Globalizzazione


(Fonte: Massachusetts Institute of Technology)

Per tutto il corso del Novecento, ma con una forte accelerazione nella sua seconda metà, lo spazio materiale e immateriale del mercato non ha fatto che espandersi, lungo tutte le sue dimensioni. In esso sono entrati via via, oltre a migliaia di nuovi prodotti manifatturieri e servizi economici, le opere d'arte e l'educazione; i divertimenti e le informazioni […]; la salute e la malattia; la previdenza sociale e i servizi collettivi; fino, in epoca recente, al genoma brevettato di piante e animali e, almeno in alcuni paesi, agli organi umani destinati ai trapianti.
Luciano Gallino, Globalizzazione e disuguaglianze

Secondo Anthony Giddens, la globalizzazione si può intendere come il processo in virtù del quale si addensano quelle relazioni internazionali che collegano eventi locali ed eventi geograficamente lontani, i quali si intrecciano e si condizionano reciprocamente in modi inediti e imprevisti: i mass-media, le reti e i sistemi di informazione di dimensioni mondiali provocano una "condensazione" delle relazioni simboliche e sociali che riduce la distanza fra cose, luoghi e persone (Giddens 1990, in Habermas 1996).

Si tratta di un processo complesso e sfaccettato, dalle straordinarie implicazioni economiche, politiche e sociali: le dimensioni del mercato coincidono ormai con la superficie del pianeta, il trasferimento di informazioni, merci, capitali, persone è divenuto agevole e poco costoso, ogni punto del globo è potenzialmente connesso con tutti gli altri tramite reti comunicative universalmente accessibili, gli abitanti delle diverse aree del mondo devono imparare a convivere con estranei diversi e "perturbanti". Dal punto di vista politico, i fenomeni della globalizzazione mettono radicalmente in discussione il concetto di cittadinanza uscito dall'Ottantanove e concretizzatosi nello stato sociale europeo del secondo dopoguerra: ossia l'idea di cittadinanza come appartenenza a uno stato-nazione relativamente omogeneo sul piano etnico e culturale in grado di garantire ai suoi membri il godimento di ampi diritti civili, politici, sociali.
Come ha osservato Jürgen Habermas, la globalizzazione rappresenta una minaccia per la capacità delle società nazionali di autogovernarsi in modo democratico. Essa infatti compromette o quanto meno indebolisce
i) la certezza giuridica e l'efficienza dello stato amministrativo.
Gli stati nazionali incontrano crescenti difficoltà nella difesa dell'ambiente e del territorio, a causa di minacce che non rispettano i confini di stato: si pensi alle emergenze ambientali o al traffico internazionale delle armi, della droga e degli immigrati clandestini; o anche alla difficoltà di imporre una tassazione equa, a causa della mobilità dei capitali e del "ricatto" imposto da quelle imprese che minacciano di trasferirsi all'estero;
ii) la sovranità dello stato territoriale.
In una società mondiale interdipendente risulta sempre più difficile imporre legislazioni nazionali separate in materie quali inquinamento, migrazioni, traffico aereo. Nascono bensì organizzazioni internazionali, ma sono prive della legittimità delle procedure democratiche tipiche dello stato-nazione;
iii) l'identità collettiva.
Da un lato le grandi migrazioni e la società multiculturale producono fenomeni razzisti e anti-solidaristi che contestano le decisioni redistributive e possono generare frammentazione politica. Dall'altro la globalizzazione produce un livellamento delle culture nazionali sotto il segno di una cultura omologante e mercificata: si trovano ormai dappertutto le stesse mode, lo stesso gergo, gli stessi telefilm, malgrado non manchino fenomeni di "differenziazione creatrice", grazie ai quali i gruppi etnici sviluppano nuove appartenenze, subculture e stili di vita;
iv) la legittimità democratica dello stato nazionale.
Il mercato globale mette in crisi l'impianto stesso della democrazia moderna, ovvero, nell'epoca della concorrenza globale i governi devono prendere decisioni che producono danni irreparabili allo stato sociale, e quindi alla coesione sociale dei cittadini: diminuiscono i bilanci sociali, si inaspriscono le condizioni di accesso ai sistemi di protezione, si abbandonano le politiche redistributive.


