Donne, non cittadine


(Fonte: Sports Illustrated)
Il caso delle donne è paradigmatico del meccanismo di esclusione caratteristico (de jure o de facto) di ogni operazione di istituzione di diritti: la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino enuncia diritti universalmente valevoli, ma esclude dal godimento di essi le donne (non diversamente la Costituzione degli Stati Uniti d'America del 1787 attribuiva diritti ai maschi, bianchi, proprietari e li negava ai loro schiavi, come nota Foner 1998).
L'esclusione delle donne, insieme con quella dei servi, è particolarmente interessante perché non si fonda semplicemente sulla credenza tradizionale e plurisecolare nell'inferiorità delle donne, per natura o per essenza, ma anche su una particolare percezione del confine che separa lo spazio privato dallo spazio pubblico, lo spazio delle relazioni "naturali" da quello delle relazioni sociali.
Secondo Pierre Rosanvallon la rivoluzione francese impose una cultura politica ultra-individualistica, come dimostra l'importanza attribuita all'autonomia dell'individuo, che produsse un taglio netto e violento con la cultura politica dell'ancien régime; un cambiamento tanto radicale sarebbe stato difficilmente tollerato dalla società del XVIII secolo se non fosse stato compensato dalla creazione di un'insuperabile barriera fra l'ambito artificiale e contrattualistico della società e l'universo organico della famiglia.

In altri termini, il contrappeso dell'avvento di una società di (maschi) liberi ed eguali fu la duratura persistenza della famiglia patriarcale, malgrado i pur clamorosi tentativi di contrastarla: il più celebre dei quali fu probabilmente La dichiarazione dei diritti delle donne e delle cittadine del 1791, ad opera di Olympe de Gouges, poi ghigliottinata nel novembre del 1794; nel 1792, in Inghilterra, Mary Wollstonecraft avrebbe pubblicato la Rivendicazione dei diritti della donna. D'altra parte la stessa diffusione dell'ideologia liberale, unitamente alla concezione della famiglia socialmente consolidata, fornì un'ulteriore ragione per escludere le donne (e i servi domestici) dallo spazio civico: la protezione dei diritti dell'uomo (non ancora dei "diritti umani") esigeva la separazione netta fra la sua esistenza pubblica e la sua esistenza privata, nonché la salvaguardia dell'intimità della sfera domestica da qualsiasi ingerenza, incluse quelle della legge o della costituzione (Rosanvallon 1992). Il principio dell'eguaglianza reciproca dei cittadini vigeva solo nella sfera pubblica, solo per alcuni individui; nella misura in cui appartenevano alla sfera privata, le donne e i domestici non erano eguali agli uomini, ma soggetti alla loro autorità. In una certa misura, come recita una ricorrente critica del liberalismo (Zincone 1992: 198), l'ideologia liberale sanciva la subordinazione delle donne poiché disegnava uno spazio politico che finiva sulla soglia dell'abitazione famigliare; la distinzione maschio-femmina non designava soltanto una differenza naturale ma anche una differenza politica, che era la condizione della distinzione tra pubblico e privato.

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

FONER, E., Storia della libertà americana (1998), Roma, Donzelli 2000.
ROSANVALLON, P., La rivoluzione dell'uguaglianza. Storia del suffragio universale in Francia (1992), Milano, Anabasi 1994.
ZINCONE, G., Da sudditi a cittadini. Le vie dello stato e le vie della società civile, Bologna, Il Mulino 1992.


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