Donne: genere e cittadinanza


Operaia al lavoro nel cantiere del canale Indira Gandhi, India (Foto: Sebastiao Salgado)

È noto che nella maggior parte dei paesi del mondo le donne hanno acquisito tardivamente, rispetto agli uomini, i diritti di cittadinanza, e che ancor oggi non ne godono pienamente dappertutto. Le donne, d'altra parte, in quanto portatrici di un'esperienza esistenziale spesso sensibilmente diversa da quella degli uomini, hanno contribuito a interpretare la nozione moderna di cittadinanza in modi che ne chiariscono i meccanismi impliciti e ne riformulano gli aspetti essenziali.
Con Giovanna Zincone possiamo considerare acquisite quattro considerazioni generali che emergono dal rapporto fra "genere" e cittadinanza.
1) La vicenda dei diritti delle donne mostra come la determinazione dei criteri e delle caratteristiche della cittadinanza avvenga in sede prepolitica (diritto civile, di famiglia, del lavoro), proprio perché sono le relazioni prepolitiche (sociali, familiari, economiche) che
promuovono il cambiamento oppure proteggono gli assetti sociali

esistenti - in questo caso, il potere di genere maschile (non diversamente accade anche con le relazioni etniche o di classe).
2) La cittadinanza apparentemente democratica che si pretende di tutti è sempre soprattutto di qualcuno, non è mai perfettamente neutra, ma discrimina, di diritto o di fatto, in base al genere, all'estrazione sociale, all'etnia, alla condizione economica, e così via.
3) I criteri assunti in passato come legalmente discriminanti (sesso, reddito, istruzione) continuano a operare nelle democrazie contemporanee e costituiscono barriere di fatto all'esercizio dei diritti politici e talvolta sociali: i fenomeni di assenteismo sociale da parte di gruppi emarginati non sono sempre l'effetto "naturale" di un'apatia politica diffusa, ma l'effetto politico della discriminazione (Zincone 1992: 188).
4) La cittadinanza "affievolita", propria di certi gruppi, non si spiega solo in termini di minori dotazioni sociali, ma anche e soprattutto attraverso la relazione di minore congruenza tra attività e risorse degli svantaggiati, da un lato, e regole e organizzazione sia della politica che dello stato sociale, dall'altro (Zincone 1992: 189): ad esempio, campagne elettorali costose svalutano l'impegno etico di chi vorrebbe partecipare e avvantaggiano chi può spendere molto denaro, e di solito non sono le donne né i gruppi disagiati.
Il principale fattore responsabile della cittadinanza debole, tardiva e difficile è "l'incapsulamento della donna in posizione subordinata nel nucleo familiare", che ne provoca a livello culturale l'esclusione dalla cosa pubblica (Zincone 1992: 195, 216-18). È noto d'altra parte che l'ideologia liberale ottocentesca, che pure esaltava i diritti dell'individuo, limitava severamente i diritti delle donne, giudicate incapaci di autonomia, sostenendo tra l'altro che mentre il potere politico doveva fondarsi in ultima analisi sul consenso dei governati, il potere familiare, per ragioni di efficacia pratica, doveva prevedere un unico soggetto decisore, il quale, secondo l'ordine naturale delle cose, doveva essere il maschio. Per Zincone il caso della cittadinanza di genere mostra il "vero tallone d'Achille dell'universalismo liberale": l'incapacità o la capacità su cui si intendono fondare le gerarchie sociali e politiche non sono legate al merito, ai talenti o all'impegno personale, sono invece indotte o presunte.
È stato principalmente nel XX secolo (in Italia, nella seconda metà di esso) che le donne "incapsulate" nel ruolo familiare, cui erano state prescritte le funzioni di cura, hanno potuto scegliere tra due possibilità: entrare "alla pari" nei mercati del lavoro e della politica (organizzati a misura dei maschi, cioè di persone libere da funzioni di cura), e quindi accettare di conformarsi alle regole e ai principi della cittadinanza maschile; oppure entrarvi "protette", cioè godere di certe tutele e facilitazioni in modo da poter conciliare la propria "preminente funzione familiare" con quella professionale, ma confinate in mansioni in cui il costo aggiuntivo del trattamento speciale è compensato da salari peggiori. Per Zincone si tratta della scelta tra "assimilazionismo (ti lascio entrare quando diventi come me) e corporatismo subordinato (ti lascio essere come sei purché tu non voglia contare quanto me)" (Zincone 1992: 218).
Sembra essere una scelta perdente in entrambi i casi: rinunciare al proprio progetto di vita, alla propria peculiare diversità, in nome di un'affermazione professionale, ovvero rinunciare a una realizzazione professionale in nome della difesa dei propri "spazi" e delle proprie prerogative. Zincone ritiene che solo una società diversa da quella presente possa offrire una possibile via d'uscita: una società che definisce "non ipnotica", cioè tale che i cittadini non esauriscano le loro energie nell'attività lavorativa e in varie forme di dopolavoro mascherato, in cui si possano delineare assetti di vita più godibili per tutti, non solo per uno dei due sessi.
Un'altra soluzione è indicata da Martha Nussbaum con l'approccio basato sulle "capacità fondamentali", che si richiama a Marx e ad Aristotele per esaminare le vite reali delle donne nel loro contesto materiale e sociale: per Nussbaum la qualità della vita di una persona è definita dalle sue capacità fondamentali, ovvero dalle sue possibilità (effettive: il che implica risorse economiche, istruzione, tempo, e così via) di vivere in modo consono alla dignità umana; è dunque sulle base di tali capacità che si devono distinguere i benestanti dagli indigenti, i liberi dagli asserviti. Su tale base si deve anche valutare la giustizia delle istituzioni politiche: uno stato giusto è quello che fornisce a tutti, cittadini e cittadine, "un certo livello fondamentale di capacità" (Nussbaum 1999: 91; Sen 1992, Sen 2000).

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

NUSSBAUM, M., Diventare persone. Donne e universalità dei diritti (1999), Bologna, Il Mulino 2000.
SEN, A., La diseguaglianza. Un riesame critico (1992), Bologna, Il Mulino 1994.
SEN, A., Lo sviluppo è libertà. Perché non c'è crescita senza democrazia, Milano, Mondadori 2000.
ZINCONE, G., Da sudditi a cittadini. Le vie dello stato e le vie della società civile, Bologna, Il Mulino 1992.



(Foto: Annie Leibowitz)


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