Cittadinanza: le tesi di T. H. Marshall


Harold Edgerton, Athlete

Il pioniere degli studi sulla cittadinanza moderna è il sociologo inglese Thomas Humphrey Marshall (1983-1981), che nel 1950 pubblicò l'ormai celebre Cittadinanza e classe sociale. L'argomentazione di Marshall si può riassumere così. La cittadinanza è la condizione necessaria dell'esistenza politica di un individuo, è una prerogativa conferita a tutti coloro che sono membri a pieno titolo della comunità politica. Tutti coloro che possiedono tale prerogativa sono eguali, relativamente ai diritti e doveri a essa associati.


1. Diritti civili, politici, sociali

Se è vero che gli esseri umani condividono una condizione fondamentale di eguaglianza in quanto appartengono alla stessa specie, allora si può dire che la cittadinanza l'abbia arricchita aggiungendovi ciò che Marshall chiama "una nuova sostanza" che in senso sociale e storico è stata articolata attraverso un insieme ampio e differenziato di diritti. Tali diritti possono essere raggruppati in tre tipi distinti, che sono gli elementi costitutivi della cittadinanza: l'elemento civile, formato dai diritti che sono le condizioni della libertà individuale (libertà personale, libertà di parola, di pensiero, di coscienza, diritto alla proprietà e a stipulare contratti, diritto alla giustizia di fronte alla legge); l'elemento politico, ovvero il

diritto di partecipare all'esercizio del potere politico; infine, l'elemento sociale, un sottoinsieme piuttosto indeterminato di prerogative che vanno dal diritto a minime garanzie di sussistenza economica al diritto all'accesso effettivo alla ricchezza societaria nelle sue varie componenti (lavoro, cure mediche, istruzione e così via). Nell'età moderna la classe operaia è stata inclusa nella comunità politica grazie alla graduale acquisizione (o concessione, a seconda dei casi) della cittadinanza: gli operai hanno ottenuto diritti civili, poi politici e infine sociali (soprattutto nel XX secolo), divenendo così pienamente parte della comunità civile e conseguendo, attraverso la cittadinanza, anche esistenza politica. Il progresso dei diritti di cittadinanza è stato nello stesso tempo un progresso dell'eguaglianza, uno sviluppo della "sostanza" di cui è fatta la posizione sociale e un aumento del numero delle persone che ne beneficiano. Per Marshall tuttavia la cittadinanza non era semplicemente una condizione fatta di dati diritti e responsabilità, era anche uno strumento di creazione di identità che egli credeva potesse svolgere due compiti: primo, poteva contribuire a realizzare la democrazia estendendo l'eguaglianza tra i membri della comunità politica (se la cittadinanza conferisce pari posizione sociale, garantisce anche pari trattamento); secondo, avrebbe potuto integrare la classe operaia nella società in senso lato, dalla quale era stata storicamente esclusa, non solo per ragioni economiche (cittadinanza significava anche appartenenza condivisa a un'unica civiltà).


2. Le critiche alla teoria di Marshall

Il saggio di Marshall ha suscitato repliche e critiche per circa cinquant'anni. Fra gli altri, Brian Turner ha sostenuto che la prospettiva di Marshall dev'essere integrata e corretta dalla considerazione che l'estensione dei diritti di cittadinanza è avvenuta tramite l'azione di movimenti politici e sociali (dal basso, per così dire) oppure tramite concessione da parte dei governanti (dall'alto), con risultati molto diversi nei rispettivi casi; inoltre, l'analisi di Marshall non teneva conto dei diversi modi in cui l'estensione dei diritti di cittadinanza ha influenzato o è stata influenzata dai cambiamenti nei rapporti fra pubblico e privato (Turner 1992). In aggiunta, la visione di Marshall di un progresso graduale della cittadinanza descrive bene l'esperienza storica e sociologica inglese, non altrettanto però il caso tedesco (in cui in certo senso lo Stato "assistenziale" ha preceduto il suffragio universale) o il caso francese (in cui tanto i diritti civili quanto quelli politici e sociali furono conquistati in modo improvviso e simultaneo durante il periodo rivoluzionario). Tom Bottomore ha notato che le tesi di Marshall devono essere riferite al contesto storico della loro enunciazione, ovvero alla fine degli anni Quaranta, quando il governo laburista inglese stava intraprendendo un ampio progetto di nazionalizzazione di settori cruciali dell'economia, stava creando un servizio sanitario nazionale che sarebbe stato di esempio per tutta l'Europa e un sistema nazionale di istruzione pubblica mirante a contrastare il privilegio di classe. Molti osservatori, incluso Marshall, pensavano che l'Inghilterra fosse avviata a diventare una società democratica, egualitaria, forse anche socialista, e non avevano dubbi circa la possibilità, e l'opportunità, di estendere a tutti i diritti sociali. Nessuno poi dubitava che la società inglese fosse, e che sarebbe dovuta rimanere, unitaria e omogenea: anzi, una delle ragioni principali a sostegno dell'estensione dei diritti di cittadinanza era proprio che avrebbe superato l'unica vera divisione sociale, quella fra le classi, e avrebbe consentito a tutti i cittadini di partecipare, in posizione di eguaglianza, del comune patrimonio della civiltà britannica; la questione dell'integrazione fra culture ed etnie differenti non appariva ancora all'orizzonte (Bottomore 1992). Questo infatti può essere considerato il limite più serio dell'analisi di Marshall, non certo per sua responsabilità, ma semplicemente perché negli ultimi cinquant'anni gli Stati europei sono diventati sempre più eterogenei dal punto di vista della cultura, dell'etnia, della religione, dei valori, dell'accesso alle risorse e dei modelli di consumo, con la conseguenza che a livello sociale è cresciuta piuttosto la domanda di differenziazione anziché quella di assimilazione o omologazione. La cittadinanza non viene più concepita come strumento equalizzatore ma come conferimento di identità (Kymlicka e Norman 1995).


