Identità


Ron Mueck, Mask

Forse invece di parlare di identità, ereditate o acquisite, sarebbe più adeguato parlare di identificazione, di un'attività, cioè, infinita, sempre incompleta e aperta, cui tutti ci dedichiamo per necessità o per scelta. […] La ricerca frenetica dell'identità non è un residuo di un'epoca preglobale non ancora del tutto estirpata ma condannata a estinguersi con il progredire della globalizzazione; al contrario, è l'effetto collaterale e il sottoprodotto della combinazione delle pressioni globalizzatrici e individualizzatrici e delle tensioni che esse generano. Le guerre di identificazione non si contrappongono né ostacolano la tendenza globalizzatrice: sono la prole legittima e le ancelle naturali della globalizzazione e, lungi dal frenarla, ne lubrificano i meccanismi. (Bauman 2001: 191-192)

Riconoscere o attribuire un'identità equivale a un tempo ad assimilare e separare, isolando tratti significativi che consentono di inserire un individuo in un insieme ("una sedia", "un gatto", "un inglese") separandolo dagli individui di altri insiemi ("è inglese, non tedesco"), e simultaneamente di individuarlo come unico e singolare ("è lui", "è lei", "non è Francesca"). La definizione dell'identità è sempre il frutto delle due operazioni opposte e complementari di assimilazione (ricerca dell'identità attraverso la generalizzazione, ovvero la ricerca, in un dato fenomeno, dei tratti che sono comuni ad altri fenomeni simili) e separazione (ricerca dell'identità attraverso la particolarizzazione, ovvero l'individuazione del fenomeno nella sua unicità) (Remotti 1996).
L'identificazione è dunque il prodotto di decisioni, più o meno consapevoli, automatiche, implicite, e dà luogo a identità anche molto diverse, che convivono nello stesso individuo. La medesima persona

può essere, senza la minima contraddizione, di cittadinanza americana, di origine caraibica, con ascendenze africane, cristiana, progressista, donna, vegetariana, maratoneta, storica, insegnante, romanziera, femminista, eterosessuale, sostenitrice dei diritti dei gay e delle lesbiche, amante del teatro, militante ambientalista, appassionata di tennis, musicista jazz e profondamente convinta che esistano esseri intelligenti nello spazio con cui dobbiamo cercare di comunicare al più presto (preferibilmente in inglese). (Sen 2006: IX)

E' vero però che tra tutte le nostre identità, che emergono con forze differenti a seconda dei casi, dei momenti e dei contesti, alcune sembrano esercitare maggior peso. In molte società, ad esempio, l'etnia, il sesso e il rango definiscono gli ambiti di relazione e i ruoli che un individuo può assumere: un Hutu non sposa una Tutsi, una donna non diventa sacerdote, un re non sposa una ballerina. In tali società l'identità etnica è "imperativa", ovvero

non può essere ignorata e temporaneamente messa da parte da altre definizioni della situazione. [...] le convenzioni morali e sociali che la compongono sono rese più resistenti al cambiamento dall'essere congiunte in raggruppamenti stereotipati come caratteristiche di una singola identità. (Barth 1969: 43-44)

