Meteco


Segregazionisti a St. Augustine, Florida 1964
(Foto: Steve Schapiro)

Nella Grecia antica, i meteci erano gli stranieri residenti stabilmente in una città-stato, che godevano di alcuni diritti: potevano esercitare attività artigianali o commerciali, rivolgersi ai tribunali, ma non potevano possedere beni immobili. Inoltre non avevano diritti politici, e dovevano sottostare a obblighi fiscali, militari, religiosi: pagare una tassa annuale specifica, servire nell'esercito, partecipare alle cerimonie religiose. Ad Atene, ad esempio, la cittadinanza era ereditaria, trasmessa di padre in figlio (dal 450 a.C. entrambi i genitori dovevano essere cittadini), e sebbene molti mercanti meteci riuscissero ad accumulare ingenti ricchezze, tuttavia ciò non dava loro alcuna speranza di diventare cittadini né garantiva loro la stima o la considerazione degli ateniesi, che spesso li trattavano con disprezzo, proprio in quanto stranieri.
Come ha osservato Michael Walzer, anche le democrazie moderne hanno i loro meteci: stranieri residenti, servi domestici, lavoratori "ospiti", altrettanto importanti sul piano economico-sociale, spesso

altrettanto esclusi e disprezzati di quelli antichi. Ciò, è chiaro, solleva il delicato problema delle condizioni di inclusione nella comunità dei titolari di diritti, ovvero: le democrazie liberali possono legittimamente (cioè: senza trasformarsi in tirannidi) basare le loro economie sul lavoro di persone che restano escluse dalla compagine dei cittadini?
Un ragionevole principio di giustizia politica dice che "i processi di autodeterminazione per mezzo dei quali uno stato democratico dà forma alla propria vita interna devono essere aperti, ed ugualmente aperti, a tutti coloro che vivono entro il suo territorio, lavorano nell'economia locale, e sono soggetti alla legge locale" (Walzer 1983: 60). D'altra parte, gli abitanti di un certo territorio rivendicano il diritto di conservare nel tempo le proprie consuetudini, comprese le forme politiche in cui sono cresciuti e vissuti, perché sarebbero parte della loro identità e perché, si dice, gli estranei potrebbero distruggerle, specie quelli "incompatibili con la democrazia". Tuttavia, com'è noto, le identità non sono statiche né monolitiche, e le forme politiche, specie le democrazie, hanno un carattere evolutivo, sperimentale: cambiano nel tempo. Ma sono democrazie quando il potere deriva dal consenso dei governati, quando lo stato è al servizio di coloro che gli sono soggetti, e non viceversa. Sarebbe ora di sentire che cosa ne pensano i meteci.

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

GUOLO, R., L'Islam è compatibile con la democrazia?, Roma-Bari, Laterza 2004.
SALVADORI, M. L. (a cura di), Enciclopedia storica (con la collaborazione di F. Tuccari), Bologna, Zanichelli, 2000.
SARTORI, G., Pluralismo, multiculturalismo e estranei. Saggio sulla società multietnica, Milano, Rizzoli 2000.
WALZER, M., Sfere di giustizia (1983), Milano, Feltrinelli 1987.
ZINCONE, G., Da sudditi a cittadini. Le vie dello stato e le vie della società civile, Bologna, Il Mulino 1992.



Lavoratori edili durante una pausa, Shanghai 1998 (Foto: Sebastiao Salgado)


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