3. Diritti in ordine sparso

Giovanna Zincone ha sostenuto che i diritti di cittadinanza si sono affermati in modo discontinuo, in ordine sparso, per così dire, e che la sequenza ricostruita da Marshall (prima i diritti civili poi i diritti politici infine i diritti sociali) non è affatto l'unica via alla piena cittadinanza; i regimi liberali sono spesso più riluttanti a concedere i diritti sociali dei regimi autoritari, mentre questi ultimi raramente concedono diritti civili. Zincone nota che da un punto di vista storico-sociologico la cittadinanza si deve intendere come l'esito di una gara fra élite concorrenti che tendevano a massimizzare la fedeltà del popolo al proprio regime distribuendo benefici e vantaggi, in un contesto storico in cui l'avvento dell'industrializzazione esercitava una forte pressione sugli assetti sociali vigenti. È chiaro che questo processo ha avuto esiti diversi, a seconda che la transizione alla modernizzazione economica e al nuovo ordine sociale sia avvenuta al livello pubblico (tramite l'azione della burocrazia statale e di partiti politici) o al livello sociale (tramite l'azione di attori economici e di organizzazioni sindacali). Tuttavia il fatto che l'estensione dei diritti di cittadinanza sia il risultato di una lotta per il potere, che quindi le concessioni o le conquiste di diritti siano state (e siano) spesso piuttosto formali che sostanziali, e che i diritti incontrino spesso un'applicazione piuttosto selettiva, legata a fattori quali il genere, il grado di istruzione, il censo, l'etnia: questo fatto, per quanto significativo, non può tuttavia mettere in dubbio l'efficacia reale che i diritti di cittadinanza hanno esercitato sulle vite delle persone negli ultimi duecento anni, modificando le condizioni della loro esistenza privata e sociale, e allargando lo spazio della partecipazione politica. Malgrado i limiti e difetti anche seri della loro applicazione, malgrado la funzione politica ambivalente o ambigua che spesso si attribuisce a essi (integrare gli attori sociali marginali o riluttanti, neutralizzare il dissenso sociale, manipolare il consenso politico: si pensi alla celebre critica di Marx dei diritti "borghesi"), i diritti di cittadinanza sono stati lo strumento più efficace, forse l'unico, con cui migliorare la vita dei gruppi sociali svantaggiati o discriminati (Zincone 1992).

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

BOTTOMORE, T., "Citizenship and Social Class, Forty Years On", in T. H. Marshall e T. Bottomore, Citizenship and Social Class, London-Concord, Pluto Press 1992.
KYMLICKA, W. e NORMAN, W., "The Return of the Citizen", in R. Beiner (a cura di), Theorizing Citizenship, Albany, SUNY Press 1995, pp. 283-322.
MARSHALL, T.H., Citizenship and social class (1950), ora in T. H. Marshall e T. Bottomore, Citizenship and Social Class, op. cit.
TURNER, B., "Outline of a Theory of Citizenship", in C. Mouffe (a cura di), Dimensions of Radical Democracy. Pluralism, Citizenship, Community, New York, Verso 1992, pp. 33-62.
ZINCONE, G., Da sudditi a cittadini. Le vie dello stato e le vie della società civile, Bologna, Il Mulino 1992.



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