Naturalmente le società variano molto quanto alla forza con cui costringono l'identità etnica (nonché il sesso e il rango) in ruoli sociali predeterminati: le società democratiche liberali si distinguono proprio per la priorità assegnata alle libertà individuali sulle caratteristiche identitarie. Ad esempio, l'art. 3 della Costituzione italiana afferma che "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali". Naturalmente, nel contesto delle moderne società affluenti, la differenza significativa non è tanto l'etnia; oggi, la vera identità "imperativa", quella che rende possibili tutte le altre, è piuttosto il titolo giuridico di cittadinanza, o quanto meno, di accesso ai diritti sociali, civili, politici. E' ben vero che i criteri di inclusione nella comunità politica stanno cambiando: nell'epoca degli stati "postnazionali" l'identità etnica o culturale non è più il criterio esclusivo di acquisizione dei diritti di cittadinanza, né l'acquisizione di diritti dipende soltanto dal possesso della cittadinanza, visto che molti di tali diritti vengono ormai considerati "diritti umani" e garantiti da autorità transnazionali; è vero cioè che diminuiscono gli apolidi e aumenta l'integrazione giuridica degli immigrati (Benhabib 2004). Tuttavia si tratta di processi appena iniziati. Le società "aperte" sono davvero tali solo per chi è già cittadino; per gli altri, restano chiuse.
Nel frattempo si assiste a un curioso paradosso: da un lato sono cresciute, in molte aree del pianeta, le rivendicazioni politiche identitarie ad opera di gruppi di cittadini che reclamano diritti speciali di tipo etnico, linguistico, politico (albanesi in Kosovo, francofoni in Quebec, baschi in Spagna, e così via). Si moltiplicano insomma i fenomeni di identificazione: dalla riscoperta delle tradizioni locali e regionali all'invenzione di un'identità islamica globale, le società contemporanee sembrano esprimere un desiderio di identità nuovo, senza precedenti.
D'altro canto, però, l'esperienza sociale si sta trasformando in direzione di una diffusa precarietà, incertezza, dispersione, disimpegno: gli esseri umani imparano a vivere senza certezze, senza progetti di vita a lungo termine, senza impegni essenziali o definitivi; nel mondo del lavoro postfordista "un giovane americano con un livello di istruzione modesto prevede di cambiare lavoro almeno undici volte durante la propria vita lavorativa" (Bauman 2001: 35). Il mercato del lavoro è oggi caratterizzato da un'incertezza "di un genere straordinariamente nuovo", che non distingue fra meritevoli e non, che non si può prevedere né ammorbidire unendo le forze, è capricciosa, priva di logica, e rende vaga e nebulosa l'idea di "interessi comuni". Date le circostanze, una risposta difensiva ma razionale sembra essere di accettare precarietà e disimpegno anche nei riguardi della propria identità. Gli esseri umani diventano duttili, disponibili ad assumere identità diverse, a cambiare identità a seconda dei momenti, dei contesti, delle opportunità e necessità:

il dilemma che tormenta uomini e donne di oggi non è tanto come conquistare le identità scelte e come farsele riconoscere dalle persone vicine, quanto piuttosto quale identità scegliere e come rimanere all'erta e vigili in modo da poter fare un'altra scelta nel caso che la prima identità venga ritirata dal mercato o spogliata dei suoi poteri di seduzione. (Bauman 2001: 186)

Per un'identità che si vuole mantenere stabile, quella di cittadini titolari di diritti, ce ne sono però molte altre che vengono cambiate, abbandonate, negoziate, in nome di un nuovo senso di libertà:

in un mondo caleidoscopico di valori rimescolati, di percorsi mobili e strutture liquefatte, la libertà di manovra assurge al rango di valore sommo, anzi di metavalore, condizione di accesso a tutti gli altri valori passati, presenti e soprattutto futuri. In un mondo del genere condursi razionalmente significa lasciare aperte quante più opzioni possibile, e conquistare un'identità troppo aderente, un'identità che una volta per tutte offre 'coerenza' e 'continuità' significa sbarrare delle opzioni o precluderle in anticipo. (Bauman 2001: 187)

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

BAUMAN Z., La società individualizzata. Come cambia la nostra esperienza (2001), Bologna, Il Mulino 2002.
BENHABIB, S., The Rights of Others. Aliens, Residents and Citizens, Cambridge, Cambridge University Press 2004.
REMOTTI, F., Contro l'identità, Roma-Bari, Laterza 1996.
SEN, A., Identità e violenza, Roma-Bari, Laterza 2006.



Mercato della seta a Kashgar, Cina (Foto: Ron Haviv 2004)


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