Kant, Immanuel (1724-1808)



Per Kant lo stato come associazione legittima e razionale di cittadini è possibile solo se i suoi membri sono realmente individui, ovvero se sono esseri autonomi e come tali capaci di impegnarsi liberamente l'uno nei confronti dell'altro. In un certo senso Kant è stato per la cittadinanza "rivoluzionaria" nata con l'Ottantanove ciò che Aristotele era stato per la concezione greca della cittadinanza, cioè il filosofo che più efficacemente organizzò a livello concettuale le esperienze politiche del suo tempo conferendo loro una coerenza e una trasparenza che probabilmente non possedevano.
Nella Metafisica dei costumi, paragrafo 46, Kant proclama che i tre attributi necessari del cittadino sono

la libertà legale, cioè la facoltà di non obbedire ad altra legge, che non sia quella a cui essi han dato il loro consenso; l'uguaglianza civile, che consiste in ciò che il popolo non riconosce altro superiore fuori che quello, a cui esso ha il potere morale d'imporre un'obbligazione tanto giuridicamente valida quanto quella che egli può imporre al popolo; in terzo luogo l'attributo dell'indipendenza civile, che consiste nel non dovere la propria esistenza e conservazione che al proprio diritto e alla propria forza come membro dello Stato, e non all'arbitrio di un altro [...]. (Kant 1797: 500, corsivi dell'A.)

Coerentemente con questa concezione Kant sosteneva inoltre l'esclusione delle donne dal novero dei cittadini veri e propri:

Tutte le donne e in generale tutti coloro che nella conservazione della loro esistenza (nel mantenimento e nella protezione) non dipendono dal proprio impulso ma dai comandi degli altri [...], mancano di personalità civile, e la loro esistenza è in certo qual modo soltanto inerenza. (Kant 1797: 501)

Di conseguenza non avevano diritto al voto, che solo "costituisce la qualificazione del cittadino".
Si noti però che Kant riteneva che né la rivoluzione francese, né alcun'altra rivoluzione potesse dar vita a uno stato legale e legittimo: pensava che distruggendo le istituzioni esistenti i rivoluzionari avessero infranto il contratto e quindi distrutto la garanzia del principio del diritto che assicurava la libertà di tutti sotto la medesima legge. Il fatto che il contratto sia una finzione giuridica ("una semplice idea della ragione" dice Kant) non inficia la sua realtà morale come garanzia fondamentale del principio del diritto. Ecco perché Kant afferma che una rivoluzione "è sempre ingiusta" (Kant 1798: 221 n.): rivoltandosi contro il potere esistente, i rivoluzionari hanno perduto il rango di cittadini e sono ricaduti nella condizione di barbari nello stato di natura. D'altra parte però scrive che le rivoluzioni potrebbero avere un senso dal punto di vita della filosofia della storia: in Per la pace perpetua ammette la rivoluzione tra i fattori di mutamento storico in direzione della costituzione repubblicana (Kant 1795: 320 n.).
Oltre che per la cittadinanza come autonomia, Kant va ricordato, in questo contesto, per almeno altre due ragioni: la concezione della cittadinanza politica fondata sulla sovranità popolare, e la teorizzazione del "diritto all'ospitalità": per la prima, Kant ha ripreso l'idea di Jean-Jacques Rousseau della sovranità come autodeterminazione e legislazione, ovvero l'idea per cui il potere legittimo non deriva da Dio o dalla natura, ma si costituisce negli atti legislativi dell'assemblea, che rappresenta la volontà di tutti i cittadini (Habermas 1991: 111). Quanto alla seconda ragione, Kant ha sostenuto la validità del diritto cosmopolitico, cioè l'esistenza del diritto di ogni individuo a non essere trattato come nemico quando arriva nella terra di un altro, quando si trova straniero fra cittadini: rifiutargli ospitalità, sia pure temporanea, equivarrebbe commettere una violazione che sarebbe avvertita come tale "in tutti i punti" della terra (Kant 1795: 305). Ponendo il problema dei diritti che vigono ai confini delle comunità politiche, Kant ha chiariti i termini entro cui dobbiamo porre la questione dei rapporti fra cittadini e stranieri (Benhabib 2004).

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

BENHABIB, S., The Rights of Others. Aliens, Residents and Citizens, Cambridge, Cambridge University Press 2004.
HABERMAS, J., "Cittadinanza politica e identità nazionale. Riflessioni sul futuro dell'Europa" (1991), in J. Habermas, Morale, Diritto, Politica, Torino, Einaudi 1992, pp. 105-138.
KANT, I., "Per la pace perpetua. Progetto filosofico" (1795), in I. Kant, Scritti politici, Torino, Utet 1956, pp. 283-336.
KANT, I., "Principi metafisici della dottrina del diritto" (1797), in I. Kant, op. cit., pp. 375-567.
KANT, I., "Se il genere umano sia in costante progresso verso il meglio" (1798), in Kant, op. cit., pp. 213-234.


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