Europa


Europa, satellite di Giove

Nella conclusione del suo libro, Fanon dichiara: 'Decidiamo di non imitare l'Europa e tendiamo i nostri muscoli e i nostri cervelli in una direzione nuova. [...] Non paghiamo tributo all'Europa creando stati, istituzioni e società che se ne ispirano'. Ma il fatto è che l'Europa, diversamente da quanto afferma Fanon, è una realtà assai meno semplice: in essa si sono praticati sia l'universalismo che il relativismo, l'umanitarismo e il nazionalismo, il dialogo e la guerra, la tolleranza e la violenza. Scegliendo uno dei termini di questi opposti invece dell'altro, non si privilegia il terzo mondo contro l'Europa, ma una tradizione europea contro l'altra, la tradizione di Nietzsche, Barrès e Sorel contro quella di Montesquieu, Rousseau e Kant. Una volta di più, si assiste a un'oscura vittoria del colonialismo e della sua ideologia contro i suoi avversari, poiché questi ultimi hanno deciso di adorare il demone dei loro nemici. Detto in altro modo: se oggi si deplora l'assenza di democrazia nei paesi decolonizzati, la violenza e la repressione che vi regnano, non si ha il diritto di concludere 'dunque, la colonia era migliore': e questo perché le forme pressoché totalitarie di governo che si osservano qua e là corrispondono assai bene agli aspetti quasi totalitari del colonialismo stesso. Quello di Fanon e degli ideologi che hanno preparato e fatto propria questa continuità, è un tragico errore: non volendo fare come l'Europa essi si sono comportati come la parte peggiore dell'Europa.
T. Todorov, Le morali della storia

Nel Medioevo l'unità europea poggiava sulla religione comune. Nell'epoca dei Tempi moderni cedette il posto alla cultura (alla creazione culturale) che diventò la realizzazione dei valori supremi attraverso i quali gli europei si riconoscevano, si definivano, s'identificavano. Oggi, la cultura cede il posto a sua volta. Ma a che cosa e a chi? Qual è l'ambito nel quale si realizzeranno dei valori supremi in grado di unire l'Europa? Le conquiste tecniche? Il mercato? La politica con l'ideale della democrazia, con il principio della tolleranza? [...] Io non lo so. Credo solo di sapere che la cultura ha già ceduto il suo posto. Così, l'immagine dell'identità europea si allontana nel passato. Europeo: colui che ha nostalgia dell'Europa.
M. Kundera, L'arte del romanzo


Hotel Europa: installazione di H.A. Schult (riproduzione, autostrada Colonia-Bonn)

 

Se l'America è stata, come scrisse Alexis de Tocqueville, il grande "laboratorio" della democrazia, allora forse l'Europa è stata, negli ultimi duecento anni, un grande laboratorio di cittadinanza, che ha prodotto diverse risposte al problema, caratteristico della modernità, del rapporto fra appartenenza nazionale e titolo al godimento di diritti: la soluzione liberale inglese (cittadinanza come protezione dei diritti individuali), la soluzione giacobina francese (cittadinanza come partecipazione politica), la soluzione autoritaria prussiana (tutela sociale e paternalismo statale) (Turner 1992; Walzer 1970 e 1989). Nella seconda metà del Novecento, i maggiori paesi europei hanno proseguito tale esperimento con la costruzione dello "stato del benessere" (Welfare state), che per mezzo secolo ha garantito alla maggior parte degli europei i principali diritti politici, civili e soprattutto sociali: si è venuta cioè delineando una cittadinanza definita, prima ancora che dal diritto di voto e dalla libertà di parola, dall'accesso ai benefici elargiti da una società prospera e ordinata. Jürgen Habermas l'ha definita il "progetto politico social-democratico": una società può modificare politicamente se stessa a partire dalla volontà e dalla coscienza democratica dei cittadini e realizzare una società ragionevolmente giusta e solidale (Habermas 1998: 31).

