenuto non da una radice etnica, ma da una comunanza storica di vita, dalla condivisione di diritti e di responsabilità: grazie al sistema dei diritti sociali, a sua volta consentito da una congiuntura economica favorevole, ogni cittadino europeo "poté riconoscere e apprezzare nello 'status del cittadino' ciò che lo legava agli altri membri della comunità politica, ciò che lo rendeva da costoro dipendente e di fronte a loro corresponsabile". In questa prospettiva le istituzioni politiche apparivano legittime non perché difendessero il "sacro suolo della patria", ma perché attraverso la redistribuzione delle risorse promuovevano l'eguaglianza e garantivano ai cittadini libertà, salute, benessere, nonché la possibilità di partecipare alle decisioni che avrebbero influito sulla propria vita: si era cittadini non per discendenza (dagli antichi sassoni, germani, romani o magari padani), ma in quanto ciascuno godeva di diritti civili, politici, sociali, che con il suo apporto contribuiva a garantire a se stesso e a tutti gli altri. Si passava così da una cittadinanza basata sulla comunanza etnica di compagni conosciuti personalmente alla solidarietà giuridica fra cittadini reciprocamente estranei (Habermas 1996).
Negli ultimi due decenni la situazione è profondamente cambiata: la globalizzazione economica ha generato alti tassi di disoccupazione strutturale e ha ristretto drasticamente i margini d'azione degli stati nazionali, imponendo un radicale ripensamento delle istituzioni dello stato sociale: messa sotto pressione dalla disoccupazione interna e dai nuovi flussi migratori, la logica stessa del Welfare state è entrata in crisi producendo nella società europea un atteggiamento nuovo, definibile "sciovinismo del benessere" (Habermas 1991), ovvero un'identificazione di stampo nazionalistico con la società prospera cui si appartiene e una corrispondente esclusione di tutti gli "altri" che non ne fanno parte. Quindi, proprio mentre declina inarrestabilmente l'interesse dei cittadini per l'impegno politico e civile, cresce invece un tipo di nazionalismo socio-economico che si accompagna spesso a manifestazioni di intolleranza e xenofobia.
Riguardo questa nuova congiuntura le opinioni sono discordi. Per alcuni lo stato-nazione è definitivamente entrato in crisi e occorre ragionare in termini nuovi. Kenichi Ohmae ha scritto che lo stato-nazione va considerato un accidente storico che per un certo periodo ha costituito la risposta migliore alle esigenze dello sviluppo economico ma che ora è stato reso obsoleto dalle grandi trasformazioni dell'economia; per Ohmae oggi la geografia si ridisegna secondo confini dettati dal mercato, dai gusti dei consumatori, dai flussi di investimenti e di merci, senza seguire i confini di stato. Si pensi ad esempio al Canada, dove la politica nazionale va smembrandosi lungo linee a carattere regionale: l'Ontario fa effettivamente parte del Midwest americano, il Quebec guarda alla Francia, le regioni dell'Ovest guardano al Sud-Est asiatico; o si pensi all'Australia, in cui il South Wales si lega a Hong Kong e Taiwan, il Queensland al Giappone, lo stato di Victoria alla Grecia. Del resto, "da un punto di vista economico non vi sono elementi che giustifichino la scelta di considerare l'Italia un'entità con interessi condivisi dall'intera popolazione"; insomma, lo stato-nazione sarebbe diventato

un'unità organizzativa innaturale - o addirittura una fonte di disfunzioni - per quanto concerne l'attività economica. Accosta infatti elementi diversi al livello di aggregazione sbagliato. (Ohmae 1995: 37)

Ciò nonostante lo stato-nazione rimane un'agenzia di rappresentanza e difesa degli interessi di milioni di cittadini di fronte alla potenza dell'economia transnazionale (Habermas 1996, Rusconi 1999). Anche ammesso che sia obsoleto sul piano economico, lo stato-nazione non sembra esserlo sul piano politico, per le sue ancora ragguardevoli capacità di difendere le libertà, la democrazia, la solidarietà sociale, non solo dei suoi cittadini, ma anche degli estranei che attraversano le sue frontiere. Malgrado le crisi di legittimità, il calo della partecipazione politica e lo sciovinismo del benessere, le democrazie nazionali conservano una forza di aggregazione "residuale" costituita da clientele politico-finanziarie, inerzia burocratico-amministrativa, solidarietà economiche, culturali, ideologiche. Per di più, esse si sono abituate a giustificare le proprie scelte tramite il linguaggio dei diritti e della giustizia distributiva: è possibile che i cittadini dei "vecchi" stati-nazione e i nuovi pubblici globali decidano di prenderle in parola.

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

ANDERSON, B., Le comunità immaginate. Origine e diffusione dei nazionalismi (1983) Roma, Manifestolibri 2000.
GELLNER, E., Nazioni e nazionalismo (1983), Roma, Editori Riuniti 1985.
HABERMAS, J., "Cittadinanza politica e identità nazionale. Riflessioni sul futuro dell'Europa" (1991), in J. Habermas, Morale, Diritto, Politica, Torino, Einaudi 1992, pp. 105-138.
HABERMAS, J., L'inclusione dell'altro. Studi di teoria politica (1996), Milano, Feltrinelli 1998.
HOBSBAWM, E. J., "Introduzione. Come si inventa una tradizione" (1983) in E. J. Hobsbawm e T. Ranger (a cura di), L'invenzione della tradizione, Torino, Einaudi 1987, pp. 3-17.
MOSSE, G., The Nationalization of the Masses. Political Symbolism and Mass Movements in Germany from the Napoleonic Wars through the Third Reich, Ithaca, Cornell University Press, 1975.
OHMAE, K., La fine dello Stato-nazione (1995), Milano, Baldini & Castoldi 1996.
RUSCONI, G.E., Possiamo fare a meno di una religione civile?, Roma-Bari, Laterza 1999.
SMITH, A. D., Le origini etniche delle nazioni (1986), Bologna, Il Mulino 1992.



Souvenir storici al mercato di Kashgar, Cina
(Foto: Ryan Pyle, New York Times on the Web, 06/02/2007)


Copyright e uso corretto

Senza Patria - Indice