(Foto: Daniel Berehulak)

Questi fenomeni indicano una situazione nuova: nell'Europa del secondo dopoguerra la politica aveva potuto regolare le distorsioni dell'economia proprio tramite lo stato sociale, ovvero aveva addomesticato un capitalismo potenzialmente selvaggio redistribuendone i profitti entro una cittadinanza benestante e garantita, dunque disponibile per la partecipazione democratica (Habermas 1999). Ora invece, non solo i governi nazionali possiedono una ridotta capacità di manovra (esercitano una sovranità "dimezzata"), ma i comportamenti dei protagonisti del mercato globale sono diventati incontrollabili e pressoché ingovernabili: lo si deve sia alle dimensioni delle imprese ("il bilancio

annuale delle prime trenta multinazionali è oggi più grande del prodotto interno lordo di novanta paesi aderenti all'ONU", Habermas 1999: 187), sia al potere economico e politico di alcune grandi organizzazioni internazionali (Banca Mondiale, OCSE, Fondo Monetario Internazionale), sia all'eccezionale estensione dello spazio, materiale o immateriale, del mercato ("agli inizi del Duemila non è rimasto alcun angolo di alcun continente, alcun gruppo umano o popolazione, le cui condizioni di vita non subiscano direttamente o indirettamente, per il meglio o per il peggio, l'influenza del mercato mondiale", Gallino 2000: 23), sia infine all'intensificazione degli scambi finanziari (si calcola che nel 1998 siano stati scambiati, nelle borse di tutto il mondo, titoli e valute per un valore complessivo di 2.000 miliardi di dollari al giorno, laddove nel 1970 il volume giornaliero degli scambi commerciali raggiungeva un valore stimabile tra i 10 e i 20 miliardi di dollari; Gallino 2000). Le tecnologie informatiche della comunicazione hanno reso possibile la competizione planetaria per la forza-lavoro (le imprese tendono a "rilocalizzare" le proprie produzioni nei paesi del Sud del mondo, con pesanti costi sociali per i paesi del Nord), hanno favorito la separazione tra l'economia "reale" (investimenti e produzione) e l'economia "finanziaria" (speculazioni di borsa) che ormai condiziona le scelte delle imprese e le decisioni dei governi, sempre più dipendenti dal famigerato "giudizio dei mercati". Non hanno però realmente migliorato la condizione economica dei gruppi sociali più poveri né ridotto la disoccupazione. La globalizzazione

ha posto in competizione gli strati dei lavoratori a bassa qualificazione ma con salari relativamente alti, ancora presenti nei paesi avanzati, con i larghissimi strati di lavoratori aventi un tempo basse qualifiche e bassi salari che esistono nei paesi in via di sviluppo. Quasi ovunque ha ridotto i redditi reali [...] dei membri delle classi medie, che hanno reagito aumentando il numero di occupati per famiglia. Ha però consentito a una frazione minoritaria dei medesimi soggetti di accrescere sostanzialmente il proprio reddito, nel mondo sempre più competitivo e mobile di un'economia in cui gli scambi finanziari eccedono da 50 a 100 volte gli scambi di beni e servizi, facendoli così salire verso il culmine della stratificazione. (Gallino 2000: 81)

Né, sul piano politico, pare che le tecnologie informatiche abbiano davvero contribuito alla crescita di una coscienza pubblica mondiale impegnata in favore del miglioramento della qualità della vita dei più deboli e svantaggiati:

Pur moltiplicando la possibilità di contatti e informazioni, la crescita di sistemi e network non allarga di per sé il mondo intersoggettivamente condiviso e quell'intreccio discorsivo di prospettive, temi e contributi da cui nascono le sfere pubbliche politiche. La coscienza dei soggetti che insieme pianificano, comunicano e agiscono, sembra simultaneamente allargarsi e frammentarsi. Le sfere pubbliche create da Internet restano segmentate l'una dall'altra come comunità di villaggi globali. (Habermas 1999: 134)

Quella coscienza planetaria auspicata da Kant, capace di indignarsi di fronte alla violazione del diritto in qualunque parte del mondo e di prendere posizione in modo efficace, non pare ancora in vista. La globalizzazione ha prodotto sinora piuttosto consumatori cosmopolitici che cittadini.

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

GALLINO, L., Globalizzazione e diseguaglianze, Roma-Bari, Laterza 2000.
GATES, H. L. Jr., "Planet Rap. Notes on the Globalization of Culture" in M. Garber, P. Franklin e R. Walkowitz (a cura di), Field Work: Sites in Literary and Cultural Studies, New York-London, Routledge 1996, pp. 55-66.
GIDDENS, A., The Consequences of Modernity, Stanford, Stanford University Press 1990.
HABERMAS, J., L'inclusione dell'altro. Studi di teoria politica (1996), Milano, Feltrinelli 1998.
HABERMAS, J., La costellazione post-nazionale. Mercato globale, nazioni e democrazia, Milano, Feltrinelli 1999.
HANNERZ, U., La diversità culturale (1996), Bologna, Il Mulino 2001 (tr. it. parziale).

 


Pechino 2007: agenzia di compravendita titoli finanziari (Foto: France Press)


Copyright e uso corretto

Senza Patria - Indice