Nell'Europa post-bellica si è creato così un circolo virtuoso fra stato democratico e distribuzione della ricchezza sociale, in virtù del quale i cittadini riconoscevano legittimità alle decisioni dei propri governi non solo perché questi mantenevano la pace e i diritti civili, ma anche perché i cittadini potevano riconoscersi come co-autori delle decisioni che assicuravano a tutti (o quasi) la possibilità di un lavoro dignitoso, un buon livello di istruzione, una pensione adeguata, assistenza e cure in caso di infortuni o malattie, e così via. In breve, la via europea alla cittadinanza poteva convivere con un capitalismo "ben temperato" dall'azione dello stato, che garantiva una società più equa, e un'economia più efficiente, di quella di altri continenti, specie quello americano (Hutton 2002).
Negli ultimi vent'anni le reiterate stagnazioni e recessioni economiche, la crescita costante della domanda di provvidenze statali da parte di una popolazione sempre più longeva e più esigente, l'avvento di quella complessa costellazione di fenomeni che ormai si usa denominare globalizzazione hanno condotto molti governi europei a riconsiderare i propri sistemi di protezione sociale, e in molti casi a operare drastiche riduzioni di spesa: il caso paradigmatico resta l'Inghilterra di Margaret Thatcher, in cui lo smantellamento dello storico sistema di Welfare unito a spregiudicate politiche liberiste ha provocato profonde lacerazioni sociali e acuito le differenze fra ricchi e poveri. L'indebolimento dell'impianto complessivo dello stato sociale europeo ha prodotto almeno due conseguenze: anzitutto, una crisi di legittimità delle istituzioni democratiche, che si mostrano incapaci di contrastare gli effetti perniciosi del capitalismo globale (disoccupazione, precarietà, assenza di tutele); in secondo luogo, la diffusione dello "sciovinismo del benessere" (Habermas 1991: 127), ovvero la pretesa, da parte di alcuni settori delle opinioni pubbliche europee (e di alcuni partiti politici), di riservare ai "nativi" i residui benefici dello stato sociale, escludendone stranieri, profughi, immigrati, sulla base di un'interpretazione puramente nazionalistica della cittadinanza.
Tuttavia, malgrado lo scontento degli europei nei riguardi delle proprie istituzioni, l'esperimento civico europeo prosegue: l'Europa è un formidabile polo di attrazione economica e politica, nonché l'approdo di flussi costanti di migrazioni dal Sud del mondo, che sollecitano ulteriori elaborazioni dell'istituto della cittadinanza. Anzitutto, dal 1992, gli europei sono due volte cittadini: lo sono del proprio stato e dell'Unione Europea creata dal Trattato di Maastricht, che istituisce la cittadinanza europea senza però abolire quella dei vari stati membri. In questo modo la cittadinanza europea, che spetta di diritto a tutti i cittadini degli stati membri, si "aggiunge" alle diverse cittadinanze nazionali (che dal 2007 sono 27) ma non comporta l'effettiva eguaglianza dei diritti di cittadinanza: italiani e francesi, ad esempio, sono allo stesso tempo cittadini europei, ma rimangono titolari di cittadinanze nazionali distinte e differenti. Ciò significa che gli europei godono di eguali diritti politici (possono votare ed essere eletti in uno qualunque dei paesi dell'Unione), ma non di eguali diritti economici e sociali (nell'UE coesistono legislazioni del lavoro, regimi tributari, pensionistici e previdenziali anche molto diversi fra loro): anzi, gli elettorati dei paesi più ricchi e più propensi all'unificazione politica non sono affatto favorevoli all'unificazione dei sistemi fiscali e previdenziali europei, ovvero a quella condivisione dei benefici e dei costi della cooperazione sociale che negli stati dell'Europa occidentale del secondo dopoguerra aveva reso possibile la creazione di società aperte, democratiche, solidali. Come ha scritto Gian Enrico Rusconi, all'Unione Europea manca un demos, cioè manca il soggetto politico collettivo che fonda e pratica la democrazia: manca, almeno per ora, quell'esperienza di convivenza, comunicazione, interazione, solidarietà, che nel tempo crea legami sociali, economici, culturali, in ultima analisi civici, in grado di costituire una collettività politica; manca, inoltre, la rielaborazione di tale esperienza in una storiografia plurale ma capace di sostenere una cultura politica democratica condivisa. Almeno per ora, la cittadinanza europea resta poco più di una parola scritta sul passaporto (Rusconi 1997: 84-94).
All'inizio del XXI secolo è difficile dire quali siano le chances della cittadinanza europea. Certo non potranno essere molte se l'Europa non saprà proporre un modello politico in grado di governare e orientare i cicli economici: per questo è necessario riprendere il processo democratico-evolutivo della cittadinanza iniziato con la rivoluzione francese e continuarlo in senso "post-nazionale" e cosmopolitico, definendo la cittadinanza su basi diverse da quelle dell'appartenenza etnica e nazionale, in modi e tempi che solo i processi democratici di formazione dell'opinione pubblica potranno determinare. L'integrazione giuridica, sociale e culturale dei "non europei" pare un processo avviato, se non irreversibile: da un lato, essa sembra essere inscritta nella logica stessa dell'evoluzione giuridica delle democrazie (Benhabib 2004); dall'altro, la sollecitano non solo l'allargamento a est dell'Unione Europea e l'insediamento stabile di consistenti minoranze religiose, ma anche la domanda di ammissione all'UE da parte della Turchia, che, se venisse accolta, estenderebbe la cittadinanza europea a 65 milioni di musulmani.
Con il Trattato di Maastricht è nata l'Unione Europea. Non è invece ancora nata un'Europa all'altezza della propria cultura, quella definita dai valori di libertà, giustizia, tolleranza, solidarietà, amore per la conoscenza e per la bellezza: questa è rimasta in gran parte un ideale possibile, un sogno non realizzato. Come ha scritto Jacques Derrida,
Siamo più giovani che mai, noialtri Europei, perché una certa Europa non esiste ancora. E' mai esistita? Ma noi siamo come quei giovani che si alzano, sin dal mattino, vecchi e stanchi. Siamo già esauriti. Questo assioma della finitezza comporta un nugolo di questioni. Da quale esaurimento i giovani vecchi Europei che noi siamo devono ri-partire? Devono ri-cominciare? Oppure, partenza dall'Europa, congedarsi da una vecchia Europa? O ripartire verso una Europa che ancora non esiste? O ripartire per far ritorno verso un'Europa delle origini che bisognerebbe insomma restaurare, ritrovare, ricostituire durante una grande festa delle 'rimpatriate'? (Derrida 1991: 13)

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

BENHABIB, S., The Rights of Others. Aliens, Residents and Citizens, Cambridge, Cambridge University Press 2004.
DERRIDA, J., Oggi l'Europa. L'altro capo, Milano, Garzanti 1991.
FERRARIS, M., "L'Europa in capo al mondo", in Derrida, op. cit..
HABERMAS, J., "Cittadinanza politica e identità nazionale. Riflessioni sul futuro dell'Europa" (1991), in J. Habermas, Morale, Diritto, Politica, Torino, Einaudi 1992, pp. 105-138.
HABERMAS, J., La costellazione post-nazionale. Mercato globale, nazioni e democrazia, Milano, Feltrinelli 1999.
HUTTON, W., Europa vs. Usa. Perché la nostra economia è più efficiente e la nostra società più equa (2002), Roma, Fazi 2003.
RUSCONI, G. E., Patria e repubblica, Il Mulino, Bologna 1997.
TURNER, B., "Outline of a Theory of Citizenship", in C. Mouffe C. (a cura di), Dimensions of Radical Democracy, Londra-New York, Verso 1992, pp. 33-62.
VATTIMO, G., Il socialismo ossia l'Europa, Torino, Trauben 2004.
WALZER, M., "Citizenship", in T. Ball, J. Farr e R. L. Hanson (a cura di), Political Innovation and Conceptual Change, Cambridge, Cambridge University Press 1989, pp. 211-219.
WALZER, M., Obligations. Essays on Disobedience, War, and Citizenship, Cambridge, Harvard University Press 1970.

 


Svetlana Koroleva incoronata Miss Europa 2002 a Beirut


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